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Trump – Assad tra tatticismo armato e presunzione di innocenza

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Dopo sei anni dalla rivolta contro il regime di Bshar al-Assad, repressa duramente, e appoggiata dalla Russia e dall’Iran, la Siria è ormai un coacervo di guerriglie allo sbando in cui si combatte senza più avere chiaro chi sia il proprio nemico. Sul territorio, terroristi che agiscono per procura di Turchia e Arabia Saudita, jihadisti appartenenti a ciò che rimane dello Stato Islamico, ribelli anti-Assad e gruppi di milizie più o meno regolari hanno reso questo Paese un posto dal quale fuggire se ci si vuole dare una possibilità di sopravvivere. A oggi in Siria si contano oltre 300 mila morti, 5 milioni di profughi e 8 milioni di sfollati interni al paese.

Questa è la scena di guerra, semplificata, sulla quale il 4 e il 7 aprile si vanno ad aggiungere altri due eventi: il lancio di armi chimiche su Khan Shaykhun, cittadina del Nord-Ovest siriano, area controllata soprattutto da milizie jihadiste, attribuito dall’intelligence Usa al regime di Bashar al-Assad, che ha provocato circa 80 morti e la risposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump con l’invio di 59 missili tomahawk lanciati dai cacciatorpedinieri Porter e Ross in un’azione on-off, mettendo in ginocchio le strutture del campo di aviazione da cui sarebbero partiti i caccia con i gas letali.

Gli interrogativi su cosa abbia significato il gesto di Trump nei confronti della Siria sono molti.

Dario Fabbri di Limes, ad esempio, sostiene che quello americano sia stato un attacco di “natura puramente scenografica” con più obiettivi di natura tattica.

Il primo sarebbe il rafforzamento del potere negoziale degli Stati Uniti sui principali dossier internazionali, potere indebolito dall’eccessiva prevedibilità di Obama.

Il secondo è il messaggio chiaro inviato a Mosca e a Teheran di un’America quale unica superpotenza della terra e la sola capace di imporre le regole del gioco.

Il terzo è un aut aut alla Corea del Nord e una pressione al presidente cinese Xi Jinping, presente in quelle ore negli Stati Uniti, a porre un freno agli “esperimenti” nucleari coreani.

E ultimo quello di chiamare a raccolta l’opinione pubblica, così da stravolgere l’agenda amministrativa ed eludere la stretta degli apparati federali, “recuperando la retorica universalistica e imperiale per cui gli Stati Uniti intervengono in nome dei diritti umani e del bene planetario”.

da Limes - Carta di Laura Canali

da Limes – Carta di Laura Canali

Se confermato, l’impiego di armi chimiche contro i civili, vorrebbe dire che il regime di Assad non ha solo violato gli accordi internazionali ma ha conservato una parte del suo arsenale chimico e non esita a farne uso.

Ora la domanda è: perché Assad avrebbe dovuto lanciare armi chimiche ben sapendo di violare norme internazionali, di incorrere in sanzioni e di trasgredire ai patti stipulati con l’ex presidente Barak Obama di smantellamento degli arsenali chimici?

E soprattutto perché avrebbe corso il rischio di scatenare, come poi è avvenuto, le reazioni di Donald Trump compromettendo le sue strutture militari indispensabili per fronteggiare i vari gruppi jihadisti?

Una risposta arriva da Alberto Stabile di Repubblica “Dopo aver riconquistato Homs, assicurato Hama, seppur con qualche vuoto di autorità nella provincia, riunificato Aleppo, mancava soltanto Idlib perché il regime riportasse sotto il suo controllo la Siria urbana dei mercati, dell’agricoltura fiorente, dello sviluppo industriale e delle Università. Secondo una strategia coltivata da anni, Idlib sarebbe diventata l’ultima trincea della rivolta armata”.

Ma la resa dei conti, affidata all’aviazione, ora non sembra più realizzabile. E allora il dubbio rimane e la tentazione di attribuire l’attacco chimico, ad esempio, a un falso-flag di cellule jihadiste infiltrate, che agiscono in nome di Turchia o Arabia Saudita, che faccia ricadere le responsabilità su Assad e scateni attacchi militari americani che annientino il regime, è forte, ma sarà solo la storia a darne conto.

Elena Martinelli

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