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Informarsi costa

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    E’ un dato di fatto che il livello della stampa italiana sia in crollo verticale da anni. Il giornale di carta, certamente, è un residuo vestigiale di un passato remoto, ma la sua versione digitale e online è una brutta copia di quell’antico arnese. Non è soltanto nella forma – perché refusi, errori di grammatica e di sintassi e una generale povertà lessicale estrema traboccano dagli articoli leggibili in rete – ma anche nella sostanza delle notizie che quel decadimento può essere facilmente notato.

    Ad esempio, i giornali soffrono sempre più di “rilancite” e cioè dell’antica pratica di prendere un lancio d’agenzia, aggiornato magari con una qualsivoglia notizia non verificata, presa da qualche recesso della rete, e ributtarlo in stampa (o in linea) con un cappello e una chiusura scritte con i piedi.

    Altro vizio è l’ossessiva coazione a ripetere indotta da eventi: il cambiamento climatico e il covid sono fra i primi fatti generatori di un infinito numero di pseudo notizie che non dicono nulla e spesso confondono le idee. Poi c’è la brevità dei testi che poco ha a che vedere con l’antica arte della sintesi: è molto difficile trasmettere al lettore il senso di un fatto o di una notizia in modo preciso, comprensibile e in poche righe. Molto più facile incollare sei o sette frasi sconnesse, appiccicarci una foto o due e lasciare che il resto lo faccia il titolo da richiamo.

    La versione moderna dei “coccodrilli” è, invece, una novità piuttosto recente. Si leggono spesso articoli del tipo “Paolino, noto atleta di Forlimpopoli, muore di un malore a vent’anni” o “Ofelia, la farmacista del paese di Roccazzippa cede a un male incurabile”. Ora, a parte l’inevitabile tendenza agli scongiuri, mi riesce difficile capire come una notizia che dovrebbe andare, che ne so, nella cronaca locale del supplemento molisano del quotidiano regionale, finisca nell’homepage di un quotidiano nazionale come “Il Messaggero” (che sembra specializzato in questo genere postmoderno di “memento mori” un poco da menagramo).

    Difficile poi espungere i richiami alle “fake news” dagli articoli che le confutano: c’è moltissima confusione, per via del cattivo scrivere e dell’ancor più cattiva comprensione di chi male scrive, e, se un tempo dei complotti si leggeva sulle scritte sui muri (e si diceva che “portano la firma di Craxi e Andreotti” perché faceva rima), oggi chiunque può pubblicare qualunque corbelleria e non si fa a tempo a capire dove sia nata, chi la vada propalando e come smontarla che subito un’altra baggianata le si affianca. E spesso i poveri corsivisti online, mal pagati e peggio istruiti, finiscono per aggiungere danno al danno per la massima confusione dei lettori (se sanno ancora leggere e comprendere un testo).

    Insomma, se l’idea che abbiamo, leggendo un giornale (e magari pagando l’abbonamento per la versione on line), è quella di informarci e capire qualcosa in più del mondo, ebbene è una cattiva, cattivissima idea.

    Mi rendo conto che se a dirlo è uno che sui giornali ci scrive i miei due lettori si lasceranno scappare una mezza risata, però devo dirlo: se volete capirci qualcosa, non leggete i quotidiani. Leggete altro e, soprattutto, leggetelo su carta. Che costa cara, mentre le bufale in rete sono gratis. L’informazione di qualità non è mai stata economica.

    CB

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