Storia di Émile Zola, lo scrittore che si batteva contro le ingiustizie foto

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    Émile Zola, prima che un grande scrittore, fu un uomo coraggioso: si batté contro le ingiustizie sociali del suo tempo senza mai aver paura delle conseguenze negative che il suo impegno poteva procurargli, esponendosi in prima persona in nome degli ideali di verità e giustizia. Per questo, pagò un prezzo molto caro.

    Padre del Naturalismo francese, nei suoi romanzi Zola raccontò le misere esistenze di minatori e operai che lavoravano tutto il giorno per un salario da fame. Attraverso le storie di personaggi appartenenti agli strati sociali più umili, lo scrittore di Germinal e de L’Ammazzatoio volle dimostrare che i meccanismi dell’ereditarietà e dell’ambiente influivano inesorabilmente sull’avverso destino dei poveri. Pertanto, l’unica strada possibile per evitare che i tanti lavoratori esposti al rischio della morte precoce per malnutrizione, freddo o alcolismo cadessero nel tunnel dell’autodistruzione era quella di migliorare le loro condizioni di vita. Gli argomenti scabrosi delle sue opere, che mettevano in luce senza filtri la miseria in cui versava il proletariato francese, gli procurarono il biasimo, se non addirittura il disprezzo, della parte benpensante della critica a lui contemporanea. Eppure, lo scrittore francese non si sognò mai di indietreggiare rispetto alle sue prese di posizione.

    Zola si assunse una responsabilità ancora più gravosa quando scrisse l’articolo J’accuse in difesa del Capitano dell’Esercito Alfred Dreyfus. Nello scritto denunciava il fatto che in realtà l’ufficiale francese fosse stato ingiustamente accusato di tradimento dallo Stato Maggiore dell’Esercito, fortemente antisemita, in quanto rappresentava un colpevole ideale perché di religione ebraica. L’impegno a favore di Dreyfus procurò a Zola un processo per diffamazione, una condanna ad un anno di prigione e l’esilio. Per di più, è stata avanzata l’ipotesi che la stessa scomparsa dell’autore, frettolosamente attribuita a un incidente domestico, rappresenti in realtà un caso di omicidio, architettato da qualcuno dei tanti nemici che si era procurato difendendo l’ufficiale ebreo.

    Lo scrittore non esitò ad esporsi neanche quando si trattò di sostenere e difendere un circolo di pittori osteggiati dalla critica e accolti con indifferenza dal pubblico per lo stile innovativo e incurante delle convenzioni. Tali artisti, che in seguito furono ribattezzati niente di meno che impressionisti, devono molto della loro affermazione alla protezione di Zola, scrittore già famoso e rispettato.

    L’intrepido autore nacque a Parigi il 2 aprile 1840 da François (nato Francesco Zolla), ingegnere italiano naturalizzato francese, e da Émilie Aubert. Nel 1843 l’allora facoltosa famiglia Zola si trasferì ad Aix-en-Provence, dove il padre era stato chiamato a dirigere la costruzione di una diga e di un canale. Quando Émile aveva sette anni però l’ingegner Zola morì, e la famiglia si trovò ad affrontare gravi difficoltà economiche.

    Il ragazzo riuscì comunque a frequentare la scuola ad Aix-en-Provence, dove conobbe il futuro pittore Cézanne. Strinse con tale artista un’amicizia che durò decenni: Cézanne fu anche, in seguito, presente nelle vesti del personaggio di Claude Lantier nel romanzo Il ventre di Parigi (1873). Nel 1858 Émile tornò a Parigi, dove frequentò il liceo Saint-Louis; tuttavia, il denaro per pagarsi gli studi finì, e dovette interromperli. Tentò due volte, a Parigi e poi a Marsiglia, di conseguire il “baccalauréat”, senza però riuscirvi. Per non pesare più economicamente su sua madre decise di cercare lavoro. Riuscì a farsi assumere come addetto al reparto vendite presso l’editore Hachette, per il quale lavorò fino al 1866. Nel frattempo, cominciò a pubblicare le sue prime novelle e collaborò con vari giornali. In questo periodo frequentava, con Cézanne, il circolo di pittori che in seguito vennero chiamati impressionisti. Scrisse anche un’accorata difesa di uno di loro, Édouard Manet, contro i critici conservatori: in cambio, il pittore lo immortalò in un ritratto.

