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Ainis: parlamento, meglio distante che latitante

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Ainis: parlamento, meglio distante che latitante –

Il parlamento dovrebbe essere il centro del potere, delle decisioni, secondo la costituzione italiana. E invece, sui problemi legati alla pandemia del coronavirus, parlano e decidono tutti meno il parlamento, che risulta al momento in quarantena.

Lo denuncia oggi su Repubblica il costituzionalista Michele Ainis: “i partiti sono scivolati dietro le quinte della scena pubblica, hanno perso via via ogni capacità d’elaborazione e di proposta, mentre risuona la voce del Premier, dei governatori, dei sindaci, di tutte le istituzioni monocratiche. E perché il Parlamento si è messo in quarantena: prossima seduta il 25 marzo, uno stop di due settimane”.

“Siamo poi così sicuri – scrive Ainis – che l’emergenza giustifichi l’eclissi delle assemblee parlamentari? E dei Consigli regionali, provinciali, comunali, perfino delle assemblee di condominio? Davvero l’amministratore, in tutti questi casi, può decidere senza consultare i propri amministrati? (…) La nostra Carta custodisce l’ambizione, o forse l’illusione, d’assoggettare lo stato d’eccezione alle regole dello Stato di diritto. E la prima regola è per l’appunto questa: il primato delle assemblee legislative”.

Significa, secondo Ainis, che “è lecito, ad esempio, restringere la libertà di circolazione e di soggiorno per motivi sanitari; però la decisione spetta al Parlamento, l’unico luogo delle nostre istituzioni abitato dall’opposizione, oltre che dalla maggioranza. Da qui, in secondo luogo, lo speciale trattamento del decreto legge, ossia dello strumento normativo concepito per fronteggiare le emergenze. È il governo a scriverlo, poiché l’urgenza reclama soluzioni rapide, immediate; tuttavia le Camere devono convertirlo in una legge stabile entro 60 giorni, altrimenti il decreto perde ogni efficacia”. (…)

Secondo Ainis, “gli interventi che hanno murato gli italiani dentro casa sono giusti, però viaggiano su un veicolo sbagliato, a guardarlo con gli occhiali dei costituenti: il Dpcm. Significa decreto del presidente del Consiglio dei ministri, dunque un regolamento, dunque un atto solitario del Premier, sia pure circondato da una serie di pareri. Eppure fin qui ne sono stati adottati 7 (e 3 decreti legge). Mentre il Parlamento è zitto, muto come un pesce. Non una mozione, una risoluzione, una direttiva per orientare le decisioni del governo. Autoriduzione del numero dei votanti, quando c’è stato da approvare lo sforamento di bilancio. Infine tutti a casa: Camere chiuse per coronavirus”. (…)

C’è uno strumento, ricorda Ainis, che “anche in questo tempo eccezionale può rinvigorirle: il voto telematico. Vero, la Costituzione (articolo 64) richiede la “maggioranza dei presenti” per la validità delle delibere di Camera e Senato. Però già adesso i parlamentari in missione vengono conteggiati fra i presenti. Sono presenti – sia pure dietro lo schermo d’un computer – gli studenti che ricevono lezioni online, così come i parrocchiani che ascoltano la messa in streaming. Il voto a distanza è in uso, per esempio, presso il Parlamento catalano. E l’ultimo decreto legge del governo permette ai Consigli comunali e provinciali di riunirsi in videoconferenza. Faccia lo stesso pure il Parlamento: meglio distante che latitante”.

Insomma, commento mio, l’emergenza si può gestire anche rispettando la costituzione, le regole democratiche, i cittadini rappresentati bene o male da deputati e senatori. E invece Conte decide, anche se contraddicendosi da una settimana all’altra, e il parlamento sta zitto, rinunciando al quel poco potere che gli era rimasto.

Arrigo d’Armiento

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