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La via italiana al declino
È in voga da qualche mese una forma di polemica bilaterale sul Reddito di Cittadinanza e sul sistema di protezione sociale italiano. Dico “bilaterale” perché essa proviene, con voci opposte, sia dalla parte datoriale, sia da segmenti giovani della popolazione. Se i datori, infatti, lamentano una carenza di lavoratori alle condizioni proposte e in particolari settori (specialmente turismo e servizi connessi), i giovani in cerca di occupazione criticano un mercato del lavoro che offre scarse tutele e basse retribuzioni.
È un dato di fatto che le politiche di moderazione salariale in Italia, dalla metà degli anni 90 in poi coniugate ad una massimizzazione delle forme di lavoro atipico nella logica delle cosiddette “riforme marginali”, non abbiano determinato da parte datoriale un aumento degli investimenti tale da favorire competitività e produttività e, quindi, una ricerca di risorse umane stabili e qualificate.
Lo studio storico del livello di protezione sociale (EPL) nei paesi OECD (Capparucci et al.) evidenzia un problema di flessibilizzazione dei lavori temporanei (i c.d. nuovi lavori) rispetto alle forme contrattuali tradizionali (tempo pieno e indeterminato) con un inadeguato livello di protezione sociale per i periodi di disoccupazione (la c.d. “flexicurity”). L’introduzione di un istituto universale di protezione sociale, pur criticabile sotto aspetti concettuali ed applicativi, ha in parte cambiato questo scenario con effetti piuttosto variegati.
Occorre infatti, nel caso italiano, considerare una tendenza al lavoro irregolare che è maggiore in alcuni settori produttivi (agricoltura e servizi) e in alcuni contesti geografici e la potenziale “saldatura” fra status formale di disoccupato e percettore di sussidio e lavoro irregolare, con la generazione di un indebito vantaggio competitivo per la parte datoriale, a fronte di un livello di controllo ispettivo, compito precipuo degli apparati pubblici, insufficiente. Ciò vale sia per il contrasto al lavoro irregolare, sia per la verifica dei requisiti per la titolarità del diritto alla percezione dei sussidi.
Al basso livello di investimenti privati si somma quindi un basso livello di investimenti pubblici nel settore del contrasto al lavoro irregolare e della prevenzione dei comportamenti fraudolenti.
Peraltro, la risposta tradizionale del mondo produttivo alle rigidità connesse ai costi fissi (energia, costi di transazione e costi di distribuzione) sovente dipendenti da carenze infrastrutturali del sistema paese si è concretizzata e consolidata dalla metà degli anni novanta in poi in una costante politica di moderazione salariale per il lavoro “tradizionale” ed in una accentuata politica di flessibilizzazione e precarizzazione per il lavoro non tradizionale, senza che questo consentisse di incidere in modo significativo sul livello di disoccupazione.
Altra faccia del fenomeno è la creazione di un numero crescente di “working poors” attesa la dinamica retributiva assolutamente inferiore rispetto alla media europea e l’elevato cuneo fiscale che rappresenta il costo dovuto alle storiche rigidità e tare del sistema paese, sia in relazione ai costi fissi per le famiglie, sia in relazione alla dinamica del debito pubblico ed alla sostenibilità della componente di spesa del bilancio del settore pubblico.
E’ l’anticipo di un ritorno a condizioni socio economiche simili a quelle precedenti al cosiddetto “boom”.
Negli ultimi mesi a questo scenario si è aggiunto anche l’effetto, sulla psicologia sociale, della crisi pandemica e la conseguente riduzione della predisposizione al sacrificio che ha caratterizzato la fase della grande emigrazione interna dal Sud al Nord proprio negli anni sessanta, un elemento che, unito al basso livello delle retribuzioni offerte sul mercato del lavoro ed agli elevati costi di rilocazione, ha inciso anche sulla attrattività del lavoro pubblico a tempo indeterminato, tradizionale aspirazione del ceto medio.
Non è da ignorare l’effetto della contrazione demografica ormai da decenni in corso in Italia: non è raro, infatti, che i neoassunti anche in posizioni di lavoro stabile abbiano età non più verdissime.
A tutto ciò va aggiunta la spirale inflazionistica determinata dalla crisi ucraina e dalle dinamiche speculative connesse alla ripartenza economica globale nella fase calante della pandemia che ha liquidato le aspirazioni europee (o sarebbe meglio dire tedesche) al primato della stabilità dei prezzi su ogni altro obiettivo di politica economica.
E’ opportuno evitare di liquidare queste criticità in una logica “benaltrista”. In particolare ciò è vero per la classe dirigente, politica ed imprenditoriale.
L’insieme di questi elementi potrà infatti mettere in grave difficoltà la partitocrazia italiana estremamente frammentata, legata a politiche identitarie di tipo elettoralistico, incapace di esprimere una visione coerente sugli obiettivi ed i principi di fondo ai quali ispirare le scelte di base in termini di politica economica, fiscale e dei redditi.
Il rischio di un periodo di stagflazione è elevato, attesa la combinazione fra abitudine ed attitudine alla moderazione salariale del lavoro tradizionale ed alla precarizzazione dei lavori flessibili, da un lato, ed inabilità della classe dirigente a definire scelte di politica economica, fiscale e dei redditi non dettate da logiche di consenso di brevissimo periodo, dall’altro.