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Egitto, bomba contro copti: terrorismo Fratelli musulmani

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Cattedrale ortodossa di San Marco, a Cairo ovest. I fedeli ortodossi riuniti per una messa nella cappella di San Pietro e Paolo. Una forte esplosione provoca l’uccisione di 25 copti egiziani ed il ferimento di altri 49, in maggioranza donne e bambini.

Obiettivo dell’esplosione, un nuovo atto della guerra del terrorismo contro lo stato egiziano, è stata la minoranza cristiana del paese, circa il 10 per cento degli oltre 92 milioni di abitanti, che dal luglio 2013 avevano espresso deciso sostegno al ministro della difesa, il generale Abdel Fattah El Sisi, per la deposizione e l’arresto dell’allora presidente Mohamed Morsi, Fratello Musulmano eletto un anno prima. Nel 2014 El Sisi fu poi eletto presidente dell’ Egitto con un grande consenso elettorale, al quale i copti avevano dato un forte contributo.

La chiesa copta dopo l'attentato.

La chiesa copta dopo l’attentato.

Oggi – scrivono analisti che sulla stampa egiziana avevano sottolineato quel consenso – una protesta repressa dalla polizia davanti alla chiesa dell’attentato fa pensare che quel consenso si sia notevolmente ridotto. Il capo dello stato ha proclamato un lutto nazionale di tre giorni ed ha espresso solidarietà e condoglianze alle famiglie delle vittime, mettendosi in contatto con il patriarca della chiesa copta ortodossa, papa Tawadros II, rientrato immediatamente da una visita in Grecia che aveva appena cominciato. Il patriarca ha officiato ieri una messa nella chiesa della Santa Vergine, nel quartiere di Nasr City, a pochi chilometri dalla cattedrale.

E la storia dell’Egitto da quel luglio 2013 è stata punteggiata costantemente da attentati e operazioni contro i «terroristi» dei Fratelli Musulmani, proclamati dal dicembre dello stesso anno fuori legge e presunti responsabili di ogni attacco contro lo stato, le forze armate e la polizia. Concentrati in particolare, ma non solo, nel nord del Sinai, dove un gruppo estremista armato denominato ‘Beit al Maqdis’ (Partigiani di Gerusalemme) aveva poi dichiarato fedeltà all’Isis (Daesh per gli arabi) autodefinendosi «Provincia del Sinai».

È in quell’area che la lotta al terrorismo non è riuscita a riprendere il controllo del territorio, mentre di tanto in tanto l’uccisione o il tentativo di uccidere magistrati ed altre personalità eminenti egiziane ha continuato a suscitare paure, ma soprattutto tra i turisti stranieri, che hanno disertato sempre più le località del paese dei faraoni, dalle Piramidi, alle spiagge di Sharm el Sheikh, contribuendo a mettere in seria difficoltà le casse dello stato.

Nessuno, peraltro è in grado di valutare che relazione possa esserci tra l’attentato attuale, che segna in modo traumatico l’esile avvio della ripresa economica, ed uno analogo del 31 dicembre 2010, quando un’esplosione falciò 23 copti egiziani e ne ferì altri 97 all’uscita della chiesa dei Due Santi di Alessandria. Due episodi similmente crudeli e violenti e nessuna rivendicazione credibile, oggi come allora.

Unica strada percorribile: fare fronte comune contro il terrorismo, musulmani e cristiani insieme. Concetto sottolineato da più parti nel mondo egiziano già nei giorni scorsi, a partire dallo stesso presidente Sisi, al primo ministro Sherif Ismail, alla Forze Armate nel loro insieme, all’istituzione teologica più importante dell’Islam sunnita, l’università-moschea di Al Ahzar, al muftì d’Egitto, ai dirigenti del partito salafita Al Nour (islamici radicali), al segretario generale della Lega Araba, Ahmed Abul Gheit (in visita in Bahrein).

È arrivato il momento che anche la comunità internazionale presti attenzione e cerchi soluzioni per un fenomeno terroristico che potrebbe non rimanere per sempre confinato sull’altra sponda del Mediterraneo.

Laura Frustaci

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