Le rubriche di RomaDailyNews - OPS - Opinioni politicamente scorrette - di Arrigo d'Armiento

Sì o No, il parlamento continuerà a non contare niente

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    Sì o No, il parlamento continuerà a non contare niente –

    Quando all’assemblea costituente si discusse del numero di parlamentari da far sedere a Montecitorio e a Palazzo Madama, i comunisti insistettero per infilare nel parlamento un numero spropositato di deputati e senatori, un modo come un altro di assicurare uno stipendio ai funzionari di partito.

    Dall’altra parte, Einaudi e i partiti democratici cercarono di mettere un freno alla richiesta esagerata di Togliatti, giustificata con la necessità di dare rappresentanza al popolo. Ma i comunisti che entravano in parlamento non rappresentavano i loro elettori, erano obbligati a ripetere a pappagallo ciò che diceva Togliatti (che traduceva in italiano ciò che diceva Stalin).

    Si raggiunse un compromesso: un deputato ogni ottantamila elettori, un senatore ogni duecentomila (ma gli elettori del senato erano molti meno).

    Nel ’63, con l’aumento della popolazione e del numero degli elettori, per evitare che i parlamentari fossero costretti a rimanere in piedi per carenza di sedie, fu messo il limite a 630 deputati e 315 senatori (più cinque senatori a vita e i senatori di diritto) che era suppergiù il livello a cui era arrivato il parlamento in quegli anni.

    Adesso vogliono ridurne il numero a 400 deputati e 200 senatori (più i soliti cinque senatori a vita e quelli di diritto, che vedrebbero aumentare la percentuale del loro potere).

    Si fanno tanti conti su quanto lo Stato risparmierà con la riduzione. Pare che il risparmio sarà di circa 200 milioni (il referendum ne costa 300). Quattro soldi confrontati col bilancio dello Stato.

    Risparmio, sì, ma si sorvola sul concetto di rappresentanza. I parlamentari non devono soltanto discutere (adesso non lo fanno più) e approvare le leggi, hanno pure, ma guarda un po’ a che cosa ti costringe la democrazia!, hanno pure il compito di rappresentare le istanze, le necessità, i desideri, i problemi degli elettori che gli hanno dato il voto.

    Si chiamano deputati perché i cittadini li hanno deputati, participio passato del verbo deputare, a rappresentarli e si chiamano senatori perché la patria ha bisogno dei consigli dei vecchi saggi della nazione. Questa distinzione vale poco in quanto tra i senatori i saggi sono e sono sempre stati pochissimi.

    Se si elimina il criterio di rappresentanza, i parlamentari possono essere ridotti quanto si vuole: 600? E perché no cento, o cinquanta? Tanto ormai non rappresentano più gli elettori. Non bisogna dimenticare che, col sistema elettorale attuale, si vota su liste bloccate, compilate dai partiti senza che i votanti possano esprimere preferenze. Insomma, gli eletti non rappresentano gli elettori, rappresentano soltanto i partiti che li hanno messi in lista. Tanto vale, come proponeva scherzando Berlusconi, sostituirli con una card per ogni partito con indicata la percentuale raccattata.

    Pensare di risolvere, o contribuire a risolvere, i gravi problemi istituzionali che ha l’Italia (in questo momento un capo dello Stato non eletto dal popolo e un capo del governo non eletto da nessuno, soltanto nominato da un capo dello Stato che fino al giorno prima era un giudice costituzionale, scelto dai segretari dei partiti e non dai cittadini, e con un potere enorme, con la capacità del capo del governo di imporre al parlamento l’approvazione di qualsiasi legge minacciando la mozione di fiducia, che se respinta manderebbe tutti a casa), di risolverli limitandosi a ridurre il numero dei parlamentari, è una furba sciocchezza per prendere in giro i cittadini.

    L’Italia ha bisogno di un governo che rappresenti il popolo e di un parlamento che rappresenti i cittadini e sia in grado di fare le leggi, non di approvare a scatola chiusa i decreti del governo, come nelle dittature.

    Montesquieu ha dimostrato che la democrazia è possibile soltanto con la separazione dei poteri, che si può ottenere soltanto se il potere esecutivo, cioè il presidente della repubblica o il capo del governo, è eletto direttamente dal popolo e non dipende dal parlamento; e se il parlamento dipende soltanto dal popolo che lo ha votato e non può essere sciolto anticipatamente dal capo dello Stato o ricattato coi voti di fiducia.

    È così, con formule diverse, in tutte le democrazie, meno che in Italia, dove l’esecutivo dipende dal parlamento, il parlamento dipende dal capo dello Stato, il capo dello Stato non dipende da nessuno, nemmeno dal potere giudiziario da cui dal 1992 dipendono invece esecutivo e legislativo.

    I parlamentari possono essere ridotti fino a poche decine, o essere moltiplicati a diverse migliaia, non cambia niente: non hanno potere adesso, non ne avranno di più o di meno dopo questo inutile e costoso referendum.

    Arrigo d’Armiento

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