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Dopo 36 anni spunta un terzo uomo nel delitto Pasolini. L’avvocato di Pelosi: “Fu una trappola, Pino era ignaro”

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I carabinieri del Ris di Roma stanno lavorando, oltre che sulla tavoletta che sarebbe stata usata per colpire Pier Paolo Pasolini, ucciso il 1 novembre del 1975 in via dell’Idroscalo di Ostia, anche su altri reperti. Gli accertamenti tecnici su diversi oggetti attributi a Pino Pelosi, autoaccusatosi dell’omicidio e condannato per il delitto nell’ambito del processo sulla morte dello scrittore, e su altri reperti trovati sull’automobile di Pasolini, sono iniziati a maggio dello scorso anno. Con l’estrazione dalle tracce ematiche trovate sulla tavoletta di un dna estraneo sia allo scrittore che a Pelosi un nuovo elemento si aggiunge al quadro indiziario dell’omicidio Pasolini, un mistero lungo 36 anni. È la mattina del 2 novembre 1975 quando una donna, che si trova a passare sul lungomare di Ostia, vede in via dell’Idroscalo un cadavere disteso su una strada accidentata. È un uomo completamente sfigurato. Si scoprirà solo qualche ora dopo che si tratta di Pier Paolo Pasolini. Lo scrittore, 53 anni, nato a Bologna il 5 marzo 1922, ha fatto una fine atroce. Il riconoscimento della salma del poeta-regista toccherà a Ninetto Davoli, giovane attore scoperto dal grande intellettuale italiano. Sul corpo gli investigatori trovano evidenti segni di pneumatici di un’auto, con la quale qualcuno era passato sul corpo di Pasolini. Un’auto che risulterà poi essere quella dello scrittore. Il cadavere dell’intellettuale presenta ferite alla testa e al torace. La faccia è deformata dal gonfiore, nera di lividi. Le dita della mano sinistra fratturate e tagliate. La mascella sinistra fratturata. Il naso appiattito e deviato verso destra. Le orecchie tagliate a metà, e quella sinistra strappata via. Pasolini è stato vittima di un’aggressione.

Secondo il referto del medico legale, la morte è sopraggiunta per lo sfondamento del petto all’altezza del cuore, dopo che era già in atto un’emorragia cerebrale provocata dalle percorsse inferte alla vittima. Nell’area circostante vengono trovati i resti di alcuni attrezzi usati per il pestaggio: un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue, la camicia dello scrittore (anch’essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli e altro. Alcuni reperti vengono scoperti a 90 metri dal corpo. Nel corso della notte, la stessa in cui viene barbaramente assassinato il poeta, scrittore e regista tra i più grandi di quegli anni, i carabinieri fermano Giuseppe Pelosi, un giovane di 17 anni, detto ‘Pino la ranà, alla guida di un’ Alfa 2000 Gt rubata, che poi risulterà di proprietà dello scrittore. La stessa con quale qualcuno aveva posto fine alla sua vita. Pelosi viene portato in caserma. Interrogato dai carabinieri il giovane ammette il furto e fa cenno ad un anello di sua proprietà, che gli investigatori hanno trovato vicino al corpo di Pasolini. Arrestato il 2 novembre, Pelosi viene accusato di furto d’auto, ma in carcere si vanta subito, con un compagno di cella, di essere stato in realtà lui ad uccidere Pasolini. Con il ritrovamento del cadavere e di fronte all’evidenza dei fatti, Pelosi il giorno stesso confessa l’omicidio. Il giovane dichiara di aver incontrato Pasolini la notte del 1 novembre presso la stazione Termini. Di essere salito in auto con lo scrittore e dopo una cena in una trattoria vicino alla Basilica di San Paolo, passata la mezzanotte, di aver raggiunto il luogo dove poi era stato trovato il corpo. Lì Pelosi, come riferisce agli inquirenti, avrebbe sulle prime accettato e poi rifiutato di avere un rapporto sessuale con lo scrittore. Sceso dall’auto, racconta durante l’interrogatorio di essere stato inseguito da Pasolini, che vistosi respinto avrebbe reagito violentemente colpendolo con un bastone. A questo punto, secondo Pelosi, sarebbe scattata la sua reazione violenta.

