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De Felice: è il momento di passare alla repubblica semi-presidenziale

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De Felice: è il momento di passare alla repubblica semi-presidenziale –

Gianni de Felice sostiene su fb che questo è il momento di passare alla repubblica semipresidenziale. Concordo e spero.

Sono a favore della repubblica semi-presidenziale dagli anni cinquanta. Leggevo Carlo Barbieri sulla Tribuna Illustrata che citava spesso Giuseppe Maranini. Pacciardi propose l’elezione diretta del capo dello Stato nel 1963 e i partiti lo fecero scomparire, definendolo addirittura fascista. Fascista lui, che il fascismo lo aveva combattuto quando il fascismo c’era.

Solo la repubblica presidenziale, considerata non opportuna in Italia, e quella semi-presidenziale alla francese, con il voto a due turni, possono riuscire a dividere il popolo in maggioranza e opposizione.

Poi, occorre abolire il voto di fiducia, che in Francia non c’è, e il potere di scioglimento anticipato delle camere, il solo modo di non far dipendere il governo dai ricatti dei partiti e il parlamento dal ricatto del governo. Così, il governo governa, senza il pericolo di cadere, e il parlamento fa le leggi, senza il pericolo dello scioglimento anticipato.

In realtà, i presidenti hanno sempre influito sulla scelta e sull’attività dei governi italiani. Einaudi, zitto zitto, dettava a Degasperi le linee della politica economica. Gronchi ci provava, inventandosi una politica estera poco atlantica e imponendo un governo di centrosinistra, affidato al suo amico Tambroni, confermato da lui, Gronchi, anche quando i voti in parlamento invece che dal centrosinistra li ottenne dai missini.

Segni provò a evitare il centrosinistra lavorando a un governo di centro e ottenne solo di essere considerato, ingiustamente, un golpista. Saragat imponeva governi di centrosinistra. Leone fu il solo presidente notaio e gli costò caro non essersi allineato a sinistra.

Pertini dette l’incarico di formare il governo prima a Spadolini e poi a Craxi che non rappresentavano il partito di maggioranza relativa.

E poi Cossiga, che aveva atteggiamenti presidenzialisti in tutte le sue esternazioni. E poi Scalfaro, e Ciampi, e Napolitano, e Mattarella, sempre più presidenzialisti e qualche volta anche di più.

Il presidente della repubblica venne definito all’assemblea costituente “commissario alle crisi”. Quando la maggioranza non si divide e appoggia il governo, il capo dello Stato è un presidente notaio, serve solo a “inaugurà li monumenti”, per usare le parole di Trilussa.

Quando c’è una crisi, e da anni c’è sempre la crisi, il presidente acquista enormi poteri: può scegliere il capo del governo, abbia questo la maggioranza oppure no; può sciogliere il parlamento o, minacciando lo scioglimento, mettere in riga deputati e senatori.

Insomma, poiché con le crisi si esalta il suo potere, c’è sempre il dubbio che nella sua azione faccia di tutto perché di crisi ce ne siano in abbondanza.

Nella repubblica semi-presidenziale, il presidente non ha interesse a favorire le crisi, perché metterebbe in crisi sé stesso.

Arrigo d’Armiento

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