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FRONTIERS ROCK FESTIVAL: DAY 2 – LIVE REPORT

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Frontiers Rock Festival

Dopo il violento nubifragio che ha investito questa notte Milano e dintorni, eccoci tornare il 2 maggio al Live Club di Trezzo sull’Adda (Mi), dove ci attende una “pioggia” di rock, per la seconda giornata del Frontiers Rock Festival.

Ovviamente incontriamo le stesse persone del giorno precedente, ormai diventate amiche, unite dalla stessa passione per questo genere intramontabile e che mai passerà di moda. Più o meno riprendiamo le stesse posizioni di ieri, una sorta di reciproco rispetto si è instaurato tra di noi.

Inizialmente c’è un po’ meno pubblico rispetto a quanto visto ieri, ma c’è da considerare che oggi è un giorno lavorativo. A fine serata la sala sarà strapiena.

Adrenaline Rush

Si comincia con gli Adrenaline Rush, cinque ragazzi svedesi capitanati dalla bellissima Tave Wanning, cantante dalle “doti” notevoli. No, non parlo della sua voce, su quella sorvoliamo, ma la ragazza ha un’avvenenza irresistibile, ammaliante e seducente.

La band ci propone un hard rock d’impatto, corposo, potente che a tratti ricorda i Ratt e in alcuni momenti anche le sonorità dei Warlock, altra band del passato che aveva una frontman femminile, Doro Pesch.

Purtroppo a differenza di quest’ultima, Tave perde nettamente il confronto, la sua tonalità di voce non è esattamente quello che ci si aspetta in una band di heavy rock, poco grintosa e più adatta al pop, ma lei sopperisce comunque con la dinamicità e l’energia che mette sul palco, un vero peperino che salta e balla da un punto all’altro della scena e per la gioia di noi maschietti ci mostra il suo bel fondoschiena sul quale spicca la scritta Adrenaline Rush (ma non è la scritta che noi notiamo…)

Tra i brani proposti, oltre l’iniziale “Black’n’Blue”, abbiamo ascoltato “No No No”, “Generation Left Behind”, “Oh Yeah”, “Hit You Like A Rock”, mettendo in bella evidenza la loro carica e vitalità.

La finale “Long Live Rock’n’Roll” ha coinvolto tutti noi appassionati di metal, cantandola insieme a Tave, o forse dovrei dire, aiutandola a cantarla. Un classico comunque che è sempre vincente.

Voce o non voce la band ha dato una bella sferzata iniziale alla giornata e naturalmente Tave poi sarà la più fotografata della giornata, oltre che ad essere poi a metà spettacolo, la madrina d’eccezione per l’estrazione della lotteria che metteva in palio una chitarra Charvel di Jake E. Lee.

Moon Land (featuring Lenna Kuurmaa)

Dopo l’attraente presenza femminile che ha un po’ messo su di giri il pubblico maschile, ecco salire sul palco una seconda artista in compagnia del suo nuovo progetto Moon Land.

Lei è Lenna Kuumaa, cantante estone che propone un pop-rock melodico molto orientato verso le sonorità delle Heart e dell’Aor americano in genere.

Qui ci troviamo però all’opposto di quello visto col gruppo che li ha preceduti in scena. Ottima voce quella di Lenna, decisamente superiore alla “collega” Tave (ma non ci voleva molto), ma purtroppo la sua presenza scenica è ben poca cosa, soprattutto il suo aspetto da “maestrina” (con tanto di occhiali), fa sembrare la sua esibizione, più una prova del gruppo invece di un concerto.

E’ pur vero che questa è la loro prima esibizione dal vivo di sempre e infatti lo si intuiva, la band mi è sembrata un po’ in tensione e troppo preoccupata di non sbagliare, anche perché l’occhio vigile di Alessandro Del Vecchio (loro produttore e lo si capisce anche dal grande uso delle tastiere nel loro sound) da sotto il palco li teneva sotto osservazione.

Purtroppo non sono un amante di questo genere, troppo melodico e lontano dai miei gusti e personalmente non mi hanno coinvolto molto. Spero che il buon Alessandro non me ne voglia.

L.R.S.

Proprio Alessandro Del Vecchio è protagonista poco dopo sul palco. Il mago delle tastiere è chiamato in forze (ma anche in veste di supervisore) agli L.R.S., acronimo di La Verdi (21 Guns), Josh Ramos (Hardline e The Storm) e Michael Shotton (Von Groove), un supergruppo che propone un sound che richiama alla mente i Journey ed ovviamente gli Storm di Ramos, dei quali poi eseguiranno anche alcuni brani.

