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Un pomeriggio di ordinaria follia: manuale di sopravvivenza per chi prende la metro a Roma

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Un guasto della metropolitana capitolina ormai non fa più notizia. E’ considerato un evento ineluttabile, un colpo gobbo di un fato beffardo che si diverte ad angariare masse di pendolari e lavoratori, imponendo loro la pena orrenda di un ritorno a casa – se ritorno sarà – degno dei versi di un’Odissea. Venerdì pomeriggio, un uggioso pomeriggio romano dalle forti tinte autunnali. Sono appena uscito dall’ufficio e sto scendendo in quella porta dell’Inferno che è la stazione di Castro Pretorio, celebre per le splendide cascate naturali che, nei giorni di gran pioggia, popolano le rampe di ripidissime scale mobili che trasportano i pendolari al livello dei treni, ben al di sotto dello strato archeologico che caratterizza il sottosuolo della Capitale. Mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va: un treno fermo, un vecchio MB300, classe 1990, fetido come un calzino da tennis, si muove lentamente in direzione opposta a quella prevista, cioè sul binario verso Laurentina, ma partendo in direzione Policlinico. Pochi secondi e il dramma si palesa: una flebile e gracchiante voce, traccia di un altoparlante che ha da tempo esaurito i suoi giorni migliori, impapocchia una specie di annuncio. Salgo, saliamo con altre vittime all’ingresso: al box c’è una persona sola che tenta di scrivere una specie di cartello con una biro su un foglio di quaderno – ottimo per chi non ha una gran vista direi. Non servirà: un’altra voce metallica chiede al personale di stazione di evacuare e chiudere i cancelli. La parola “navette” passa di bocca in bocca, ma chi, come me, vive da dieci anni sulla metro, sa bene che si tratta di un’illusione pericolosa, come il canto delle Sirene o le lusinghe di Circe. Mi avvio mestamente verso Termini, snocciolando a memoria le linee che potrebbero portarmi a casa, al di là di Scilla e Cariddi: 170, 175, 714, 60 express, no, questo no – mi dico verbalmente – qualche genio all’ATAC ha modificato il percorso, a Piramide non ci arriva più. Rendez vous con una collega, i cui orari e le cui percorrenze coincidono con i miei: altra vittima del ciclope ATAC. Il piazzalone dei capolinea si presenta come un campo di battaglia: cantiere, cantiere, cantiere. Ho perso il conto degli anni, ormai, ma lavoravo dall’altra parte della stazione quando hanno cominciato a scavare. La folla di disperati ancora non si è riversata in quel luogo di sofferenze, siamo fra i primi coinvolti dal guasto (parlano di un guasto alla rete di alimentazione) e minaccia pioggia. L’avvento del 175, propiziato dalla immancabile app per smartphone, ci vede protagonisti di un balzo atletico che ci premia con un viaggio a sedere. Il periplo previsto consente un giro turistico del centro, piazza Venezia, circumnavigazione del Colosseo, tour dell’Aventino e, infine, cinquanta minuti dopo, sudati e pressati, la tomba di Caio Cestio, anche se con minore disagio delle altre anime perse che il nostro Caronte grigio chiaro reclama durante il suo mesto tragitto. La Roma Lido funziona: ci portiamo a Magliana e, con l’ultimo moncone funzionante di metro B, arriviamo finalmente al parcheggio, alle macchine ed a casa, sudati, esausti e travolti dalla puzza. Tempo tecnico due ore e quindici minuti scarsi, quasi un record per un’Odissea in salsa capitolina. Il Sindaco ha recentemente cambiato l’AD di ATAC. Anche qui ho perso il conto, il quarto o il quinto della gestione Alemanno. Quel che non cambia invece è il tasso di rotture della metro B che, negli ultimi tre anni, ha assunto proporzioni preoccupanti. Un eccellente atout in campagna elettorale per il Sindaco uscente temo.

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