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Vendersi e perdersi a Roma

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Il tema della prostituzione minorile sotto il Cupolone e del giro di sfruttamento che ne è derivato è argomento da far tremare i polsi. Sarebbe in difficoltà forse persino uno dei maggiori depravati della storia della letteratura francese, Restif de la Bretonne, acuto cronista del suo tempo, testimone della fine dell’Ancien Regime, della Rivoluzione, ma anche amante incestuoso, frequentatore di bordelli e, certamente, visti gli usi del tempo, anche di prostitute minorenni.

Tuttavia le fredde cronache di questa squallida vicenda che macchia quest’ottobre romano devono farci riflettere – e profondamente – senza cedere allo sdegno perbenista, ma affidandoci ad un’attenta analisi sociale che possa, per quanto possibile, consentirci di prendere coscienza di quel che è la società, quella capitolina almeno, ai giorni nostri.

Partiamo dai clienti, senza i quali non ci sarebbe il fenomeno, un gruppone eterogeneo e trasversale che va dal ricco professionista che può permettersi le cifre richieste dai mezzani sino alla piccola borghesia in cerca della botta di vita per riscattare un’esistenza un po’ grigia. Poi c’è il mezzo di diffusione, un portale online di annunci, versione moderna dell’ultima pagina di certi quotidiani, nella quale, fra gli annunci economici, venivano annegati quelli connessi all’economia del sesso mercenario. Infine i mezzani che, ovviamente, organizzano e gestiscono il giro, i proventi, la logistica. Al terzo posto ci sono le famiglie, disastrate, chi ignaro, chi compartecipe perché di soldi a casa ne girano pochi. Infine le ragazze. Qui il coro dei media si fa confuso, alcuni parlano di sfruttamento, altri parlano di adesione incosciente ad una forma di facile guadagno, tutti concordano sul perverso allure dei soldi e dei benefit che essi procurano a persone che vogliono tutto e subito.

Nessuno si pone, mi sembra, un problema di fondo. Da quando le ragazzine per pagarsi gli sfizi hanno cominciato a vendersi a vecchi che sono a proprio agio solo con delle minorenni? Perché la storia, anche recente – basti pensare alle storie che provengono da paesi del lontano oriente, come India e Bangladesh –  ci offre molti esempi di prostituzione minorile per povertà estrema e per fame. Un fenomeno antico, se persino Gesù, nell’assolvere la Maddalena, le offre la remissione dei peccati passati, ma non la ammonisce a non peccare più, perché qui il peccato, consumato come forma di sostentamento esclusivo sin dalla più tenera età, è l’unica alternativa alla fame.

Nella Roma del 2013, invece, ci si vende per potersi permettere beni voluttuari, ci si vende per un presente glamour mettendo a rischio il futuro di tutta una vita. Lo si fa anche con la complicità di familiari, con il supporto peloso e interessato di intermediari e la beata indifferenza di clienti che sono padri e mariti e, quando vengono pizzicati, tentano affannosamente di giustificarsi, provando a far credere che le minorenni non fossero identificabili come tali.

Qui abbiamo ragazzine che già incarnano il peggio degli adulti, materialismo e incoscienza, adulti che presentano elementi drammatici di infantilità a fronte di carte di identità ormai ingiallite dagli anni ed altri adulti che intuiscono il business e sono pronti a lucrare con perfido cinismo sull’incontro fra queste due categorie di persone. Un singolare mix fra ipocrisia, superficialità, mancanza di discernimento, umanissima cattiveria, cinismo e squallore.

Ma allora, se questi sono i risultati, dove ha fallito la società, dove i suoi “corpi intermedi” – scuola e famiglia in primo luogo – e, soprattutto, che futuro hanno le due minori protagoniste della vicenda?

Quale potrà essere un percorso possibile di crescita per le loro personalità già così pesantemente contaminate da una contemporaneità consumistica e onnivora alla quale si sono consegnate mani e piedi come acquiescenti vittime sacrificali?

Chi ha commesso reati pagherà, forse, il suo prezzo dopo un lungo processo.

Ma il prezzo vero pagato dalle due ragazze, temo, comincerà a mostrarsi nella sua drammatica esosità soltanto quando saranno fuori da questa vicenda e di nuovo a contatto con la quotidianità che dovrebbe appartenere agli anni dell’adolescenza e della giovinezza.

(Cosimo Benini)

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