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Jhumpa Lahiri e Il vestito dei libri

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“Il primo incontro con una mia copertina, per quanto sia emozionante, è sempre sconvolgente”, a dirlo è Jhumpa Lahiri, la scrittrice nata a Londra da genitori bengalesi e cresciuta negli Stati Uniti, che tra i tanti riconoscimenti ottenuti può vantare il prestigioso Premio Pulitzer.

Nella sua nuova opera “Il vestito dei libri”, edita da Guanda e presentata sabato 25 marzo alla libreria Pagina 348, spiega l’importanza che riveste la coerente corrispondenza tra il contenuto del libro e la sua copertina, e la frustrazione che si prova nel vederla spesso tradita. “Le copertine possono farmi ridere, o farmi venir voglia di piangere. Mi deprimono, mi confondono, mi fanno arrabbiare. Alcune non riesco a decifrarle, mi lasciano perplessa. Com’è possibile, mi chiedo, che il mio libro sia inquadrato in maniera così brutta, oppure banale?”.

Frustrazione, rabbia e perplessità sono, quindi, i sentimenti che dominano questo nuovo libro di Jhumpa Lahiri, sentimenti esacerbati dalla “distanza spesso siderale” dice l’autrice, “tra la copertina e le mie parole”.

Jhumpa Lahiri

Jhumpa Lahiri

L’idea di tradurre in inchiostro la rilevanza che riveste il “vestito” dei libri e il ruolo che questo riveste per uno scrittore nasce nel 2014 a seguito della richiesta da parte di Beatrice Monti della Corte, moglie del defunto scrittore Gregor von Rezzori, e sua amica, di tenere una lectio magistralis in occasione della nona edizione del Festival degli Scrittori a Firenze che Jhumpa accoglie con favore.

Una disamina lucida e a tratti risentita quella di Jhumpa, un’insoddisfazione che non può fare a meno di trattenere “è come se qualcuno mi dicesse di indossare un abito che non mi piace, che non rispecchia la mia identità” infatti “appena indossa la copertina il libro acquisisce una nuova personalità. Esprime dunque qualcosa già prima di essere letto, così come un vestito comunica qualcosa di noi prima ancora che parliamo”.

La forza con cui Jhumpa Lahiri approccia questa peculiarità del libro può essere compresa da alcuni aspetti della sua infanzia. Racconta, infatti, che ogni volta che con la sua famiglia doveva partecipare a una festa a casa di amici bengalesi, la mamma la costringeva a indossare abiti tipici indiani, estranei al suo stile prettamente americano.

Con quegli abiti addosso si sentiva ancora più diversa e straniera di quanto già non si sentisse per i suo nome e i suoi tratti tipicamente indiani. E’ per questo che per Jhumpa Lahiri una copertina sbagliata non è un fatto meramente estetico perché rimette in gioco tutta l’ansia provata fin da bambina nel cercare una risposta sul “Chi sono? Come sono vista, vestita, percepita, letta?”.

E come dice Walt Whitman da lei citato, “Camerado, questo non è un libro; chi lo tocca, tocca un uomo”.

Elena Martinelli

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