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Soumaila Diawara, sogni di un uomo

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Soumaila Diawara, nato in Mali il 4 febbraio 1988. Genere: essere umano. Segni particolari: una storia che parla di lotta per la democrazia e l’indipendenza, di terrorismo, di persecuzione, di detenzione e di fuga. E un viaggio, non solo quello senza scelta, di sola andata, durante il quale se avrai gli Dei dalla tua parte potrai tenerti cara la pelle, ma anche un viaggio fatto di idee e di denunce contro la violenza, la coercizione e una politica svuotata di ideali e infarcita di propaganda.

Marco Benedetti

Una storia e un viaggio che si fondono trasformandosi in visioni e poi in poesia, marchiata a fuoco con l’inchiostro della passione sulle pagine di un libro “Sogni di un uomo” che Soumaila pubblica con l’aiuto dei suoi amici e della sua compagna, Roberta Parravano, insegnante di ruolo nella scuola per l’infanzia del Comune di Roma, volontaria internazionale e l’unica persona che lo abbia fatto sentire veramente a casa. Un libro che Roberta e Soumaila presenteranno il 14 ottobre 2018 alla Festa della parola su invito degli Assalti Frontali, gruppo underground rap romano noto per il loro impegno politico.

Soumaila nel suo paese non è uno qualunque. Dopo essersi laureato in Scienze giuridiche e politiche, entra a far parte del partito Solidarieté Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance (SADI) come responsabile della comunicazione.

Tutto inizia il 20 marzo 2012 in Mali. Mentre Soumaila è a una conferenza in Burkina Faso, un colpo di Stato per opera del gruppo indipendentista Azawad capeggiato dal colonnello Iyad Ag Ghali e supportato dai gruppi terroristici dell’Isis, di Boko Haram e di Al Qaueda, che già nel mese di gennaio aveva dato vita a un violento conflitto, fa cadere il presidente Amadou Toumani Toure e mette in ginocchio il paese.

Da questo momento Soumaila diventa un perseguitato politico ed è costretto a fuggire. Dal Burkina Faso raggiunge l’Algeria per poi arrivare in Libia dove viene arrestato e privato dei documenti. Dopo essersi procurato un cellulare chiama degli amici del Partito Comunista svedese conosciuti in Mali.  «Gli ho spiegato la situazione» dice Soumaila, «e mi hanno mandato i soldi tramite un ragazzo maliano. Ho pagato 800 euro e mi hanno liberato, ma non avevo più i miei documenti».

Una volta rilasciato Soumaila non ha scelta. Non può tornare nel suo paese ne rimanere in Libia, ma si deve imbarcare per raggiungere l’Italia. «Ho pagato 750 euro» dice Soumaila, «Ci siamo imbarcati il 24 dicembre 2014, ma dopo circa un’ora abbiamo fatto naufragio. Il giorno dopo abbiamo ritentato in 30, su 120 che eravamo all’inizio, e fortunatamente questa volta ce l’abbiamo fatta. E’ un viaggio pericolosissimo e molto difficile ma spesso la gente non se ne rende conto, soprattutto l’Associazione libica. Chi si imbarca è gente che non ha alternativa e chi non ha alternativa non ha paura di morire. Questo è il vero problema e la comunicazione politica, soprattutto in Italia, non ne parla».

Circa ventiquattro ore di viaggio su una barca sembrano poche, ma diventano interminabili vissute in mare aperto, su un natante barcollante e senza riferimenti certi se non quelli di uno come loro che sa navigare, ma non sulle lunghe distanze.

Si raggiunge così la costa e si tocca terra, una terra dove non si guerreggia più con le armi convenzionali ma con nuove armi che passano attraverso l’etere. La guerra mediatica, quella che la vita te la toglie attraverso pallottole e bombe che ti colpiscono a morte la dignità, i valori, il rispetto lasciandoti il corpo illeso e la mente spaesata, e non perché sei in un paese che non è il tuo ma perché non ti riconosci più in nulla e soprattutto in te stesso. E diventi uno zombie che vaga con in fronte inciso il numero zero, che è il nuovo valore che il populismo ti ha assegnato. Uno zero senza passato, senza presente e senza futuro, un’ombra bastarda che cammina appiattita sulle altre così da farne una sola: l’immigrato irregolare giunto in Italia per delinquere.

Soumaila e gli altri fuggitivi, compreso lo “scafista”, vengono salvati da una nave mercantile maltese per poi essere trasferiti dalla guardia costiera italiana nelle acque palermitane dove attraccano e toccano il suolo italiano. «Spesso io sento questa cosa dello scafista. Non esistono gli scafisti» dice Soumaila, «Sono pescatori che sanno guidare le barche e ci aiutano a partire sapendo che la loro vita è in gioco esattamente come la nostra. Non prendono una lira».

E allora se non esistono gli scafisti che motivo c’è di farci credere il contrario? Il motivo, secondo Soumaila, è quello di «trovare una giustificazione politica agli arresti.  “Sono scafisti”, una motivazione di propaganda. Loro sanno quelli che partono dalla Libia e sanno quali sono le condizioni libiche, ma gli scafisti non esistono, io lo dico chiaro. Sono delle persone costrette come noi, cercano di salvarsi la vita, avendo la possibilità di guidare guidano e non lo fanno perché la gente li paga per portarci in Italia».

Soumaila arriva a Palermo il 26 dicembre 2014, viene trasferito in provincia di Agrigento dove rimane fino alla fine di febbraio del 2015. Un nuovo trasferimento lo porta a Pozzallo per due settimane e poi arriva a Modica in provincia di Ragusa dove rimane otto mesi. In questi mesi chiede l’asilo politico e appena gli viene autorizzato lo spostano ad Avola in provincia di Siracusa. Trascorrono quattro messi e a febbraio 2016 arriva a Roma e rimane un anno in un centro di accoglienza.

Nei mesi romani Soumaila frequenta un corso di specializzazione in Diritto dell’immigrazione e trova lavoro saltuario nella Commissione territoriale come interprete e con il progetto Astalli va nelle scuole a parlare delle storie dei rifugiati e dei problemi che affrontano quando lasciano il loro paese.

«L’immigrazione è certamente un problema» dice Soumaila, «ma non è questo, come dicono, il problema che sta handicappando l’Italia. E’ un gioco politico perché con l’immigrazione si prendono i voti e si distoglie l’attenzione delle persone dai veri problemi che hanno promesso di risolvere in campagna elettorale e che non potranno risolvere. L’immigrazione non la fermerà nessuno perché è una cosa che è stata, ci sta e ci sarà sempre. Il giorno che si riuscirà a fermare il vento allora si potrà fermare l’immigrazione».

Elena Martinelli

 

 

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