    Nel corso di una soirée con gli amici impressionisti gli fu presentata Alexandrine Meley, una parigina della classe lavoratrice, della quale si innamorò. Nel 1867 arrivò il primo romanzo di successo, Thérèse Raquin, una storia di lussuria, omicidio e colpa. L’anno successivo ebbe la prima idea e cominciò a lavorare ai romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart, che lo tennero occupato per oltre due decenni. Le opere di tale ciclo erano scritte con metodo “scientifico”, secondo quanto stabilito dai principi del naturalismo, e si prefiggevano di mostrare come l’ereditarietà e l’ambiente influissero sulla vita dei membri di una famiglia. Zola mirava, attraverso la conoscenza della realtà sociale, soprattutto della classe del “proletariato”, a portare avanti una battaglia per il miglioramento delle condizioni di vita del popolo. Nel 1870 si sposò con Alexandrine; nello stesso anno scoppiò la guerra franco-prussiana, e i coniugi Zola si rifugiarono a Marsiglia e a Bordeaux, e durante la Comune a Bennecourt.

    Nel 1871 fu pubblicato il primo dei romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart, La Fortuna dei Rougon, ma fu il settimo, L’ammazzatoio (1877) che gli portò il successo. Grazie ai proventi delle vendite lo scrittore si arricchì, e poté comprare la casa di Médan. Nel 1880 scrisse Il romanzo sperimentale, in cui definiva il metodo narrativo naturalistico. Nel 1883 uscì Al paradiso delle signore, storia del riscatto attraverso il lavoro e la virtù della giovane orfana Denise. Seguirono una serie di romanzi giudicati scandalosi, che suscitarono un vespaio di polemiche. Tra questi, La Terra (1887), che descrive la disintegrazione di una famiglia di lavoratori agricoli, Nanà (1880), storia di una prostituta, Germinal (1885), ambientato nelle miniere del nord-est della Francia, e La disfatta (1892), un resoconto della guerra e della rivoluzione che scossero la Francia alla fine del Secondo Impero. Nonostante le critiche che le sue opere suscitarono sempre nei benpensanti, il successo e la fama di Zola crescevano sempre di più, e fioccarono i riconoscimenti: tra gli altri, nel 1888 lo scrittore ricevette l’altissimo privilegio di essere nominato Cavaliere della Legione d’onore. Nel frattempo, come nei suoi romanzi, anche nella vita privata Zola rifiutò la concezione convenzionale di moralità, legandosi con la giovane Jeanne Rozerot senza lasciare la moglie. Jeanne, che inizialmente era impiegata come domestica in casa sua, gli diede due figli, Denise e Jacques, quelli che non aveva potuto avere da Alexandrine.

    Nel 1897 Zola fu coinvolto nel più grande scandalo politico di Francia, il caso Dreyfus, come sopra accennato. L’Affaire aveva ad oggetto la vicenda dell’ufficiale francese Alfred Dreyfus, che era stato giudicato colpevole di tradimento e condannato alla detenzione presso l’Isola del Diavolo in quanto, essendo ebreo, aveva rappresentato il caprio espiatorio ideale per lo Stato Maggiore dell’Esercito francese, in cerca di qualcuno da incolpare per una fuga di notizie verso la Germania.

    Dopo essersi schierato apertamente a favore dell’innocenza dell’ufficiale Zola scrisse, nel gennaio del 1898, il famoso articolo J’accuse, pubblicato in forma di lettera aperta al Presidente della Repubblica sul giornale socialista L’aurore. La reazione del governo non si fece attendere, e Zola fu denunciato per diffamazione. Al processo Fernand Labori, l’avvocato di Zola, citò circa duecento testimoni, ma la Corte aveva ricevuto istruzioni perché la sostanza dell’errore giudiziario ai danni di Dreyfus non fosse evocata. Lo scrittore fu condannato al massimo della pena: un anno di prigione e 3000 franchi d’ammenda. Labori impugnò la sentenza, ma Zola fu nuovamente condannato e lasciò la Francia la sera stessa del verdetto per non essere arrestato. Poté tornare a Parigi solo nel giugno 1899, dopo undici mesi in esilio a Londra, in occasione di un secondo processo a Dreyfus.

    L’impegno di Zola nell’Affaire lo consacrò come difensore dei valori della giustizia e della verità agli occhi di una larga parte del popolo francese, ma gli portò anche molte conseguenze negative, come l’incredibile rifiuto da parte dell’Académie française di ammetterlo come membro. Zola comunque non smise mai di scrivere: nel 1899 fu pubblicato il romanzo Fécondité (1899), scritto durante l’esilio londinese. Tale opera doveva essere il primo di un nuovo ciclo, I quattro vangeli. Seguirono Lavoro (1901) e Verità, che fu pubblicato postumo.

    Émile Zola morì la notte del 29 settembre 1902, soffocato nel sonno dalle esalazioni della stufa della camera da letto del suo appartamento di rue de Bruxelles. Quando i medici arrivarono sul posto per lui non c’era più niente da fare, mentre la moglie Alexandrine si salvò. Le circostanze della sua morte si presentavano dubbie, pertanto non fu scartata l’ipotesi dell’omicidio; la polizia condusse delle indagini, che però non portarono a nessun risultato.

    Federica Foca’

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