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22.11.1963. Kennedy, il Presidente mai dimenticato

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Sono trascorsi 53 anni dalla tragica morte del 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy che ha visto coinvolto nell’attentato anche il Governatore del Texas John Connally. Era il 22 novembre 1963. Il Presidente USA avrebbe dovuto tenere un discorso a Dallas, nel Texas. Nonostante gli fosse stato suggerito di non andare per non esporsi verso persone che non condividevano il suo pensiero e il suo programma, Kennedy non ascoltò niente e nessuno e si mise su quell’aereo presidenziale che lo portò, insieme alla moglie e allo staff presidenziale, alle ore 11.40, all’aeroporto Love Field di Dallas. Era un incontro a cui lui teneva molto, per tre ordini di ragioni: in primis perché voleva ricercare quei capitali utili per la campagna presidenziale del partito democratico; voleva raggiungere consensi per la sua ricandidatura alle elezioni del 1964 e in ultimo, ma non per ultimo, cercare una riappacificazione politica con i leader democratici del Texas.

Quello che è accaduto quel giorno ha segnato la vita di molti. Un impatto mediatico arrivato addirittura oltreoceano. L’Italia ha voluto ricordare il Presidente Kennedy con la creazione dell’unica fondazione italiana dedicata a lui con sede a Firenze, negli spazi delle Murate. Il Robert F. Kennedy Center of Justice and Human Rights, presieduto da Kerr Kennedy, figlia di Robert ha visto nascere una sua struttura anche qui in Italia. Da sempre l’America è vista come una super potenza mondiale e con essa anche gli uomini che si sono succeduti nello studio ovale a Washington. Ma questa è stata una delle pagine più tristi che la storia possa ricordare.

Se si ripensa a quel giorno, tutto fa presagire che qualcosa sarebbe successo. A partire dal Senatore Fullbright, esponente democratico dello stato dell’Arkansas  che gli aveva detto. “ Dallas è un luogo estremamente pericoloso… io non ci andrei. Lei non deve andare”. Anche l’allora Ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Adlai Stevenson, era stato aggredito proprio a Dallas. Anche il vicepresidente USA, Lyndon B. Johnson in una bozza del discorso che avrebbe dovuto tenere a Austin, dopo il viaggio a Dallas, sembrerebbe che l’incipit fosse: “Signor Presidente, grazie a Dio è uscito vivo da Dallas”. Ma forse, in qualche modo, lo stesso Kennedy sentiva che qualcosa sarebbe successo. Quella stessa mattina del 22 novembre, Kennedy, guardando fuori dalla finestra della sua camera all’Hotel Texas di Fort Worth, indicò il podio e disse: “Guardate il podio, con tutti quei palazzi intorno i servizi segreti non sarebbero mai in grado di fermare chi volesse colpirmi”. Jacqueline aveva mostrato la sua preoccupazione per quell’evento e quel discorso e Kennedy, dandole ragione disse: “ Oggi entriamo in una zona di fanatici. Sai, ieri sera sarebbe stata perfetta per uccidere un Presidente. Intendo dire, supponi che un uomo nascondesse una pistola in una valigetta, (mimò uno sparò), poi avrebbe potuto lasciar cadere pistola e valigetta e mescolarsi tra la folla”.

Qualcosa c’era che non andava. Si dice che prima di morire c’è un segnale che ti faccia presagire quel momento. Ovviamente non ci facciamo mai caso. Diciamo sempre: “Ma è solo un pensiero”. Eppure, quello strano presentimento quella volta si è rivelato fatale.

Quel giorno, a Dallas, Kennedy e la moglie Jacqueline salirono sul lato posteriore di una limousine, una Lincoln, mentre sui sedili centrali vi erano il Governatore del Texas Connally insieme alla moglie. Si trovavano in prossimità della curva tra la Houston Street e la Elm Street quando si udì un primo sparo. Secondo la ricostruzione della commissione Warren, dal nome del Presidente della Corte Suprema che ne prese le redini, il responsabile dell’uccisione di Kennedy era Lee Harvey Oswald. Un uomo psicolabile e mentalmente disturbato, filocastrista. Quando la limousine girò la curva verso Elm Street, Oswald, dal sesto piano della Texas School Book in Dealey Plaza (lavoro che iniziò non molto tempo prima) sparò un primo colpo di fucile. Dopo due secondi si sentì un secondo sparo il cui proiettile colpì la schiena di Kennedy, uscì dalla gola ed entrò nella schiena di Connally, perforandogli il torace, trapassando il polso destro e arrestandosi nella coscia sinistra. Poi, venne esploso un terzo colpo, quello fatale per il Presidente, che lo colpì alla testa facendogli volar via una parte della calotta cranica. Fu portato di corsa al Parkland Memorial Hospital, dove i medici Carrico e Malcom Perry tentarono, invano, di salvare la vita del Presidente. Alle 13:00, il Presidente fu dichiarato morto, anche se la notizia ufficiale è delle 13:33 ad opera del Segretario della Casa Bianca, che diede l’annuncio ufficiale nella sala conferenze dell’ospedale: “Il Presidente, John Fitzgerald Kennedy è morto oggi approssimativamente alle ore 1:00 p.m., qui a Dallas. E’ morto per una ferita di arma di fuoco al cervello. Per quanto riguarda l’assassinio del Presidente, per ora non ho atri particolari…”.

Ci sarebbe tanto e tanto da scrivere su questa vicenda. Chi era Kennedy, cosa ha fatto per il suo popolo, quali erano i suoi valori e le sue idee. Ma di contro ci sarebbe tanto altro da dire su Lee H. Oswald, sul perché di tale gesto e sul suo assassinio ad opera del gestore di un night club, Kack Ruby che, dopo l’arresto per l’uccisione di Oswald si è giustificato così: “Non volevo essere un eroe, l’ho fatto per Jacqueline e volevo risparmiare alla moglie del Presidente il processo dell’uomo accusato di aver ucciso il marito”.

Ma una cosa è importante ricordare: Kennedy, 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, sarà ricordato come uno dei Presidenti più amati e più discussi ( anche per le sue storie extraconiugali) ma mai dimenticheremo John Fitzgerald Kennedy per essere stato uno dei pochi Presidenti e uomini che desideravano vedere il suo popolo e gli Stati Uniti d’America come uno Stato unico ed unito. Questo sarà così sempre e per sempre.

Silvia Roberto

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