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Rifugiati di Via Scorticabove: Comune non ci separi

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Roma – “Ieri ci hanno proposto una soluzione solo per 40 di noi. Noi non ce ne andremo finche’ non troveremo una soluzione condivisa”. È questa la posizione dei rifugiati sudanesi accampati in via Scorticabove, nel quartiere di San Basilio, periferia Est di Roma, ormai in strada dal 5 luglio dopo essere stati sfrattati dal civico 151.

Uno stabile in cui la comunita’ sudanese, in gran parte proveniente dal Darfur, ha vissuto per circa 13 anni. La palazzina passata per la gestione di una cooperativa rimasta poi coinvolta in ‘Mafia capitale’ e’ al momento presidiata dalla sicurezza privata della proprieta’ che permette l’accesso controllato ai rifugiati per recuperare effetti personali e per poter usufruire di bagni e docce.

“È falso quanto scrivono i giornali”, riferisce Adam Isshak, uno dei portavoce della comunita’ sudanese accampata in strada in via Scorticabove: “Non ci hanno tolto bagni o acqua stiamo ricevendo il tutto senza nessun problema. E noi non abbiamo intenzione di creare problemi. Solo che a noi non va bene la soluzione alloggiativa che ci e’ stata proposta di nuovo ieri nell’incontro col Comune di Roma”.

“Ci viene proposta una soluzione per 40 persone noi invece qui siamo 87 al momento, molti sono fuori a lavorare. Siamo rifugiati politici, questo significa che non vogliamo una soluzione di emergenza per tre o quattro mesi, ma vogliamo un posto dove vivere. Non vogliamo soluzioni temporanee e di emergenza”.

Intanto con il passare dei giorni in via Scorticabove, la comunita’ sudanese ha ritrovato pian piano una sua dimensione attraverso gli aiuti dei cittadini, di associazioni e movimenti che hanno fornito gazebo e beni di prima necessita’. Materassi, sedie e tavolini sono stati recuperati dall’interno dello stabile.

All’ora di pranzo la comunita’ si organizza: tra valigie, frigoriferi e coperte c’e’ chi prepara il pasto, chi serve nei piatti, chi distribuisce il cibo. Una parvenza di normalita’ di un comunita’ vera che conferma la fermezza sul da farsi.

“Noi da qua non c’e’ ne andiamo- sottolinea Adam- perche’ non pensiamo che questa cosa sia stata gestita bene. Sarebbe bastato trovare una soluzione prima di eseguire lo sfratto, ci saremmo accordati e ora non ci ritroveremo tutti in strada. Che succede se in 40 accettiamo la soluzione di prima accoglienza del Comune di Roma? Dove andranno gli altri? Che fine fara’ la nostra comunita’?”.

Il braccio di ferro per ora andra’ avanti con una differenza rispetto ad altre situazioni, come il caso di via Curtatone: “Non vogliamo dar battaglia. Siamo disponibili ad una soluzione condivisa purche’ non sia una soluzione di emergenza”, conclude Adam che per confermare e sciogliere ogni dubbio ci mostra anche un suo documento di identita’ e poi fila a cambiarsi, ancora bagnato dopo essersi fatto una doccia nella casa in cui ha abitato per un decennio.

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