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Siamo soli nell’universo? Tanti calcoli, nessun segnale

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Siamo soli nell’universo? Tanti calcoli, nessun segnale –

Siamo soli nell’Universo? Una domanda antica, ma sempre attuale. Perché, malgrado tra i primi a porsela sia stato il filosofo greco Epicuro e poi altri suoi illustri colleghi più o meno contemporanei, dopo quasi 2500 anni il problema non è stato risolto. Da decenni siamo in ascolto di probabili segnali di origine aliena, ma senza successo.

Negli anni 50 dello scorso secolo, grazie alla disponibilità di strumenti di osservazione più potenti, si cominciò ad affrontare il problema in modo più concreto.  I primi furono (1951)  Giuseppe Cocconi e Philip Morrison che sintonizzarono il radiotelescopio sulla frequenza dell’idrogeno sperando, invano,  di trovare nell’aria  qualche segnale.

Qualche anno dopo, nel 1960, ci provò Frank Drake con il progetto SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence),  e con il suo primo sperimento. L’astronomo puntò  il radiotelescopio del National Radio Astronomy di Greenbank, Virginia, in direzione di due stelle dello stesso tipo del Sole, Tau Ceti e Epsilon Eridani, nella speranza di captare qualcosa.  Ma la ricerca, che faceva parte del famoso progetto Ozma, non diede  alcun esito.

Un anno dopo, Drake formulò la sua famosa equazione, una formula matematica utilizzata per stimare il numero di civiltà extraterrestri in grado di comunicare nella nostra galassia. Ed è proprio da questa equazione che ricercatori dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne guidati da Claudio Grimaldi  vogliono ripartire  per continuare a cercare forme di vita extraterrestri.

Come spiega nel suo lavoro, in uscita su Publications of the Astronomical Society of the Pacific, è stato necessario riprendere le variabili della famosa equazione,  rivederle e raffinarle alla luce della realtà e cioè,  la caducità delle civiltà.

Secondo Grimaldi la cosa giusta da chiedersi è  “dove sono i segnali inviati da presunte civiltà extraterrestri?”. Segnali, che semmai dovessero raggiungere la Terra, potrebbero provenire da civiltà ormai estinte. Mentre civiltà, ancora esistenti, quindi contemporanee al genere umano, potrebbero inviare segnali che però non sono ancora arrivati.

Alla luce di queste considerazioni Grimaldi e colleghi  hanno “rivisitato” la famosa equazione avvalendosi anche della collaborazione di Frank Drake, cofirmatario del preprint inviato per la pubblicazione.

“L’equazione di Drake – spiega Grimaldi –  è una moltiplicazione di fattori di probabilità: il numero di stelle che nascono in una galassia, il numero di pianeti che si formano attorno a suddette stelle, su quanti di questi pianeti ci sono le condizioni necessarie per la vita e così via. Questa è la parte destra dell’equazione. La parte sinistra, invece, indica il numero di civiltà che stanno trasmettendo segnali nella nostra galassia: si tratta chiaramente di una stima, e viene indicato con “N””.

Partendo da qui gli scienziati hanno creato un modello semplificato di quanti segnali possano raggiungere la Terra se si considera che le civiltà sono disperse per la galassia in maniera omogenea e che la Via Lattea ha un diametro di circa 100mila anni luce.

“Assumendo – continua Grimaldi –  che le civiltà abbiano un determinato tempo di vita entro cui trasmettono, indicato nell’equazione con la lettera “L”, il risultato che abbiamo ottenuto è che il numero medio di questi segnali coincide con il numero medio di civiltà che emettono segnali in questo momento (“N”), il numero a sinistra dell’equazione di Drake. La cosa interessante è che questo numero è potenzialmente quantificabile, prendendo i risultati di iniziative come quella del Seti”.

C’è comunque il problema che queste civiltà possano finire, che smettano di mandare segnali o che il tipo di segnale che mandano sia diverso. Come per la Terra, ad esempio, le trasmissioni radio disperse nello spazio è diminuito con il passaggio a comunicazioni attraverso le fibre. Inoltre, dato che la dimensione della Via Lattea è finita, circa 100mila anni luce, “ogni segnale – spiega Grimaldi – inviato prima di 100mila anni fa non possiamo osservarlo, ormai è fuori dalla galassia. “L”, la media dei tempi di vita delle civiltà, è compreso fra 0 e 100mila anni”.

La speranza di captare qualche segnale “intelligente” non è tuttavia illimitata. Gli scienziati si rendono conto che , malgrado gli strumenti, oggi a loro disposizione siano molto sensibili, se le loro ricerche non dovessero avere riscontri significativi, questo vorrebbe dire che bisognerà limitare le aspettative e come afferma Grimaldi: “noi non possiamo vedere oltre una certa distanza dalla Terra e se non troviamo niente, questo dovrebbe dirci qualcosa. Diciamo che se non troviamo nulla entro mille anni luce da noi significa che il numero di civiltà che possiamo aspettarci è minore di un certo tot. Operativamente, significa che possiamo restringere il campo di probabilità dell’equazione di Drake, aggiornandone il risultato”.

Rita Lena 

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