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MadHour: thrash nella città fantasma

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MADHOUR – “Ghost Town”
[DeathStorm Records – 2014]

Nel 2014 i MadHour, quintetto milanese formato da Lau (già con i Raw Attitude) alla voce, Paul Tanasi alla chitarra solista, Sarah alla ritmica, Ul Teo (ovvero Matteo Lavazza, ex-Warhammer e Longobardeath) alle quattro corde e Mike Ercolano alla batteria (percuotitore di pelli anche nei Vexed, a sua volta ex-Warhammer), licenziano via DeathStorm Records, label italiana, il loro full lenght d’esordio “Ghost Town”.
Partiamo dalla cover: l’ambientazione sembra quella di una tipica cittadina del Far West di fine ‘800, con la strada piena di persone che passeggiano…, ma il colore “azzurrino ectoplasma” riconduce immediatamente il titolo del disco, cioè “città fantasma”! Scendendo ancora di più nel dettaglio, in alto a destra si può scorgere un abbozzato logo degli Overkill mentre sulla sinistra si staglia un familiare numero di tre cifre, meglio conosciuto come “the number of the beast”, non serve dire altro.
La release è composta di 10 brani, per una durata totale di 41 primi e 41 secondi, lo stile oscilla tra un thrash accostabile a quello di fine anni ’80, quando i gruppi tentavano di non sfidarsi semplicemente sul campo della velocità, ma sapevano innestare buone dosi di melodia in mezzo a riff nervosi e ritmiche adrenaliniche, e un heavy metal che cita Judas Priest ed Iron Maiden.
La produzione è certo moderna, cosa fisiologica vista la data d’uscita dell’album, ma non lo è eccessivamente, è cupa e pulita, ma al contempo c’è un pizzico di quel flavour ottantiano che aleggia, sicuramente non è “old school” come potrebbe essere quella dei Witch Grave o dei corregionali Ruler, ma non è il luogo questo in cui portare avanti crociate contro le “good productions” odierne: è un sound moderno che guarda, parzialmente, a quello di 20-25 anni, non è né un bene né un male, è così.
L’opener del disco è “Killing Season”, un pezzo aperto dal suono di un pendolo e la vocalist che ripete più volte, in crescendo, “time… time… TIME!”, un brano che alterna passaggi thrash (si avverte soprattutto nel riffing) a momenti più melodici e ariosi, di stampo heavy metal, certo un HM non proprio affine a “Defenders Of The Faith” o “Seventh Son…”, più simile a quanto prodotto da fine anni ’90 in poi; l’amalgama tra durezza e pathos è riuscita, da segnalare un discreto ritornello, mentre da 2:09 a 2:16 ca. una poderosa accelerazione svela il versante più estremo e incazzato dei MadHour.
“I Am Violence” si dipana in quasi 4 minuti e mezzo, ha una vena notevolmente più anthemica, si tratta di un brano con una metrica ed una cadenza tipicamente heavy metal, suonato ed interpretato però dal quintetto con l’ignoranza che si addice ad una band thrash metal. Il pre-chorus è rapido e incalzante, mentre un tappeto di doppia cassa accompagnato dai piatti sui quarti sostiene, nel ritornello vero e proprio, l’apice emotivo del brano.
“Beginning of Disaster” non è un inno all’innovazione ed alla creatività, si tratta di una canzone a mio parere molto simile alla precedente, con un piglio più aggressivo e un riffing di stampo thrash più serrato.
“Wrong Reality” ha il pregio di essere concisa e diretta, degni di nota alcuni stacchi tipicamente Iron Maiden primi ‘80s, istintivamente direi 1981-82, i momenti più interessanti del brano sono quando la band preme sull’acceleratore: ben fatto.
Ecco qui “Hour of the Mad”, nemmeno 3 minuti di thrash metal veloce e arrabbiato, forse ad un primo impatto può apparire come una “Wrong Reality” erroneamente registrata a velocità doppia, ma dopo alcuni ascolti il responso è favorevole, una buona dose di schiaffi in faccia. Personalmente ritengo una pecca le backing vocals chiaramente “moderniste” nel ritornello.
