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Storia di Totò, il Principe dal cuore d’oro

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    Ancora oggi, a 54 anni dalla sua morte, la televisione continua a riproporre i film del grande attore, paroliere e poeta Antonio de Curtis, in arte Totò. Il fatto che le pellicole del Principe della Risata siano seguite con simpatia ed interesse anche dai giovani è una conferma che la sua travolgente vis comica sia ancora attuale, e che continui a conquistare l’affetto del pubblico. Ma il persistente successo di Totò deriva, con ogni probabilità, non solo dalla sua straordinaria arte, ma anche dalla carica di umanità che, anche dal piccolo schermo, continua a sprigionarsi dalla sua persona. E la sensazione che il grande comico fosse una uomo degno anche nella vita di certo non è fallace, come sapevano tutti i poveri che si rivolsero a lui per chiedere aiuto, talvolta anche approfittandosi della sua bontà.

    La fortuna di dare i natali a Totò la ebbe la città di Napoli, dove il più grande comico dello scorso secolo nacque il 15 febbraio 1898 in Rione Sanità, via Santa Maria Antesaecula, civico 107. Antonio era il frutto della relazione tra Anna Clemente, una siciliana nubile e di umili origini, e di Giuseppe de Curtis, figlio di uno spiantato marchese che non digeriva il suo legame con una popolana, né tantomeno la presenza di un nipote illegittimo. Giuseppe si rifiutò, così, di riconoscere il figlio, e il piccolo Antonio venne registrato all’anagrafe con il cognome della madre, e come figlio di padre N.N. Il bambino passò l’infanzia tra le strade del suo quartiere, dove i suoi coetanei lo chiamavano con il soprannome che gli aveva dato la madre, Totò. Più che con Anna, Totò trascorreva la maggior parte del tempo con la nonna, Teresa, che lo accudiva e lo trattava con tenerezza. Il Principe della risata si rivelò subito un bambino particolarmente vivace e insofferente delle regole. Già a sette anni dimostrò di che pasta era fatto a dei bambini che lo prendevano in giro perché indossava dei pantaloni a rose rosse che gli aveva cucito la nonna Teresa. Per tutta risposta, si tolse i calzoni, e in mutande improvvisò dei passi di danza e una macchietta. Come scolaro, Antonio fu alquanto svogliato e negligente. Ottenne la licenza elementare soprattutto grazie all’insistenza di Anna, ma dovette ripetere la terza. Venne poi iscritto al collegio Cimino, dove rimediò accidentalmente un pugno in faccia da un precettore che aveva improvvisato un incontro di boxe durante la ricreazione. Il colpo gli deviò il setto nasale, difetto che gli conferì quella particolare asimmetria che rendeva unico il suo volto. La carriera scolastica di Totò si concluse precocemente, quando il ragazzo aveva quattordici anni. Il grande comico, infatti, era più curioso della vita che dello studio, e soprattutto amava già correre dietro alle gonnelle delle sue coetanee.

