Tre sonde alla conquista di Marte

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    Tre sonde alla conquista di Marte –

    La sonda degli Emirati Arabi Uniti Hope (Al Amal, speranza in arabo) è entrata nell’orbita di Marte dopo un viaggio di 494 milioni di chilometri. Lanciata a luglio (a bordo di un razzo H-2A dal Centro spaziale giapponese di Tanegashima), insieme ad altre due sonde, anche esse dirette verso il pianeta rosso: una cinese, Tianwen, che significa “ricerca delle verità celesti” (porterà su Marte un lander e un rover); in dirittura di arrivo oggi 10 febbraio, l’altra americana, firmata Nasa, Mars 2020, con il rover Perseverance che arriverà il 18 febbraio.

    Le tre sonde lanciate a distanza di pochi giorni l’una dall’altra e che arriveranno a destinazione, ciascuna, nell’arco di 10 giorni,  hanno approfittato di “una finestra” che ricorre ogni due anni,  nel quale il pianeta rosso si trova in posizione favorevole rispetto alla Terra.

    L’obiettivo di fondo delle missioni, oltre allo studio fisico-geologico di Marte,  è lo stesso che ha spinto, nel 1976, a lanciare  le prime missioni verso il pianeta rosso: trovare tracce di vita. Speranze, purtroppo, fino ad ora disattese.

    Per entrare nell’orbita marziana,  Hope, che viaggiava ad una velocità di 121.000 chilometri orari, ha dovuto rallentare fino a raggiungere i 18.000 chilometri grazie all’accensione dei suoi sei motori per 27 minuti. Il segnale che  tutto era andato come previsto è arrivato dopo 15 minuti, quando la sonda è riemersa dal suo giro dietro il pianeta.

    Al Amal-Hope, costata 200 milioni di dollari, sarà impegnata nei prossimi mesi a guadagnare un’orbita più bassa, tra i 43mila e i 28mila chilometri, distanza ideale per studiare la superficie di Marte ed analizzarne l’ atmosfera ogni nove giorni per un intero anno marziano, che dura 687 giorni terrestri.

    Per il suo lavoro la sonda è dotata di tre strumenti:  uno spettrometro che osserverà gli scambi di energia nella bassa atmosfera (Emirs, Emirates Mars Infrared Sprectrometer); una camera ad alta risoluzione per studiare, nelle frequenze del visibile e dell’ultravioletto, la superficie marziana con un dettaglio fino ad otto chilometri (Exi, Emirates Exploration Imager); ed infine uno spettrometro ultravioletto per analizzare gli strati più alti dell’atmosfera fino a 100 chilometri di altezza (Emus, Emirates Mars Ultraviolet Spectrometer).

    Con questa missione, la prima, gli Emirati Arabi si posizionano al quinto posto nella corsa verso Marte.

    Quanto alla sonda cinese Tianwen, il cui arrivo è previsto oggi, porterà un orbiter e un rover che si distaccherà a maggio per tentare un “atterraggio” morbido  sulla superficie marziana.

    Gli Usa, invece, con la missione Mars 2020 lanciata da Cape Canaveral il 30 luglio 2020 nell’ambito  del programma di esplorazione Mars Exploration Program della NASA tenteranno di posare sul pianeta rosso il loro quinto rover, Perseverance. Obiettivo della missione americana: scoprire se in passato sia mai esistita la vita, da quella microbica a forme più complesse, studiando le rocce più antiche sulle quali potrebbe esserne rimasta qualche traccia; ricostruire le antiche condizioni climatiche di Marte; definire la natura geologica del pianeta ed infine, ma non ultimo, estrarre e stoccare campioni di roccia marziana per eventuali future missioni in grado di portarli sulla Terra.

    Questo è il punto più importante ancora non risolto delle missioni sul pianeta rosso: come portare a Terra frammenti e polvere del suolo marziano? Una vera sfida, non solo per la missione in sé stessa di una complessità enorme, ma per una missione che deve portare indietro del materiale. Fino ad oggi non è stata ancora fatta da nessun paese al mondo, fondamentalmente, per due motivi: fare arrivare ed atterrare, sano e salvo,  su Marte un razzo (per tornare sulla Terra) e poi organizzare una campagna di lancio che superi il problema del ritardo dei 12 minuti, che passano dall’invio dei segnali che partono dalla Terra, al loro arrivo  al lanciatore piazzato su Marte.

    Per questi motivi non banali, la missione di rientro dovrebbe essere per forza automatica. Un problema ancora non risolto.

    La missione, come anche le altre, in base ai dati raccolti, valuterà se le condizioni ambientali potranno nel futuro, si pensa alle missioni da lanciare dopo il 2030, permettere esplorazioni umane che prevedano lo sfruttamento delle risorse naturali dell’ambiente marziano e la massima protezione della vita dei futuri esploratori. In pratica valutare l’abitabilità di Marte.

    Rita Lena

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