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L’Europa e la marea che sale

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l43-federica-mogherini-140526162656_bigL’Europa rischia di annegare fra i guai. Sono molti e critici i dossier sul tavolo di Lady PESC, come piace definire alla stampa nostrana la neo nominata Alta Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune: Ucraina, crisi mediorientali (Libia, Siria, Iraq, Gaza), interventi in Africa per fermare l’epidemia di Ebola, i rapporti con Teheran, la grana indiana, lìaccordo di partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) e via elencando.

La marea sta salendo e molto in fretta, mettendo in discussione tanto la sopravvivenza dell’esperienza comunitaria europea  così come la conosciamo, quanto la struttura stessa delle nostre società che vorremmo democratiche e multiculturali.

Ma prima che l’Europa divenga, come probabilmente accadrà in pochi anni, terra di conquista o “festung Europa” (fortezza Europa), a seconda che prevalga il ventre molle delle democrazie parlamentari o una ventata autoritaria di tipo militarista in stile cileno,  abbiamo ancora la possibilità di crescere ed evitare la rovina o tristi involuzioni reazionarie.

E molto sta nelle mani di Federica Mogherini e della sua generazione, nella speranza che la PESC divenga qualcosa di più di un complicato acronimo: la storia recente ci insegna che gli stati membri preferiscono di fatto le agende nazionali ad un’agenda comunitaria in politica estera. Questo deve cambiare: nel rapporto con la Federazione Russa c’è tutta la questione della interdipendenza energetico-economica fra Mosca e Bruxelles, noi compriamo il loro metano, ma loro fanno quadrare i conti con i nostri soldi.

La politica tedesca di attrazione dell’Ucraina verso l’Unione ha innescato un dramma, fomentando spinte nazionalista e russofobe e provocando l’automatica reazione di Putin. Al banco Vladimir Vladimirovic ha già vinto la Crimea con l’accesso al mare per la propria marina, antico sogno zarista, ma ora il prezzo è la creazione di uno stato cuscinetto russofono nell’est di una nuova Ucraina federale. Di fronte a questa accelerazione, sostenuta dal rombo dei T90 che si esercitano continuamente al confine fra Kiev e Mosca, l’Europa balbetta: alla Mogherini il compito di raccogliere in una sola voce le molti voci degli stati dell’Unione. Dovrà, Lady PESC, occuparsi di due diplomazie: quella interna verso gli stati membri e quella esterna, verso Mosca.

La sicurezza comune, invece, deve esprimersi nella gestione della crisi iraqena, macchia nera della politica estera USA degli ultimi vent’anni, perché sebbene l’ISIL sia estremamente sopravvalutato, il rischio di trascinare nel gorgo il regno di Giordania, il Libano e Israele è tutt’altro che remoto. Iran e Turchia sono gli attori regionali di riferimento, vuoi perché la guerra civile iraqena è prima di tutto una guerra confessionale, vuoi perché il kurdistan iracheno è anche un problema turco. Perciò è con Khamenei e Erdogan che l’Europa deve promuovere un tavolo internazionale sull’ISIL e decidere se combattere una guerra per procura con massicci aiuti militari alle tre entità minacciate, Giordania, Libano e Israele, o intervenire direttamente con proprie forze sul campo, ipotesi tecnicamente irrealistica.

Infine, il dossier libico, regalino di Sarkozy e dell’insipienza italiana: una questione che ci riguarda da vicino per ovvi interessi petroliferi e perché è dalle coste libiche che l’invasione silenziosa di disperati si propaga all’Italia ed all’Europa. In Libia serve un’operazione di pacificazione e stabilizzazione e il partner di riferimento è chiaramente l’Egitto del generale Al Sisi. In questo scenario l’intervento militare europeo è più realistico, ma bisogna spiegare alla gente per cosa si manderebbero a combattere e a morire dei soldati, anche se sono possibili opzioni meno dirette come uno scudo aereo a favore di un intervento egiziano sul terreno, almeno in  cirenaica, ed a sostegno della fazione libica del generale Khalifa Belqasim Haftar.

Quale che sia la scelta disinnescare la questione libica è faccenda da far tremare i polsi.

Ma questo è un pasticcio nel quale l’Europa si è ficcata da sola – in spregio al concetto stesso di politica estera e di sicurezza comune – dividendosi oltremodo fra l’interventismo anglo-francese, la posizione dello struzzo italiana e l’indifferenza tedesca. Nel caso dell’Iraq invece la colpa è tutta americana e, quindi, avrebbe senso che fossero gli americani a mettere a posto la situazione.

Certo, la declinante leadership di Obama e la strategia di evitare il coinvolgimento diretto di truppe sul terreno, lasciando alla esacerbazione di conflitti regionali il compito di tenere in scacco i potenziali rivali (linea da sempre perseguita nei confronti dell’Unione Europea), non depone in favore di un intervento militare americano e questo rende ancora più critica la posizione dell’Europa.

(Cosimo Benini)

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