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Viva la libertà (2012, Italia)

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GENERE: Drammatico

REGIA: Roberto Andò

SCENEGGIATURA: Roberto Andò, Angelo Pasquini

ATTORI:

Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto, Judith Davis, Eric Trung Nguyen, Andrea Renzi, Gianrico Tedeschi, Massimo De Francovich, Renato Scarpa, Lucia Mascino, Giulia Andò

 

FOTOGRAFIA: Maurizio Calvesi

MONTAGGIO: Clelio Benevento

MUSICHE: Marco Betta

PRODUZIONE: BiBi Film, Rai Cinema

DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

PAESE: Italia 2013

DURATA: 94 Min

FORMATO: Colore

SOGGETTO:

Tratto dal romanzo “Il trono vuoto” edito da Bompiani.

 

La tradizione nazionale del cinema politico ha ascendenti nobili (mi vengono in mente Elio Petri e Francesco Rosi), epigoni di valore (Giuseppe Ferrara), ma, fughiamo il dubbio, il lavoro di Andò non appartiene a questa categoria della produzione cinematografica italiana.

Se lo valutassi come un film politico, dovrei stroncare “Viva la Libertà”.

E, invece, l’ho amato a prima vista, pur con i suoi difetti, quindi dirò che è un film centrato

sul rapporto fra due fratelli gemelli (o fra due facce della stessa personalità), un film sui sentimenti, un film che cerca di rispondere alla antichissima domanda sull’ubi consistam?

Il mai citato, ma facilmente individuabile, “principale partito di opposizione”, dalla segreteria del quale il mite Enrico Olivieri fugge, terrorizzato e paralizzato, è la rappresentazione plastica dell’indeterminatezza nella quale si dibatte la sinistra italiana.

Persino l’iconografia della sede del partito, una serie di scritte tricolori che evocano temi mitici (lavoro, giovani, futuro), ma ormai sganciati dal bacino liberal chic che ne esprime la classe dirigente, tradisce la sensazione di crisi – individuale, collettiva e politica – che trasuda da ogni minuto del film.

“Viva la Libertà” è certo un film sulla crisi, su tutte le crisi e sulla paura, la cifra di ogni crisi. Paura individuale, paura collettiva, senso di indeterminatezza e mancanza di una direzione.

Un intero paese in preda ad un attacco di panico (ed in questo è un film profetico, anche se autore di una facile profezia).

La soluzione per salvare la faccia, il deus ex machina teatrale, è il gemello negletto: un oscuro, ma geniale, professore di filosofia dal nome di Giovanni Ernani (il cognome della madre forse?), fratello gemello del segretario fuggitivo.

Pazzo e geniale, immaginifico e suggestivo, ispirato ed ispiratore, Giovanni irrompe sulla scena per essere tutto quello che Enrico non è e tutto quello che gli altri (la moglie, il fedele collaboratore, il partito ed il popolo della sinistra) vorrebbero che fosse.

E rischia quasi di sostituire il fratello, mercé i risultati politici e personali che la sua personalità fuori dalle righe consegue, in breve tempo, rivoltando la palude in cui si dibatteva il fratello come un guanto.

Fra citazioni brechtiane, riferimenti mistici e haiku, Giovanni guadagna, per Enrico, cui lo lega ormai solo un silenzio pluriennale, il tempo che serve al segretario per riprendersi, come uomo, la propria dignità ed una direzione precisa, come politico.

Significativi i momenti, due, in cui i fratelli comunicano: in entrambi i casi al silenzio dell’uno si contrappone la parola dell’altro. E quando Enrico troverà la forza di dire “grazie” a suo fratello, questi sparirà, come uno spirito elementale, preda della sua follia, lasciando una scena nuova ad una persona rigenerata. In termini psicologici si potrebbe inquadrare la vicenda come percorso di ricostruzione di un punto di contatto fra due lati di una personalità, quella vera e quella costruita ad uso pubblico.

Dire che Servillo giganteggia, ben assistito da Valerio Mastrandrea e dalla sua espressione che chiede perennemente scusa (se ve lo ricordate nella parte del sindacalista in “Tutta la vita davanti”), è dire una ovvietà.

Senza Servillo questo film in Italia oggi non si sarebbe potuto fare.

E tanto basta.

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