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Una nuova politica del lavoro per il Paese fragile

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Alla crisi che nei decenni finali del II secolo a. C. aveva attanagliato la società e l’economia di Roma e dell’Italia intera Tiberio e Caio Gracco cercarono di contrapporre un ventaglio di provvedimenti radicali che, proprio per il tentativo di scardinare ormai inveterate consuetudini di alcuni luoghi di potere (l’oligarchia senatoriale), furono fortemente osteggiate. E in quella situazione di forte disagio la grande Roma divenne meta privilegiata di una grande quantità di persone, che, persa la loro vecchia occupazione, intravedevano nella città del potere, l’unica speranza di sopravvivenza.

Passando dalle notizie delle fonti letterarie antiche alle rilevazioni attuali, insomma da Plutarco all’Istat, dalle cronache del nostro passato a quelle del nostro presente, seppure statistiche e analisi vadano evidentemente a riverberarsi su società profondamente differenti, credo sia possibile trovare almeno alcune similitudini con la precaria situazione attuale del nostro Paese. Così, soffocato, anche a livello mediatico, dal voto al Senato della riforma dell’università e dalle proteste studentesche e, ancora, dalla legge sul legittimo impedimento, arrivano le rilevazioni Istat sulla crisi occupazionale italiana. Calati in un contesto nel quale, generalmente, le incertezze sopravanzano le certezze, i dati disponibili fotografano un Paese sempre più incapace di dare risposte adeguate.

Dopo gli anni 2007 e 2008, in cui il tasso si è mantenuto, con lievi oscillazioni, intorno al 6%, e i primi tre quarti dell’anno in corso nel quale è stato sempre al di sopra dell’8%, l’ultimo trimestre ci regala un davvero allarmante 8,7%. E sinceramente poco aggiungono alla questione le rassicurazioni del ministro del Welfare. Nonostante il suo pronto tentativo di ridimensionarne la portata, negativa, sottolineando che «la nostra disoccupazione è a un livello distante quasi due punti dalla disoccupazione  media europea», avendo utilizzato massicciamente «la cassa integrazione, anche in deroga e contratti di solidarietà», rimangono perplessità e dubbi. Che aumentano passando a una lettura per livelli, nella quale si scelgano parametri differenti, dai comparti geografici, alle fasce di età, al sesso infine.

L’analisi per aree geografiche evidenzia, non differentemente dal passato anche recente e comunque in linea con altri comparti del Paese, una accentuata divaricazione fra Nord e Sud: con un tasso di disoccupazione che registra un 5,2% al Nord, risultato del 5,5% del Nord-Ovest e del 4,8% del Nord-Est, un 7,0% al Centro e, soprattutto, un 12,1% al Sud. Sfortunatamente, elementi più incoraggianti non possono ravvisarsi rivolgendo l’attenzione ai giovani, in età compresa tra 15 e 24 anni, dal momento che in questo ambito le rilevazioni restituiscono un 24,7%. Addirittura più drammatica la disoccupazione delle donne che al Sud tocca il 36%.

Ma, forse, elementi di ancora maggiore preoccupazione, emergono allargando ulteriormente l’analisi, e sconfinando in zone d’ombra, a categorie diverse che, pur coinvolgendo schiere cospicue di individui, non sempre vengono contemplate. Penso, ad esempio,  agli “inattivi”, la schiera di chi non ha un posto e non lo cerca per mancanza di fiducia, che a livello nazionale si attestano al 38,6%, ma al Sud salgono al 50% e addirittura al 64,5% nel caso delle donne; ai circa 2 milioni in cerca (per un tempo non inferiore ai 12 mesi) di un impiego; ai 258mila posti persi da lavoratori a tempo indeterminato, che salgono a 349 mila considerando i lavoratori impiegati a tempo pieno.

Fin qui, i freddi numeri, comunque desolatamente eloquenti. Ma a tutto questo mondo nel quale la precarietà sembra essere il refrain più ricorrente, è necessario aggiungere quel tasso di sfiducia serpeggiante in tutto il Paese, quella che ormai è diventata compagna inseparabile non soltanto, come è facilmente immaginabile, della persona matura che perde il proprio lavoro, ma anche, e qui siamo di fronte a un fenomeno più sorprendente, di tanti under 25. E il problema è talmente tanto serio che, travalicando una delle cause prime della sua esplosione, appunto il mercato del lavoro e l’economia, ormai è divenuta (e lo diverrà ancora di più  nei prossimi mesi) una vera e propria battaglia antropologica e sociale da vincere, come indizia l’interesse crescente che ha suscitato l’argomento sui sociologi e i politologi.

Un concentrato dei mali della nostra società è fornito da una recente analisi di Marco Revelli (Poveri, noi, Einaudi), dalla quale emerge, in sintesi, l’immagine di un «Paese fragile, che non ammette di esserlo». Dei fenomeni che hanno contribuito al realizzarsi di questo malessere collettivo colpisce sopra tutto, più ancora che il diffondersi «di frustrazioni, veleni, risentimenti e rancori» e di sentimenti particolaristici a danno di quelli per così dire collettivi, la ricerca ad ogni costo del potere, così da divenire vincenti.

