Le pillole di Polly: recensione di “Limonov” di Emmanuel Carrère
Quanti adulti possono dire, in tutta onestà, di essere diventati esattamente quello che sognavano da bambini?
Probabilmente davvero in pochi, ma almeno qualcuno c’è. Senza dubbio, uno di loro è Ėduard Limonov, che può vantarsi di aver realizzato tutte le aspirazioni più audaci che aveva nella sua infanzia.
Eppure, come diceva uno dei personaggi più saggi della scrittrice statunitense Marion Zimmer Bradley, sarebbe bene stare “attenti a ciò che si desidera, perché potrebbe anche realizzarsi”.
E in effetti Ėduard, diventando quello che sperava da bambino, non è che ci abbia guadagnato granché. Sì, perché da piccolo aspirava a diventare un uomo che metteva paura alla gente, se non addirittura un delinquente, e in certi periodi della sua vita ci è riuscito perfettamente.
Certo, così facendo non ha reso felice chi gli stava intorno, e tantomeno se stesso; nessuno, però, può accusarlo di non essere stato coerente.
E poi, che vita avventurosa che è stata la sua. Quando a vent’anni è finito in un manicomio russo, simile più ad un carcere duro che a un luogo dove si dovrebbero assistere persone che soffrono, nessuno avrebbe scommesso un rublo su quel ragazzo che, così giovane, aveva già tentato il suicidio.
Eppure, Limonov ha stupito tutti dimostrando di avere almeno due qualità: la tenacia e il coraggio. Così, da vero duro qual è, ha vissuto le esperienze più impensabili, senza mai arrendersi di fronte alle difficoltà. È stato un teppista durante l’adolescenza, poi astro nascente della élite letteraria di Mosca, passando per essere un senza tetto e un maggiordomo a New York.
Poi, finalmente, è riuscito a farsi un nome grazie al suo talento letterario; dopo le prime difficoltà, infatti, è riuscito a pubblicare vari romanzi che hanno avuto un discreto successo.
Certo, il fatto di aver rimpianto Stalin e di aver combattuto a fianco dei serbi durante il conflitto nella ex Jugoslavia, facendosi fotografare accanto al criminale di guerra Arkan, non contribuiscono certo a dare di lui l’idea di un uomo nobile.
Tuttavia, Ėduard ha accettato il carcere russo senza un lamento, ed è stato addirittura definito come una specie di martire per i diritti dalla giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per le sue coraggiose denunce contro il regime liberticida russo.
E comunque, chi mai può permettersi di giudicare un uomo, dal momento che è così difficile conoscere a fondo una persona?
Emmanuel Carrère, scrittore francese autore del romanzo, non ci ha nemmeno provato.
Dopo aver passato due settimane con Limonov, infatti, ha scritto una sua biografia romanzata, ma ha cercato in tutti i modi di non dare giudizi sul protagonista della sua opera.
Non ci è riuscito completamente, certo; del resto, ognuno di noi ha le sue inclinazioni, e nel romanzo traspare chiaramente l’antipatia dello scrittore francese verso il suo protagonista.
E in effetti, di simpatia Limonov ne suscita ben poca; non a caso è stato chiamato così perché il suo soprannome, in russo, richiama sia l’acidità del limone che la pericolosità delle armi di artiglieria.
Carrère lo descrive come invidioso del successo degli altri, desideroso di vedere una Russia che metta paura al mondo e pure un po’ nazista.Tuttavia, cerca anche di metterne in luce i pregi, come la generosità e il sapersi prendere cura delle persone in difficoltà anche se le disprezza, e non è poco.
Del resto, il lettore di “Limonov” non legge l’opera per dare un giudizio sul suo protagonista. Lo fa, e con grande piacere, perché Carrère ha saputo rendere la vicenda umana del russo con maestria, restituendogli la sua personalità forte e circondandolo di persone che, spesso, riescono a tenergli testa, a cominciare dalle sue mogli.
Così, scorrendo le pagine del romanzo ci si immerge a tal punto nelle vicende avventurose di cui è costellata la vita di Ėduard da avere l’impressione di conoscerlo.
È per questo che “Limonov” è una lettura irrinunciabile, che non a caso proviene da quello che probabilmente è il più grande autore contemporaneo francese.
Federica Focà

