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Sami Modiano oggi al Mieac ad Ostia

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Ostia. Il 24 febbraio ’13, ospite dell’incontro proposto dal Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica è Sami Modiano, uno dei pochi sopravissuti della Shoah, pronto a riportare la sua esperienza davanti ad alcune decine di cittadini riunitesi nella parrocchia Regina Pacis. L’incontro consiste in un dialogo tra fedi religiose diverse, volto al pensiero degli altri, alla cura dell’interiorità e alla responsabilizzazione di fronte alle vicende umane. Sono le 11.15 e il suo racconto comincia con la descrizione di Rodi, l’isola delle rose, abitata dalla sua comunità ebraica. Con le sue parole catapulta il pubblico nel 1938, quando all’età di otto anni Modiano, a causa dell’emanazione delle leggi razziali da parte di Mussolini, viene espulso dalla scuola italiana maschile, perché ebreo. Con la ricapitolazione di brevi tappe storiche, quali l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, 1939, e l’armistizio proclamato da Badoglio l’8 settembre 1943, il testimone ripercorre l’invasione delle truppe militari tedesche a Rodi, punto economicamente strategico per i tedeschi. Egli argomenta con desiderio, ma anche con fatica, la sua deportazione e quella di 2.500 ebrei a Birkenau. Descrive l’orrido viaggio a cui lui e la sua famiglia vengono sottoposti, 90 persone trattate come bestie rinchiuse in ogni vagone sotto il torrido sole di agosto, verso “la Rampa della Morte”. Arrivati a Birkenau uomini e donne vengono smistati nei lager A-B, chi non ha le forze fisiche è diretto verso i forni crematori, 600 persone ai lavori forzati e 1900 vittime pronte a morire. Sami Modiano ricorda come è stato difficile per il padre, già vedovo, separarsi dalla sua figlia Lucia. Malinconico, inizia a raccontare la tipica giornata di un ebreo nel campo di concentramento: sveglia alle 4.00, in piedi fino alle 6.00 per l’appello, molti non si alzano dalle tavole di legno dove sono obbligati a dormire. Si apre la giornata lavorativa con turni di dodici ore consecutive, perché per i deportati non c’è riposo. C’è chi spacca la legna, chi la porta ai forni, chi traina carri di cadaveri come animali. Non c’è dignità, solo vergogna. Di questi uomini non ne resta che un marchio, un numero, che li segnerà per tutta la vita. Ma Sami si sente fortunato, perché con lui ha ancora un padre, anche se per poco. Tra i suoi ricordi rifioriscono quelli con sorella, quando, divisi da un filo spinato, comunicavano con dei gesti, fino a donarsi reciprocamente il pane della sopravvivenza, il simbolo di un amore sconfinato che oltrepassa qualunque sventura. La guerra è finalmente finita, non ancora per loro: i sopravvissuti sono costretti a dirigersi verso il campo di concentramento di Auschwitz, il quale dista da Birkenau 3 km, a piedi. Sami è stanco, cerca di continuare stimolato dalle ultime parole del padre, il quale gli aveva detto di tenere duro. Infine, egli si arrende, ma due angeli, definiti da lui così, lo sorreggono. Così si salva e per anni si è interrogato su tale grazia, e se meritava davvero di essere salvato. Oggi egli ha una risposta, riporta la sua testimonianza per i giovani e lascia al pubblico la riflessione: se questo è un uomo. La conferenza si conclude senza applausi, ma solo con abbracci e con la felicità negli occhi di Sami Modiano.

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