Il percorso processuale della vicenda è relativamente veloce. La sentenza di primo grado è datata 26 aprile 1976, quella d’appello è del 4 dicembre 1976. La Corte di Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979: Pelosi, che ha 46 anni, se la cava con una condanna a nove anni. Ne sconterà soltanto sette, uscendo in semilibertà. Poi, dopo 30 anni, Pelosi clamorosamente cambia versione dei fatti. E al programma Rai «Ombre sul giallo», andato in onda nel maggio 2005, Pino ‘la ranà stavolta afferma: «Non fui io ad uccidere Pasolini », rilanciando una pista investigativa mai battuta fino in fondo ma ipotizzata più volte: la possibilità che Pasolini sia stato massacrato da un gruppo di picchiatori, che volevano «dargli una lezione». Ma perchè Pelosi lo fa con tanto ritardo? «Perchè -dirà – sono solo, non ho più famiglia, i miei sono morti. Ho 46 anni e pago per sempre quell’omicidio. E poi perchè queste persone saranno morte, probabilmente». Il caso viene riaperto dalla Procura di Roma, ma dopo soli 5 mesi la magistratura scrive nuovamente la parola ‘finè sul delitto. A disporre l’archiviazione è il giudice dell’udienza preliminare, che accoglie la richiesta fatta dal procuratore aggiunto Italo Ormanni al quale l’indagine era stata affidata anche in seguito all’esposto fatto sulla vicenda dall’avv. Nino Marazzita, che ha sempre rappresentato nelle inchieste scaturite dal delitto i familiari di Pier Paolo Pasolini. Prima di giungere alla richiesta di archiviazione il procuratore Ormanni aveva interrogato diverse persone indicate dallo stesso Marazzita nella denuncia, anche nel tentativo di dimostrare, come ha sostenuto Pelosi, che quello di Pasolini fosse stato un delitto di gruppo. Tesi peraltro già prospettata all’inizio della vicenda dalla scrittrice Oriana Fallaci.

Nell’archiviare la terza inchiesta sull’omicidio, i magistrati romani sottolineano non solo l’entità della cifra pagata (8mila euro lordi, al netto 6500 euro) per notizie che si sono rivelate senza fondamento, ma danno anche una valutazione delle «rivelazioni». «Le famose minacce – scrivono i magistrati – che avebbero indotto Pelosi a tacere per trent’anni e ad assumere la responsabilità di un omicidio così eclatante, sarebbero state proferite da persone che il Pelosi non avvrebbe in nessun caso potuto accusare, posto che non aveva la minima idea della loro identità. Un effetto altamente utilitaristico, invece – proseguono i magistrati – deve essere stato avvertito da Pelosi nel compenso pattuito per rilasciare l’intervista contenente le ‘clamorose’ rivelazioni: 8000 euro lordi (6.500 al netto delle ritenute)». «Tutti i dati processuali acquisiti – scrissero i magistrati – l’attività di indagine svolta all’epoca dell’omicidio e quelli sviluppatisi nel corso degli anni successivi, portano a definire l’omicidio di Pasolini come un delitto maturato in un contesto di prostituzione giovanile e commesso unicamente da Pelosi».

L’ultima inchiesta sul delitto di Pasolini viene aperta dopo la presentazione di un esposto da parte di Guido Calvi, che rappresenta come parte civile la famiglia di Pasolini, il 29 marzo 2010. Il 22 aprile del 2010 dopo le sue dichiarazioni su un capitolo del libro di Pasolini ‘Petroliò di cui si sono perse le tracce, in procura viene ascoltato Marcello Dell’Utri. Dell’Utri dice in un’intervista di aver letto quelle carte e che in queste si faceva riferimento a vicende relative all’Eni dell’epoca, a loschi intrecci, a circostanze relative alla morte di Mattei e ad altri casi irrisolti a cominciare da Mauro De Mauro. Davanti al pm Dell’Utri racconta di essere stato avvicinato a Milano, in occasione di una mostra su Curzio Malaparte, da una persona che gli avrebbe mostrato il capitolo scomparso, una settantina di pagine dattiloscritte su fogli di carta velina e intitolate ‘Lampi su Enì, probabilmente con l’intento di venderglielo.

Dice di averlo sfogliato rapidamente, di non averlo letto ma di aver notato correzioni a mano. Questa persona gli avrebbe poi riferito che nel capitolo ci sarebbe molto di più di quello che era scritto nel libro ‘Questo è Cefis’, del 1972, libro che fu fatto ritirare dallo stesso Cefis. «Gli ho dato anche il mio numero di telefono ma lui non mi ha richiamato, il contenuto del capitolo non lo conosco completamente – dice Dell’Utri uscendo dalla procura – Avendo solo scorso quella settantina di pagine». Una ventina di giorni dopo, il 10 maggio, inziano gli esami dei reperti raccolti dopo il delitto e in parte conservati nel Museo di criminologia di via Giulia. A effettuare gli accertamenti tecnici, su una tavoletta con la quale sarebbe stato colpito Pier Paolo Pasolini, diversi oggetti attributi a Pino Pelosi nonchè altri reperti trovati sull’automobile dello scrittore, sono i carabinieri del Ris di Roma. Ora si attende la comparazione del dna presente sulla tavoletta, isolato dai Ris, che non appartiene nè a Pelosi nè a Pasolini.

