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Il cesto di mandarini

Aver intestato il PD ad Elly Schlein non dovrebbe spegnere l’attenzione di coloro che, negli anni, hanno osservato l’avvitamento della c.d. “sinistra a vocazione maggioritaria” su sé stessa, né far loro dimenticare che i mali del partitone sono stati essenzialmente due. Il primo è la persistente non risoluzione dell’equivoco di fondo, direi matriciale, del PD e cioè la crasi impossibile fra schegge dell’ultimo correntismo DC e le opime spoglie dei DS (già epigoni, a loro volta, di parti del correntismo dell’ultimo PCI).

La conseguenza, viva e potentemente viva ancora oggi, è che il PD è un partito di correnti, camarille e conventicole assolutamente autoreferenziali. Un brodo di coltura di “grandi elettori” che fanno e disfano in barba alla base (che, infatti, si era prepotentemente allontanata dalle gerarchie consegnando, con il non voto, il paese alla Meloni) e che, si badi bene, hanno scelto la copertina Schlein, ma sono ancora lì ben presenti a partire dal più potente dei Mandarini, Dario Franceschini.

Il secondo problema per così dire genetico del PD è il suo essere una “cosa” che, di volta in volta, ha sposato: politiche liberiste sui diritti tradizionalmente patrimonio della cultura politica socialista, imbarazzanti fallimenti sui c.d. “nuovi diritti” (rispetto ai quali ha marchianamente fallito nella ovvia e giusta coniugazione insieme ai “vecchi diritti”, dimenticando che i diritti – sociali, economici e civili – sono tutti sullo stesso piano), vocazione suicida al governismo a tutti i costi (se c’è un governo del Presidente, loro ci sono sempre dentro, salvo poi auto devastarsi ogni possibile consenso elettorale e perdere seccamente le prime elezioni politiche dopo la fine dell’esperienza “tecnica”).

In sintesi, il PD è riuscito nel miracolo di fare politiche di destra – partendo con l’Ulivo e la Legge Treu sino all’abrogazione dell’articolo 18 e al c.d. “Jobs act” – alienandosi il tradizionale bacino elettorale e finendo per essere scavalcato nelle preferenze dalla destra vera secondo l’antico adagio per cui la clientela sceglie di norma il prodotto originale e non la cattiva imitazione.

Quanto alla Schlein il rischio è che sia in atto un’operazione copertina (la segretaria buona per l’opposizione e per “vendere” un nuovo che nuovo non è al popolo “becco”) orchestrata dai soliti diadochi.

Ho avuto modo di conoscerla dal vivo e terrò per me la mia impressione perché sarebbe poco elegante esprimere un parere basato su una conferenza stampa di dieci minuti e uno scambio di battute.

E’ possibile che riesca a trasformare un partito che è solo apparato di potere completamente scisso dalla società reale in una qualche forma di sinistra contemporanea: un qualcosa il cui ubi consistam non potrà essere solo la somma di “nuovi diritti” ed “ecologismo militante”, ma dovrà inevitabilmente produrre una elaborazione capace di rappresentare una visione della società italiana prossima ventura che sia anche socialmente accattivante e politicamente votabile.

Per ora io vedo un cesto di mandarini con una nuova etichetta sopra, ma sarei lieto di essere smentito.

Elly Schlein segretaria la sfida inizia oggi