L’esito ultimo, forse più grave, di quella fragilità, declinata attraverso statistiche dei centri di ricerca più accreditati, è  andato ad incidere sui gangli vitali della società, cioè sui vertici e sulla larga base, decretandone una crisi profonda. È così, per paradosso, che la nostra società così impegnata nel raggiungimento di qualcosa che ci faccia apparire dei vincenti, si ritrova ora a gestire masse di persone, in molti casi disilluse, senza sogni, senza aspettative e soprattutto spaventate. L’affermazione che questa parabola discendente abbia avuto un forte impulso proprio, a partire dal 1994, in coincidenza con la nascita e dunque l’esplosione del berlusconismo non desta meraviglia. Per chiunque osservi con “animo libero” la stagione politica del premier e la sua vita patinata, rilevare che il suo contributo alla caduta di sostanza e di stile della società italiana sia stato fondamentale, credo, sia naturale.

Inutile sarebbe richiamare differenze e divisioni che si sono andate accentuando in questi 16 anni: tra Nord e Sud, tra poveri e ricchi, tra i proprietari delle 94mila barche al di sopra dei 10 metri e i possessori di un milione di auto di valore superiore ai 50 mila euro, da un lato, e i 4 milioni di persone che faticano  ad arrivare alla fine del mese, dall’altro, e, appunto tra occupati e disoccupati. Siamo, è evidente, in un contesto sociale ormai pericolosamente logoro, sul quale è necessario intervenire, seriamente.

Ma qui, su questo quadro, delineato in maniera fin troppo chiara sulla base di dati e analisi, l’intervento non può che essere quello della Politica. E la fiducia, il sorriso, non può nascere dalla battuta o dalla barzelletta del premier ma da una Politica che seguendo una lista “di priorità delle priorità” per dirla con Fini, metta mano alle deficienze strutturali di un Paese che ha bisogno di una rete di infrastrutture efficienti non di un Ponte sullo Stretto, di una riforma della Giustizia nazionale non di un Lodo Alfano ad uso e consumo di una sola persona, di una chiara strategia per il rilancio del Sud e di una nuova politica per il lavoro. Strategica, veramente strategica.

In una situazione così compromessa e soprattutto che non sembra offrire miglioramenti a breve, le controffensive predisposte dal ministro del Lavoro, con l’ausilio dell’unità operativa per l’occupazione giovanile, sembrano francamente inadeguate. E su questo punto le analisi del premio Nobel Edmund Phelps appaiono concordare, riferendo la mancanza di crescita economica in Italia (ma anche in Europa) a carenze delle istituzioni (in particolare mercato del lavoro non flessibile e sistema fiscale che penalizza il lavoro) e ad una cultura economica non pienamente al passo dei tempi. Forse anche più preoccupanti, probabilmente perché specificatamente focalizzate sulla situazione italiana, le considerazioni espresse da Confindustria. L’aver ribadito che «la ripresa c’è, ma in Italia è troppo lenta», per cui il governo deve impegnarsi in riforme strutturali per accelerare il tasso di sviluppo economico, dovrebbero spingere a una inversione di rotta.

Su questi temi, Fli, fin dall’inizio della sua avventura, ha espresso preoccupazione per lo stato attuale e ribadito la necessità di un progetto. Gianfranco Fini già all’inizio di settembre, a Mirabello, facendo sue le richieste del capo dello Stato, delle imprese e dei lavoratori, parlava di “un’Italia preoccupata”, ma soprattutto, rilanciava la proposta di una riforma del mondo del lavoro. Perché a destare preoccupazione non è certo solo il Sud, ma anche il Nord. Ed è una preoccupazione che nasce anche da quella commistione che spesso si rinviene tra mondo del lavoro e organizzazioni criminali sia al Nord che al Sud. Piuttosto quello che colpisce semmai, ancora una volta, sono alcuni dati: è il caso ad esempio del fatturato delle tre organizzazioni criminali che secondo alcune stime tra il 1993 e il 2009 è aumentato del 50%, in controtendenza con quanto avviene proprio per l’occupazione. Il fatto che in Italia, in maniera differente a quanto noto in Europa occidentale ma anche rispetto a qualsiasi paese avanzato, perduri il potere  e l’estensione del crimine organizzato, può in qualche modo contribuire a capire come vi siano dei meccanismi nel mondo del lavoro che continuano a procedere secondo regole non scritte e assai poco legali.

Diventa consequenziale che la riforma del mondo del lavoro non possa, e non debba, prescindere da un ristabilimento della legalità. Solo la re-introduzione di regole che non si possano bypassare, come garanzia di una chiara trasparenza, possono favorire nuovi investimenti nei settori produttivi del Paese e quindi dare il via a un progetto virtuoso che ha come esito finale una nuova occupazione. Si tratta, però, essenzialmente di realizzare l’auspicio del Manifesto: «un’Italia  che premi la dignità del lavoro». Noi tutti, gente comune, ne abbiamo un gran bisogno. (ffwebmagazine.it)


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