    Anna, che aveva sognato per il figlio un futuro da ufficiale di Marina, dopo l’abbandono scolastico se lo ritrovò invece assistente di Mastro Alfonso, pittore di arredamenti. In realtà, già in età adolescenziale Antonio mostrava la predisposizione per quella che, in seguito, divenne la sua grande passione: il teatro. Già nel 1912 frequentava i teatrini di periferia, esibendosi, con il soprannome di Clerment, in macchiette e imitazioni di Gustavo De Marco, comico all’epoca famoso per le movenze snodate, simili a quelle di un burattino, che in seguito Totò padroneggiò nel modo che conosciamo. Il ragazzo continuò a muovere i primi passi in teatri piuttosto scalcinati: nel 1914 si esibì vicino Piazza Garibaldi, dove per una lira e ottanta propose al pubblico il repertorio di De Marco. Tre anni più tardi si esibì, senza paga, presso il Teatro Salone Elena con la compagnia di Umberto Capece, ma fu licenziato in tronco per aver chiesto il rimborso di un biglietto del tram. Nello stesso periodo, riuscì ad esibirsi al Teatro Ambra Jovinelli di Roma, dove si cimentò ancora con l’imitazione di De Marco: lo spettacolo ebbe grande successo. Ma erano tempi difficili. La Grande Guerra era scoppiata, e ben presto Totò si trovò a doverci fare i conti. Le biografie ufficiali lo mostravano, poco più che sedicenne, che si presentava volontario al Distretto Militare di Napoli. In realtà, è molto più probabile che l’arruolamento di Totò si sia verificato non all’inizio, ma alla fine della guerra, e che sia avvenuto su chiamata. In ogni caso il servizio militare di Antonio, che inizialmente si svolse presso il Reggimento Fanteria di Livorno, non fu certo all’insegna della spavalderia e dell’abnegazione nel segno dell’amor patrio.

    Al contrario, il ragazzo trascorreva il tempo in ospedale, tra una malattia simulata e l’altra. In uno di questi ricoveri Totò subì le vessazioni di un caporale che, più tardi, gli fece coniare la famosa frase: “Siamo uomini o caporali?”. Alla fine della guerra Totò incontrò il suo primo amore, una sartina dagli occhi verdi e dai capelli neri di nome Angelina: trent’anni più tardi le dedicò una delle sue bellissime poesie. Al contempo, riprese l’attività teatrale a Napoli e in varie altre città d’Italia, alternando nei suoi spettacoli la rivista e il varietà, ed esibendosi da solo o con una compagnia di attori. Finalmente, il successo era arrivato: i manifesti riportavano il suo nome a caratteri cubitali, e fioccavano le scritture nei teatri più famosi come, solo per citarne alcuni, il Triaton, il San Martino di Milano e il Maffei di Torino. Nel 1921 il Principe della Risata vide un altro suo grande desiderio realizzarsi. Il 24 febbraio Giuseppe de Curtis sposò Anna, anche se fece aspettare ad Antonio ancora sette anni prima di riconoscerlo e fargli eliminare la sua odiosa etichetta di figlio di N.N.

    Dopo il matrimonio dei genitori, l’intera famiglia si trasferì a Roma dove, nel 1922, grazie al suo barbiere Pasqualino Totò riuscì a farsi scritturare nel più importante teatro di varietà romano, il Teatro Sala Umberto. A partire da questo momento, la sua ascesa verso la gloria fu irresistibile. Nel 1927 l’attore Achille Maresca gli propose di lavorare con lui in uno spettacolo di rivista, “Madama Follia”. Fu in quest’occasione che Totò incontrò l’attore Mario Castellani, che divenne sua spalla ed amico, rimanendogli accanto tutta la vita. Il Principe della risata in questo periodo poteva già vantare una certa agiatezza economica: vestiva elegantemente e offriva champagne ai colleghi grazie ai successi che collezionava, in particolare grazie agli spettacoli della rivista “Messalina” a Napoli. Ma nella vita privata ebbe un vero e proprio trauma a causa di una donna. Alla fine degli anni Venti il comico aveva intrecciato una relazione con la soubrette Liliana Castagnola. Tale legame finì in tragedia quando la ragazza, credendo di essere stata abbandonata da Totò, pose fine alla sua vita. Il comico ne fu sconvolto, e più tardi chiamò la sua unica figlia con il nome della povera ragazza.