Fu davvero Pino Pelosi, chiamato ‘la rana’ ad uccidere Pierpaolo Pasolini nella tragica notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia? Oppure, come stabilì la sentenza pronunciata dal Tribunale dei Minori e dal presidente Carlo Alfredo Moro, ‘la rana’ commise l’omicidio in concorso con ignoti? Insomma, c’erano altre persone sul luogo del delitto? Come risulterebbe anche dagli esiti degli ultimi esami condotti sui reperti conservati da anni al Museo di criminologia di via Giulia in Roma, sui quali sono state rinvenute tracce ematiche che non appartengono a Pelosi nè a Pasolini Per l’avvocato Alessandro Olivieri che ha raccolto le ‘confessionè dello stesso Pelosi, firmando insieme al lui il volume ‘Io so …come hanno ucciso Pasolini’, appena pubblicato da Vertigo, Pelosi non era solo. Rana ha raccontato al suo avvocato, infatti, che all’Idroscalo di Ostia, oltre all’automobile sulla quale viaggiava il poeta in sua compagnia, arrivarono anche altre automobili. In realtà, spiega all’Adnkronos l’avvocato Olivieri, «quella notte c’erano altre due automobili, una Fiat 1500 e una Alfa Gt, lo stesso modello che possedeva il poeta assassinato. Da quelle auto saltarono fuori tre persone». Non solo. In quel campo abbandonato, all’estrema periferia della Capitale, racconta Olivieri «quella notte si fermò anche una motocicletta sulla quale viaggiavano due persone, i fratelli Borsellino morti poi negli anni Novanta». E così, la verità su uno dei delitti più oscuri della Repubblica, emerge mano a mano con caratteristiche ben diverse rispetto a quanto già si sapeva. A cominciare naturalmente dal movente che determinò l’assassinio. »Alla base dell’omicidio -spiega l’avvocato- ci fu il furto delle bobine del film ‘Salo’ e le 120 giornate di Sodomà che erano conservate nei depositi della Tecnicolor sulla Tiburtina«. L’appuntamento all’Idroscalo, dunque, non fu soltanto legato alla possibilità di trascorrere alcune ore appartati, lontani da occhi indiscreti. Di fatto, dice Olivieri »quell’incontro era stato stabilito per la restituzione a Pasolini delle bobine. Fu una trappola di cui, purtroppo, come ha più volte detto, Pelosi era ignaro. La rana -racconta l’avvocato- sapeva che sarebbe andati a recuperare le bobine. Ma sapeva soltanto che ci sarebbe stato uno scambio di denaro«. Pelosi, insomma, accompagnava il poeta al’Idroscalo di Ostia. Obiettivo: recuperare il materiale cinematografico dietro un compenso economico. Un appuntamento che, in realtà seguì quello, fallito, alla stazione Termini di qualche tempo prima. Questa situazione, fu sfruttata, spiega ancora l’avvocato »da qualche personaggio del partito fascista. I fratelli Borsellino, che avevano rubato le pellicole, ne parlarono all’interno del partito. E intervenne qualche esponente del partito che voleva parlare con chi era in possesso delle bobine«. Il riscatto pattuito per la restituzione delle bobine,«scese prima da 500 milioni a 50 milioni per poi essere annulato completamente. Salvo la richiesta di un ricoscimento simbolico di soli 3 milioni». L’agguato scattò nel momento in cui arrivarono due macchine e una motocicletta che si fermarono intorno all’auto del poeta. «Dalla macchina – riferisce l’avvocato- secondo Pelosi, che ne frattempo si era allontanato, uscirono delle persone che aprirono lo sportello di Pasolini tirandolo fuori. Cominciò così il pestaggio messo in atto da tre persone. Prima massacrarono di botte Pasolini. Poi intimarono a Pelosi di non reagire. E quando il poeta, urlando, riuscì a scappare gli ignoti lo inseguirono». Cosa strana è che l’automobile ferma sul posto era identica a quella del poeta, cioè un’Alfa Gt. «Il fatto ancor più strano – sottolinea l’avvocato- è che due giorni dopo un’Alfa Gt di tale Pinna, di cui non si sa più nulla, venne trovata all’aereoporto di Fiumicino. Coincidenza? È forse l’autovettura che mise sotto Pasolini», si chiede Olivieri. Tutte le persone che hanno preso parte all’omicidio, dunque, «furono gli esecutori materiali spinti da qualcuno che era più in alto».

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