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Mulholland Drive – recensione 20 anni dopo
Mulholland Drive

Mulholland Drive

In occasione dei 20 anni dall’uscita originale il capolavoro di David Lynch è tornato in sala in edizione restaurata in 4k grazie alla Cineteca di Bologna. Ma cos’è Mulholland Drive venti anni dopo?

Ci sono registi in grado di scrivere la storia del cinema rimanendo saldamente ancorati agli stilemi classici della settima arte. Ci sono registi che si distinguono per un particolare stile estetico, che sia con i movimenti di camera o con la fotografia,  o ancora registi che prediligono una trama ed una messa in scena dissacrante e sovversiva.

Poi c’è David Lynch.

Il regista di Missoula che sin dal suo esordio ha messo in chiaro che non ci sarà più niente di chiaro.

Il cinema secondo David Lynch è un’arte interpretativa. Un’esperienza attiva dello spettatore, che gioca a tutti gli effetti la sua partita con il regista. Il quale sa benissimo di avere, però, tutto il potere possibile dalla sua e, forte di questo, crea.

Prendete una trama lineare e logica. Smontatela e mischiate in quello che sembra un apparente caos tutte le informazioni della trama principale in una seconda trama, a sua volta lineare ma condita da un quid onirico e da scene apparentemente slegate dal contesto e senza un significato immediato. Dopodiché invertite l’ordine di messa in scena, mostrando prima la seconda trama e poi la prima e quello che otterrete è un puzzle onirico ed emozionante con il quale Lynch ci racconta depressione, sofferenza, amore e morte.

Un film che è un indovinello, che senza la voglia di essere risolto può lasciarci basiti di fronte al progredire delle immagini (comunque bellissime registicamente e fotograficamente) di fronte ai nostri occhi e confusi dalla mancanza di senso in tutto quello che abbiamo visto e sentito.

Mulholland Drive, come tutte le opere di Lynch, ha bisogno di un “terzo tempo”. Il momento in cui lo spettatore raccoglie le informazioni date dal regista e comincia a ragionare: “Cosa significa quello che ho visto?”

Perché un senso c’è, ed è tutto lì nel film. Non serve nient’altro al di fuori di quanto Lynch ci racconta per comprendere Mulholland Drive. Serviamo noi.

E i significati dentro all’opera sono molteplici. La “semplice” trama viene utilizzata da Lynch per raccontare e denunciare la realtà del mondo del cinema. Tutto il marcio che si nasconde dietro la patina dorata del sogno Hollywoodiano ci viene sbattuto in faccia con veemenza dal regista, con scene semplici ma disturbanti, ironiche ma spiazzanti. Giochi di potere tra mafia e interessi economici, sogni di gloria che nascondono ombre di morte, l’ingenuità di chi sogna e la spietata capacità di approfittarsene da parte dello star system. Tutto questo e altro viene messo in luce dall’aspetto metacinematografico del film.

Amore, paura, invidia, gelosia, sofferenza e disperazione sono i veri protagonisti di questo film, mascherato da thriller noir ma che, in realtà, è un cuore spezzato giunto al suo ultimo sogno.

Mulholland Drive, forte del successo delle tre date delle proiezioni-evento, resterà nei cinema più a lungo di quanto inizialmente annunciato. La Cineteca di Bologna lo ha annunciato proprio oggi.
Se non lo avete visto, avete un’occasione in più.

Luca Silvestri