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Da Omero al rock, la poesia è musica

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Da Omero al rock, la poesia è musica –

Avevo una professoressa d’italiano che amava leggerci la Divina Commedia con lo stesso ritmo concitato, frettoloso delle leggitrici dei telegiornali e delle conduttrici dei programmi di sport, che fanno pausa solo quando sono costrette a tirare il fiato.

La prof odiava le rime, evitava sempre di fare pausa alla fine di un verso, non sopportava la, diceva lei, cantilena delle poesie, l’importante era solo il significato.

Non le ho mai dato retta. La poesia è nata sulle note degli antichi strumenti musicali usati nella notte dei tempi, dai tam tam alla lira, alla cetra. Insomma, la poesia è musica, oppure non è poesia.

Lo sanno bene Maurizio Stefanini e Marco Zoppas, autori del ponderoso ma agile libro “Da Omero al rock – Quando la letteratura incontra la canzone” (il Palindromo, Palermo, maggio 2018, 300 pagine, 18 euri).

Stefanini e Zoppas partono dal Nobel a Bob Dylan per rivelare a chi non lo sa, o fa finta di ignorarlo, che le canzoni non sono “solo canzonette” come dice Bennato, sono letteratura in musica. E tutta la buona letteratura, anche quella mai musicata, rispetta il ritmo che l’autore le dà, la musica che è nascosta sotto le parole, siano versi o siano prosa.

Il volume è una carrellata di esempi di poesie trasformate in canzoni, di poesie nate come canzoni, figlie di autori che fanno e hanno fatto la storia della letteratura mondiale. Da Omero al rock, quindi dagli antichi aedi a Dylan, a Leonard Cohen, a Lou Reed.

Tra gli autori di poesie diventate canzoni troviamo nomi di grandi scrittori, Borges e Pasolini, tanto per citarne un paio, ma nel libro ci sono tutti. E troviamo canzoni popolari, nate da sole tra i contadini o i montanari, elevate a alta letteratura nella rielaborazione di geniali musicisti. E troviamo testi sacri insieme a poesie e addirittura romanzi di grandi autori, con citazioni che vanno dalla letteratura sudamericana, a quella degli Stati Uniti, a quella inglese, scozzese, irlandese, francese, italiana, senza dimenticare nemmeno il festival di Sanremo che, accanto al pop di moda, al filone delle mamme, a quello ultrasentimentale, riesce a trasformare in poesia il Risorgimento, con “Vola colomba” dedicata al ritorno all’Italia della città di Trieste e con “Aveva un bavero” (questa, tra l’altro, una delle versioni moderne della canzone popolare sulle prodezze de “La bella Gigogin”, che ha ispirato un’altro hit di Sanremo, “La colpa fu” e la celebre “Canzone di Marinella” di De André).

Preziose le pagine che ricostruiscono la genesi e la storia del tango – che Ramon Gomez de la Serna definiva amabilmente “il lamento di un cornuto” – i cui genitori sarebbero in Uruguay più che in Argentina, il paese che ne ha fatto la fortuna con Gardel.

Volete un consiglio? Comprate il libro e, nel leggerlo, cercate fra i vostri dischi i brani citati da Stefanini e Zoppas per avere la prova, se non ne siete già sicuri, che letteratura e canzone sono una coppia naturale, a prova di divorzio. (Nella foto, Bob Dylan)

Arrigo d’Armiento

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