Riva era più sardo dei sardi perché lui non lo era per caso, come chi nasce nell’isola, lui era sardo perché decise di esserlo –
Sì, Giggi con due g. Magari a Leggiuno, vicino a Varese, dove Riva era nato nel 1944, di g ne mettono una soltanto, ma i sardi raddoppiano molte consonanti, specialmente se si rivolgono ai conterranei. E Riva era più sardo dei sardi perché lui non lo era per caso, come chi nasce nell’isola, lui era sardo perché decise di esserlo.
Quando, a 19 anni, approdò al Cagliari, non era convinto di voler restare, sperava di poter tornare in continente, magari all’Inter o al Bologna, le squadre in quel periodo in testa alla classifica. Gli bastò poco per capire chi erano i sardi, che mondo umano, amichevole era quello in cui era capitato. E non volle mai accettare le sostanziose offerte della Juventus e di altri squadroni. Cagliari, la Sardegna tutta sentì che era casa sua.
Lo conoscevo, abitava a poche decine di metri da casa mia. Avevamo amici comuni, qualche volta mi fermavo a chiacchierare con lui, a chiedergli consigli quando mio figlio giocava in una squadra di Cagliari. Per le strade cittadine non girava con la scorta, come fanno i campioni d’oggi. Camminava in mezzo alla gente, qualcuno gli faceva un cenno di saluto, ma nessuno lo disturbava, nessuno gli chiedeva l’autografo, secondo la moda americana. Non si chiede l’autografo a un amico, a un vicino di casa.
Come è morto? Un malore, l’epidemia che da qualche tempo colpisce chi sta bene in salute. All’ospedale volevano sottoporlo a un intervento al cuore, un’angioplastica coronarica che lui rifiutò. Non si può operare una persona senza il suo consenso, dicono i medici. Giusto, ma mi domando se i medici lo abbiano avvertito del pericolo che correva. Mio fratello, con lo stesso problema, un anno fa gli è stato sùbito detto del rischio letale che l’aveva colpito. Mezz’ora dopo il ricovero era in sala operatoria. Tre giorni dopo l’intervento è tornato a casa.
Addio Giggi Riva. E da lassù non guardare le partite in televisione, meglio evitare di arrabbiarti vedendo come è ridotto il calcio d’oggi.
Arrigo d’Armiento