    Nel 1933 Totò divenne capocomico di una propria formazione di varietà, scrivendo anche il canovaccio di alcune commedie. Nel suo repertorio si trovavano, tra gli altri, “Era lui… sì, sì, era lei… no, no”, “La banda delle bambole bionde”, “Il mondo è tuo”, “Quelli della mano verde”, “La vergine indiana”, “Belle o brutte purché sian donne mi piacciono tutte”, “I tre moschettieri” (dove impersonò D’Artagnan con una stampella d’armadio per spada e una penna di cappone sulla bombetta). Il 10 maggio dello stesso anno Totò diventò padre. La compagna Diana Rogliani, che sposò due anni più tardi, diede infatti alla luce la sua unica figlia, Liliana. Pochi giorni dopo la nascita della bambina si realizzò per il comico il sogno di una vita. Il Tribunale di Napoli emise un decreto con cui Antonio De Curtis veniva adottato dall’anziano marchese Francesco Maria Gagliardi Focas: ciò gli consentì di aggiungere al suo nome un vagone di titoli nobiliari, cancellando così, definitivamente, il suo passato da N.N. A tali titoli se ne aggiunsero molti altri quando, tre anni dopo, Gagliardi accompagnò Totò da un suo presunto parente, Gaspare de Curtis, dotato di un castello e di pile di documenti che attestavano la sua discendenza addirittura imperiale. Nel frattempo, i suoi colleghi cominciavano a debuttare sul grande schermo.

    L’esordio cinematografico di Totò fu invece piuttosto tardivo, ma quando avvenne il suo successo fu travolgente come un uragano. Il 21 giugno 1935 firmò un contratto con la casa di produzione di Titanus per due pellicole. Il primo film di Totò, “Fermo con le mani”, di Gero Zambuto, uscì nel 1937. Da quell’anno al 1967 Totò interpretò ben 97 film, visti da 300 milioni di spettatori, un record che non ha uguali nel cinema italiano. Mentre la carriera di Totò era alle stelle, sul piano personale le cose non andavano altrettanto bene: nel 1938 perse un occhio. Inoltre, il rapporto con la Rogliani, complice le tante scappatelle del comico con altre donne, unite alla sua gelosia ossessiva, era sempre più in crisi, fino alla definitiva separazione e all’annullamento del matrimonio in Ungheria.

    Dopo il film “Animali pazzi”, nel 1940 il Principe della risata girò “San Giovanni decollato”, del regista Palermi, in cui recitava per la prima volta con Titina De Filippo. Nel teatro di rivista dal 1941 ebbe un successo travolgente con “Quando meno te l’aspetti” (1941), “Volumineide” (1942), “Orlando curioso” (1942-43), “Che ti sei messo in testa” (1944), “Con un palmo di naso” (1944, con Anna Magnani), “C’era una volta il mondo” (1947), “Bada che ti mangio” (1948). Nel 1948 Totò fu protagonista di due film che gli diedero una vasta popolarità e che si confermarono come campioni di incasso: “Totò al giro d’Italia” (la prima pellicola che porta il nome di Totò, che poi si ripeté in altri 33 film) e “Fifa e arena”. Tra il 1949 e il 1951 il grande comico interpretò 16 film, da “L’imperatore di Capri” a “Totò cerca casa”, “Totò le Mokò”, “47 morto che parla”, “Totò sceicco”, fino a “Guardie e ladri”. Quest’ultima pellicola, con la regia di Steno e Monicelli e girata con il grande Aldo Fabrizi, gli valse il primo “Nastro d’argento” da parte del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici italiani.

    Nel 1951 accadde un episodio molto increscioso per Totò. Marziano II Lavarello Lascaris, un giovanotto romano che si faceva fotografare su un trono rosso nelle vesti dell’unico imperatore di Bisanzio, trascinò il comico in Tribunale “in quanto usurpatore e discendente di usurpatori”. Vinse Totò, e quattro sentenze passate in giudicato gli consentirono di fregiarsi di tutti i cognomi e gli attributi gentilizi della sua stirpe, vale a dire: Sua Altezza Imperiale Antonio Porfirogenito della Stirpe Costantiniana dei Focas Angelo Flavio Ducas Comneno, Principe Imperiale di Bisanzio, Principe di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Macedonia, di Illiria, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, duca di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo. Sempre nel 1951, il Principe de Curtis diede prova della sua maestria come paroliere. Durante le riprese di “Totò terzo uomo”, infatti abbozzò, su un pacchetto di sigarette Turmac, i versi di quella che divenne la splendida canzone “Malafemmena”.

