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Andare per stadi, prima che ricominci il campionato

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Andare per stadi, prima che ricominci il campionato –

Chi ama il calcio, adesso deve contentarsi di quello che vede in televisione. Siamo agli sgoccioli del mondiale, fioccano le scommesse, le previsioni, le profezie su chi porterà a casa la coppa, che i russi, sconfitti dalla Croazia, non potranno tenersi in cassaforte.

Per il campionato italiano, che si annuncia avvincente come a ogni vigilia, bisogna aspettare ancora qualche settimana. Perciò, è proprio questo il momento di “Andare per stadi” come suggerisce Pierluigi Allotti nel volumetto che il Mulino ha appena pubblicato (160 pagine, 12 euri) nella collana “Ritrovare l’Italia”.

Andare per stadi quando gli stadi sono vuoti, senza tifosi, senza ultras, serve a riscoprirli, come monumenti, come testimonianze dell’epoca in cui sono stati costruiti, serve a risvegliare nostalgie di trionfi passati e a accarezzare speranze di trionfi futuri.

Qui, Allotti – giornalista, autore di libri di storia (“Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo” e “Quarto potere. Giornalismo e giornalisti nell’Italia contemporanea” pubblicati da Carocci) ricchi di documenti che fanno luce su tanti nomi che preferirono e preferirebbero un po’ di oscurità su parte della loro carriera – profitta dell’estate per regalarci un quadro leggero e sfizioso dei campi sportivi dove è nata e cresciuta la storia del calcio in Italia, che ci costringerà a guardare con occhi diversi i templi più amati dai connazionali.

Gli stadi italiani nel libro non entrano tutti, sarebbero troppi, occorrerebbe un’enciclopedia, non c’è città o paesello che non ne abbia almeno uno, o due, o chissà quanti se si contano quelli dei dilettanti. Ma ci sono i più importanti, quelli delle città più grandi, o delle squadre che hanno fatto la storia del calcio, come gli stadi di Genova, di Vercelli, di Bologna. Già, Vercelli. Chissà in quale serie gioca ancora la Pro Vercelli, dopo aver conquistato all’inizio del secolo ben sette scudetti. Allora i soldi contavano poco, sul campo andavano veri dilettanti, veri sportivi che durante la settimana sgobbavano come persone normali, non come gli idoli di oggi, tutti palestra e beauty farm.

A Bologna il primo stadio del partito fascista, voluto da Mussolini per impadronirsi del vento che spirava sui nuovi dèi degli italiani. A Torino il più grande di inizio secolo, e poi gli altri, il comunale, il Filadelfia, il Delle Alpi, lo Juventus Stadium (che ora ha cambiato nome, che però non dico perché sarebbe pubblicità per lo sponsor).

A Roma il campo Testaccio, oggi in rovina, il Flaminio, ex comunale e ex Torino, ora abbandonato, ridotto a rifugio di clandestini e drogati, fino all’Olimpico, detto stadio dei centomila. Non mancano nell’elenco il Sant’Elia di Cagliari, il San Paolo di Napoli. E Marassi a Genova, e il Bentegodi a Verona, e l’Adriatico di Pescara, e il San Nicola di Bari, e il comunale di Firenze.

Di ognuno, Allotti racconta la genesi, la storia, le gesta dei calciatori che lo hanno legato a tifosi e sportivi locali e di tutta Italia.

Sì, è proprio il caso di leggere, in spiaggia o davanti al condizionatore di casa, il lavoro di Allotti per scoprire i segreti degli stadi e, magari, impegnandosi a visitare, a andare in pellegrinaggio ai vecchi impianti sportivi, come si va al Partenone o alla Sagrada Familia. E, appena comincia il campionato, scrutare col binocolo che cosa è rimasto di antico sotto le coperture spaziali che riparano dalla pioggia i tifosi di oggi.

Arrigo d’Armiento

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