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Punt’e MES: due parole su una polemica inutile ed ignorante

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Come ha provato a spiegare il povero Ministro Gualtieri, la polemica sul “MES” e sulla bozza di riforma del trattato che lo regola è qualcosa di lunare che sconfina nel terrorismo psicologico: la solita, cinica schiuma di birra all’italiana. Nessuno sa bene cosa sia – è materia da tecnici – eppure tutti sono pronti a strapparsi le vesti per fermarlo. Ma di cosa stiamo parlando, esattamente?

Spiegarlo non  è semplice, ma ci provo.

Se ho imparato qualcosa studicchiando la storia delle banche fino al diritto comunitario che governa l’eurosistema e la cosiddetta “unione bancaria” è che il vero terrore della legislazione bancaria è la “crisi di sistema”. Mi perdoneranno gli esperti del settore le semplificazioni giornalistiche che sto per infliggere alla materia, ma è a fin di bene.

La crisi di sistema o “sistemica” è un processo a cascata che trova origine in una vulnerabilità dei meccanismi che regolano i rapporti fra gli intermediari finanziari (eminentemente bancari, ma non solo) e colpisce la creazione del valore (monetario e finanziario), inficiando quel senso di affidabilità che il sistema finanziario nel suo complesso dovrebbe sempre mantenere intatto.

Se la banca non è credibile, è finita. Esempio storico recente la crisi dei “mutui subprime” americani che, attraverso la cartolarizzazione di crediti inesigibili, ha trasferito la crisi del mercato immobiliare americano e le relative insolvenze dei mutuatari lungo la catena del valore finanziario, sin nelle tasche di ignari risparmiatori che avevano comprato prodotti finanziari – magari in Europa – incorporanti le famose obbligazioni “ABS” ovvero i prodotti nelle quali queste erano state “inscatolate” o “reinscatolate”.

Le obbligazioni “ABS” sono obbligazioni emesse da un “veicolo di cartolarizzazione” (ad esempio una banca d’affari americana) e garantite dai crediti vantati dal sistema creditizio americano (che includeva i due enti federali FNMA e, per il mercato di secondo livello, FHLMC). Mi fermo qui che già vi gira la testa.

Morale del discorso: per arginare questo disastro (perdita di fiducia nell’affidabilità delle banche e del sistema finanziario) in tutto il mondo, in particolar modo USA ed Europa, lo Stato, attraverso le banche centrali, ha dovuto metter mano al portafoglio e ricapitalizzare le banche. In America il Tesoro ha emesso più debito ed ha iniettato denaro nelle due compagnie “governative” (denaro in prestito a tassi agevolati in corso di restituzione). In Europa, la crisi ha evidenziato i limiti dei poteri della BCE – legati alla politica monetaria ed alla gestione dell’eurosistema – il cui ruolo di “garante della stabilità dei prezzi” non le consentiva di intervenire direttamente nel disinnesco delle crisi bancarie. Il salvataggio delle banche europee evidenziò i differenziali di esposizione debitoria degli Stati Membri, costretti ad emettere debito per iniettare moneta nelle banche in crisi (Spagna, Portogallo e Grecia, non Italia) e la crisi divenne davvero “di sistema” contagiando anche il mercato dei titoli di Stato e travolgendo anche l’Italia le cui banche erano state sostanzialmente risparmiate dalla crisi americana.

L’Europa allora, secondo un meccanismo tipico della storia dei sistemi finanziari (nella quale ad episodi di crisi si risponde con regole rigide, salvo poi allentarle a crisi finita, sino alla prossima crisi), si è progressivamente dotata di due strumenti per evitare che il triennio terribile 2008-2011 potesse ripetersi, con grave pregiudizio per il processo europeo e rischi economici e sociali per gli Stati Membri più indebitati.

Per proteggere gli stati membri dal rischio di liquidità e, poi, di insolvenza ha istituzionalizzato uno strumento permanete (European Stability Mechanism o ESM, in italiano MES): l’ESM, semplificando al massimo, è un fondo mutualistico a contribuzione progressiva (dotazione fissa più possibilità di chiedere ulteriori versamenti agli stati aderenti in caso di necessità cogente) che funge da prestatore di ultima istanza per quegli stati che i mercati secondari dei titoli del debito pubblico considerano non affidabili o esigendo tassi di interesse tali da determinare una probabile illiquidità nei pagamenti interni (stipendi, pensioni, sanità) o, semplicemente, non sottoscrivendo le nuove emissioni del relativo debito pubblico.