“Innsmouth Rebirth” è una di quelle armi a doppio taglio: può venir fuori una canzone particolare, con un’atmosfera e un’espressività suggestiva, o si potrebbe fallire nel tentativo di creare un pezzo pretenzioso e realizzarlo invece con scarso effetto, fortunatamente i MadHour si avvicinano di più alla prima delle due opzioni.
La rinascita di Innsmouth probabilmente si riferisce al periodo in cui la fittizia città portuale creata da H.P. Lovecraft fu rimessa in piedi dopo che gli abitatori del profondo (Deep Ones), creature ibride, metà esseri umani metà bestie anfibie, che dimorano negli abissi, causarono morte e distruzione.
La canzone si apre con le onde del marine che s’infrangono sulla spiaggia, una serie di rullate sotto una chitarra che sale subito sugli scudi: un’atmosfera misteriosa, senza tempo, con una melodia orientaleggiante che in certi punti rimanda agli Iron Maiden, ritmica terzinata e mood oscuro, tetro con una punta di disperazione apocalittica, soprattutto dalla seconda strofa, che sfocia in un ritornello che t’impone immediatamente di metterti a cantare, davvero ben costruito ed interpretato da tutti i membri! Piccola osservazione: sarà che vedo rimandi ad altri artisti sparsi in ogni canzone post 1989, ma certo questo ritornello mi ricorda una band americana di culto, che da sempre tratta tematiche esoteriche e mistiche, ovvero i Lord Weird Slough Feg del defender Mike Scalzi (ora semplicemente Slough Feg)!
“Dead Men Eyes” ci porta su altri binari, più dinamici e movimentati per 3 minuti e 23 secondi, mi richiama alla mente i ritmi degli Anthrax più immediati e divertenti, anche se il brano ha sempre il mood cupo dell’intero disco; inizialmente potrebbe sembrare un filler, invece ha il compito di ricondurci sul versante più veloce del gruppo.
“River of Blood” rialza il minutaggio (5:18), ma si mantiene costantemente movimentata, “thrashy”. Mi ricorda in modo parziale “Hello from the gutter” degli Overkill. Difetto di questo brano, passaggi in cui tornano a farsi sentire echi “modernisti”.
Penultimo pezzo dell’album è “Soul in the Dark”: di nuovo l’originalità non è la prima cosa che salta all’orecchio, questo brano risente fortemente dell’influenza dei Judas Priest post reunion con Halford, la canzone dipana su tonnellate di melodia sorrette da un vibrante tappeto di doppia cassa, cori il quanto più possibile “eroici”, intensi, per terminare il brano con un deciso innalzamento della velocità.
Chiude le danze “Straight through the Eyes”, song a tema piratesco…svolta power secondo il modello Running Wild, come fulmen in cauda? No, affatto. Descriverei questo pezzo in maniera un po’ stramba, ma mi fa venir in mente quest’immagine: i Metallica del 1989, l’anno del live Seattle, che suonano una cover di “Ghost of Navigator” degli Iron Maiden! Inizialmente era una di quelle che mi aveva convinto meno, invece poi ho potuto apprezzarne la carica battagliera di lotta all’ultimo sangue sotto il vessillo del Jolly Roger.
“Ghost Town” è un album onesto in cui i musicisti riversano le loro abilità con sudore e forza, il disco si mantiene omogeneo nell’atmosfera plumbea, il mix e l’alternanza di heavy classico e thrash metal è equilibrato, la voce può risultare tutta uguale durante il disco, non particolarmente possente o in grado di salire di tono, ma di sicuro Lau non ci propina l’orrido tentativo di growling che da un decennio circa ad oggi sembra andare assai di moda tra le sue colleghe. Album promosso.

Lorenzo Cipolla

Tracklist:
Killing Season
I Am Violence
Beginning of Disaster
Wrong Reality
Hour of the Mad
Innsmouth Rebirth
Dead Man Eyes
River of Blood
Soul in the Dark
Straight Through the Eyes

Band:
Lau: Vocals
Paul: Lead Guitars
Sarah: Guitars
Ul Teo: Bass
Michele: Drums

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