    I cronisti dedussero che l’ispiratrice fosse Silvana Pampanini: in realtà, la vera malafemmena era la sua ex moglie Diana, rea di aver violato il patto, stretto al momento della separazione, di non lasciare la loro casa fino alle nozze di Liliana. Oltre a “Malafemmena”, Totò compose, senza contarne altre scritte per la rivista e l’avanspettacolo, quasi quaranta canzoni, tra le quali “C’aggia fa’!… C’aggia di’!”, “Miss mia cara Miss”, “Nemica”, “Core analfabeta” e “Povero core mio”.

    Nel frattempo, nel privato la vita privata del Principe de Curtis era passata dalle stalle alle stelle. Nel febbraio 1952 sulla copertina della rivista “Oggi” vide il volto di una bellissima ragazza, Franca Faldini, che aveva appena girato un film con Jerry Lewis e Dean Martin. Totò si procurò il suo indirizzo, le mandò un enorme mazzo di rose e le telefonò. Lei declinò l’invito a cena, ma lui trovò il modo di farsela presentare da amici comuni, e i due si piacquero. Totò e la Faldini annunciarono il loro legame in una conferenza stampa, e non si lasciarono più. Finalmente felice in amore, tra il 1952 e il 1956 Totò continuò la sua attività cinematografica con film come “Totò a colori”, “Un turco napoletano”, “Miseria e nobiltà”, “Totò, Peppino e la Malafemmina”, Totò, Peppino e i fuorilegge”, “L’oro di Napoli” di Vittorio de Sica e “Siamo uomini o caporali?”.

    Nel 1957 fu colpito da una grave forma di corioretinite emorragica. Pur con la vista ulteriormente ridotta, Totò non si scoraggiò. Dall’inizio della malattia fino alla morte interpretò altri 43 film, tra i quali “I soliti ignoti”, “Totò nella luna”, “La cambiale”, “Risate di gioia” e “Operazione San Gennaro”. Nel 1961 a Saint Vincent una giuria di giornalisti gli conferì la “Grolla d’oro” con la motivazione: “al merito del cinema, per aver da lunghi anni onorato l’estro e il genio del Teatro dell’Arte”. Nel 1964 uscì Il suo libro di poesie “A livella”, che raccoglieva 26 poesie che Totò aveva scritto a partire dagli anni cinquanta. Un secondo libro, dal titolo “Dedicate all’amore”, venne pubblicato postumo da Franca Faldini: il volume raccoglieva buona parte delle poesie che Totò aveva dedicato alla compagna con cui aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita.

    Nel 1966 Totò interpretò “Uccellacci e uccellini” del maestro Pier Paolo Pasolini, il regista che lo seppe valorizzare di più. Per questo film, Totò ottenne una menzione speciale al Festival di Cannes. Nel 1967 partecipò, ormai quasi cieco, al film “Capriccio all’italiana” negli episodi “Il mostro” e “Cosa sono le nuvole”, sempre di Pasolini. Ma il 14 aprile fu costretto ad interrompere la lavorazione per un grave malore.

    Nella notte di sabato 15 aprile subì un gravissimo infarto, al quale non sopravvisse. Il cuore del grande attore cessò di battere, ma questo non gli fece perdere l’affetto del pubblico. Al suo funerale, che si sviluppò in più cortei, uno dei quali presso il Rione Sanità di Napoli, parteciparono duecentocinquantamila persone. Durante la sua orazione, l’attore Nino Taranto dedicò al Principe della Risata queste parole: “Tu, maestro del buonumore, questa volta hai fatto piangere tutta la tua città”.

    Federica Foca’

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