Le operazioni di QE o quantitative easing – ossia l’acquisto delle nuove emissioni di debito pubblico da parte della BCE con l’immissione di nuova moneta nel sistema con l’effetto di “calmierare” i tassi di interesse dei debiti nazionali – completano il quadro del supporto al debito sovrano dei paesi periferici dell’Eurozona.

In tema di banche ed intermediari finanziari, l’azione delle istituzioni comunitarie si è articolata su due direttive parallele. Una è stata la progressiva instaurazione dell’Unione Bancaria, un sistema di coordinamento della vigilanza prudenziale, della armonizzazione normativa anche tecnica e di prevenzione e gestione delle crisi bancarie (leggasi fallimenti e liquidazioni). Fra il 2013 ed il 2016, una serie nutrita di direttive e regolamenti ha individuato nuovi soggetti ed affidato nuove competenze a vecchi soggetti: così l’Autorità Bancaria Europea è diventata l’autorità di regulation del sistema con le sue norme tecniche armonizzate ed il suo potere di proposta semivincolante alla Commissione Europea per gli standard tecnici vincolanti.

In Europa vige la libera prestazione di servizi ed il vecchio sistema dell’home country control che affidava la vigilanza alla autorità nazionale del paese di stabilimento della succursale di una banca estera, ma comunitaria andava superato: oggi la vigilanza macroprudenziale sulle banche più rilevanti (cd “banche significative”) spetta alla BCE con il supporto e la cooperazione dell’Autorità di Vigilanza bancaria nazionali e spetta alla BCE anche il compito, nell’ambito del terzo pilastro dell’Unione Bancaria, di attivare le misure di prevenzione delle crisi bancarie, sino alla dichiarazione che la banca “is failing or likerly to fail”. A questo punto (e veniamo alla fine al tema del ESM/MES) interviene una struttura chiamata SRB/CRU (comitato di risoluzione unico): per “risoluzione” si intende una procedura di gestione della crisi di una banca ordinata e finalizzata non a “cancellare” l’intermediario, soddisfacendo i creditori nei limiti del grado dei loro crediti – secondo il principio del fallimento tradizionale – ma, appunto, a “risolvere” la crisi con un costo minimo per il contribuente, garantendo la continuità delle funzioni essenziali della banca ed evitando, appunto, il panico agli sportelli , la corsa ai bancomat e il “contagio” ad altre banche.

E’ tanto cruciale questo aspetto che il CRU interviene dopo la decisione della BCE che qualifica una banca come “failing or likerly to fail” in 24 ore, valutando se non sia possibile ricorrere al mercato, ad un piano interno di gestione della crisi (che tutte le banche devono avere) e se il pregiudizio per la collettività ed il sistema finanziario sia tale da giustificare l’adozione di un procedimento di risoluzione.

E’ in questa fase che entra in gioco il “fondo di risoluzione unico”: un altro fondo di tipo mutualistico, come l’ESM, ma finanziato dalle banche e non dai bilanci pubblici con un livello obiettivo pari all’1% del monte depositi (per la parte garantita dai sistemi di protezione nazionali dei depositi). Anche questo è un fondo a costituzione progressiva (si prevede un periodo di otto anni per raggiungere il livello atteso).

Ecco, la modifica dell’ESM che si propone prevede la possibilità per il relativo fondo di stabilità di prestare – in caso di grave crisi bancaria che esaurisca le risorse del “fondo di risoluzione unica” e nel caso in cui le banche non possano versare i contributi aggiuntivi previsti dalla normativa – risorse al fondo di risoluzione unico, piuttosto che costringerlo a cercarne sui mercati internazionali cioè a chiedere prestiti a soggetti extra europei (ad esempio la Bank of China o l’FMI).

Il senso del collegamento è evidente: se la crisi bancaria del 2008-2010 si estende, nel 2011, al debito pubblico dei paesi periferici dell’Area Euro, allora prevenire crisi del sistema finanziario e degli intermediari finanziari bancari significa prevenire anche crisi del debito sovrano.

Ecco perché ha senso che l’ESM presti risorse al “fondo di risoluzione unico”. D’altra parte l’ESM ha capitali già versati dagli stati membri aderenti per circa 80 miliardi di euro che utilizza come garanzia per raccogliere risorse sui mercati mediante emissione di obbligazioni e titoli di debito con un forte rating dovuto alla copertura finanziaria degli Stati dell’eurozona con i debiti pubblici dalle migliori perfomance (Francia e Germania).

CB

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