Recovery Fund, nuove linee guida dalla Commissione UE

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Il 17 settembre, la Commissione ha pubblicato una prima bozza di documento di lavoro (linee guida per la stesura dei piani nazionali relativi alla RRF). E’ utile approfondire il tema per comprendere che cosa esattamente si aspettino a Bruxelles dagli Stati Membri e per capire il livello di complessità gestionale con il quale le amministrazioni nazionali dovranno confrontarsi.

Le aree di intervento sono quattro: favorire la coesione economica, sociale e territoriale; rafforzare la resilienza dell’economia e della società; ridurre l’impatto socioeconomico della crisi; supportare la transizione verso una economia verde e digitale.

Ogni piano dovrà essere articolato per “componenti” cioè per insiemi coerenti di “riforme” e “investimenti” che dovranno correlarsi con ciascuna delle quattro aree di intervento.

La descrizione dovrà essere sufficientemente analitica: la Commissione si aspetta, per ciascun componente, specifiche informazioni di dettaglio su ogni azione di investimento e su ogni riforma che si intende proporre, una quantificazione del contributo a carico della RRF ed i relativi obiettivi con una pianificazione dettagliata nell’arco temporale consentito ed articolata per stati di avanzamento (“milestones”).

E’ necessario che le componenti siano coerenti con gli specifici obiettivi nazionali individuati nelle raccomandazioni del Consiglio UE per gli anni 2019 e 2020.

Il documento indica dei macro settori sui quali intervenire a titolo di esempio: mercato del lavoro, sistema fiscale, politiche di settore, transizione verde, transizione digitale, sistema giudiziario, procedure concorsuali (crisi di impresa), efficienza e formazione della PA, politiche antifrode ed anticorruzione.

Le riforme dovranno avere effetti di lungo periodo (a prescindere dall’oggetto: un insieme di norme, meccanismi istituzionali, meccanismi di mercato ecc.) e la loro efficacia dovrà essere utilizzata per valutare il buon uso delle risorse investite. Anche in questo caso si richiede un livello di dettaglio elevato: gli stati membri dovranno descrivere in modo accurato le proprie riforme per consentire le valutazioni ex ante della Commissione.

Sarà utile evidenziare se e come riforme in settori diversi possano rinforzarsi a vicenda.

Gli investimenti, per loro canto, coinvolgono la spesa pubblica delle risorse comunitarie: dovranno determinare modifiche strutturali dei settori che li riceveranno ed avere effetti duraturi. Potranno comprendere investimenti in capitale fisso, risorse umane, tutela ambientale, ma anche proprietà intellettuali e, in ogni caso, essere orientati in chiave “verde” (maggiore efficienza energetica, decarbonizzazione del settore finanziato, riduzione dell’impronta ambientale ecc.).

Gli Stati Membri non possono decidere in modo arbitrario: dovranno limitarsi a costi derivanti da spese di natura non ricorrente (i.e. non si potrà finanziare la decontribuzione dei neo assunti, ma si potrà finanziare il sistema di collocamento pubblico). Anche il quadro temporale dell’investimento non potrà eccedere il 2026. Eventuali misure di durata ulteriore dovranno identificare le risorse nazionali che sostituiranno quelle comunitarie dal 2027 in poi.

C’è una certa discrezionalità nelle modalità di investimento: non solo investimenti diretti, ma anche strumenti finanziari, contributi a rimborso spese, sussidi. E’ importante indicare la presenza di coinvestimenti privati e che le norme sugli aiuti di stato non vengano violate.

C’è una certa attenzione (e favore) per i progetti transfrontalieri che dovranno coinvolgere più stati membri, ma la prevalenza è data alle eco condizionalità: ogni misura da finanziare nell’ambito della transizione verde dovrà essere verificabile in relazione ad obiettivi per la gestione del ciclo dei rifiuti, la prevenzione dell’inquinamento idrico, il controllo e la limitazione di altre forme di inquinamento, la mobilità sostenibile e via discorrendo.

C’è poi un minimo obbligatorio di spesa per la transizione digitale: il 20% del budget dovrà essere allocato su misure finalizzate al tema della connettività fissa e mobile, agli investimenti in ricerca e sviluppo nel digitale (incluso l’hardware), alla educazione digitale dei lavoratori, ai sistemi di e-government ed ai servizi digitali della PA (si pensi alla interoperabilità dei costituendi “cloud storage” delle PPAA nazionali degli stati membri) e creazione di “hub per l’innovazione digitale” finalizzati alla “digitalizzazione” dell’impresa privata. C’è spazio anche per l’innovazione tecnologica digitale: una citazione su tutte la vogliamo riportare, i processori quantici (intel in America ci sta lavorando da lustri).

Se volete approfondire il tema e non sapete la differenza tra un bit ed un qubit: https://www.ibm.com/quantum-computing/learn/what-is-quantum-computing/

Immancabile l’impronta verde anche sul digitale: ridurre i rifiuti RAEE, i consumi energetici ed il calore emesso dai data center è una priorità da tenere in considerazione.

Infine, un cenno al meccanismo di rimborso – che poi è la trappola in cui rischia di cascare l’asino tricolore:

la Commissione vuole dei S.A.L. a partire da un indicatore “baseline” (una ricca e complessa griglia di indicatori in realtà) con un valore di partenza e dei conseguimenti qualitativi basati sulla “timeline” degli investimenti e delle riforme. O l’esecutore nazionale sarà in grado di dimostrare che i SAL vengono rispettati come da programma o ci saranno decurtazioni sui rimborsi.

In maniera testuale, il documento lega i rimborsi alla prova che, poiché riforme ed investimenti operano in parallelo, diversi SAL e diversi obiettivi sono stati raggiunti nei termini previsti dalla pianificazione.

Pianificazioni troppo ambiziose, in altre parole, rischiano di comportare una riduzione dei rimborsi.

Neanche in questo documento si fa menzione di un prefinanziamento o anticipo: sembra quindi, per ora, che gli anticipi dovranno provenire dalle esangui casse nazionali.

Povero Gualtieri.

CB

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