Anche per loro è il debutto live di sempre, ma la differenza con i Moon Land c’è e si sente.

Da professionisti che sono i 5 hanno ravvivato lo spirito rock della manifestazione, con brani come “Our Love Is Here To Stay”, o Livin’ 4 Dream”, spaziando dall’hard fm all’aor a tratti melodico e d’atmosfera.

Sì lo so, non è il genere a me più congeniale, ma se suonato bene e fatto con classe, anche un metallaro come me lo sa apprezzare.

E gli L.R.S. naturalmente sanno suonare e lo fanno bene. Belli i duetti vocali tra La Verdi e Del Vecchio (che oltre che essere apprezzato tastierista, ha una voce ottima), Josh Ramos da grande chitarrista che è ci incanta con il suo tocco fatato e poi Michael Shotton batterista potente, possente e massiccio, un vera macchina schiacciasassi, che tra l’altro si cimenta anche in un brano come cantante.

La band nel finale ci regala anche un bel medley di successi tratti dalla produzione degli Storm, Von Groove e 21 Guns e conclude una bella performance.

Eclipse

Ritroviamo ora in scena altri protagonisti di ieri dove avevano suonato con i W.e.t. di Jeff Scott Soto. Oggi sono invece qui con la loro band, gli Eclipse ed ecco infatti che sul palco rivediamo volentieri Erik Martensson (oggi in veste di solo cantante), il chitarrista Magnus Henriksson e il batterista Magnus Ulfstedt, ormai quasi ospiti fissi del Frontiers.

Devo subito dire che la band è impressionante, potente, coinvolgente e spazia con facilità dal metal più rabbioso (ma sempre intriso di linee melodiche) all’hard più corposo. Una band completa.

Ascoltate “Wylde One” o “Ain’t Dead Yet” brani di tale forza che scatenano l’entusiasmo del pubblico e poi il talentuoso Erik (già grande chitarrista ieri con i W.e.t) come una forza della natura trascina tutto il pubblico con impeto, fervore, uno showman incontenibile, oltre che un cantante da paura.

Proseguono tra le altre con “Battleground”, “Bleed And Scream”, “Under The Gun”, “Sos” tra gli assoli di chitarra di Henriksson che tagliano l’aria come lame e l’ormai consolidato drumming prepotente e martellante di Ulfstedt, che picchia sui quei tamburi con grande tecnica. Insomma i due Magnus sono prorompenti.

“Breaking My Heart Again” è il titolo conclusivo della loro setlist che ci ha dato, per il momento, uno dei migliori show di questo festival.

Red Dragon Cartel

Siamo ora ad un momento emozionante per molti di noi, sul palco sta per salire Jake E. Lee, che dopo un lungo periodo di assenza dalle scene, torna con la sua nuova band, i Red Dragon Cartel.

Un’ovazione accoglie lo storico chitarrista di Ozzy (e Badland) e chi si aspettava un bel po’ di classici del periodo passato con Osbourne rimane un po’ deluso (come il sottoscritto).

Ma come era naturale prevedere Jake propone l’hard rock della sua nuova band, in fondo deve promuovere l’album e quindi godiamoci questo maestro della sei corde, che ci delizia con le sue funamboliche e imprevedibili magie che estrae dalla chitarra.

Devo ammettere che però personalmente (ma anche ad altri fan presenti lì intorno) a lungo andare la loro musica ha un po’ annoiato, nulla da eccepire sui quattro strumentisti, tecnicamente, è ovvio, superiori a tanti altri presenti qui in questi giorni, ma il sound è risultato un po’ ripetitivo, forse troppo modellato al servizio degli assoli di Jake E. Lee.

Prova ne è l’iniziale e molto personale versione di “The Ultimate Sin” (era Ozzy), ma nulla toglie comunque che brani come “Deceived”, “War Machine” o “Feeder” siano bei pezzi, che ricordano l’hard rock/blues degli Zeppelin sui quali Darren James Smith può far sfoggio della sua impressionante voce, veramente notevole e con un’estensione senza limiti.

E’ chiaro che non potevano mancare i classici dei Badlands come “High Wire”, “Rumblin’ Train” e “Sun Red Sun”, ma tutti aspettavano solo una cosa.

E finalmente nel bis ci regalano “Bark At The Moon”. Ci ritroviamo tutti insieme a cantarla, come fosse un inno liberatorio, dando sfogo a tutta la nostra voglia di ascoltarla. Grazie Jake per questa emozione.

Pretty Maids

Uno dei momenti più attesi per me è quello che sta per arrivare, finalmente posso rivedere i Pretty Maids.

La band danese mi è sempre piaciuta, il suo è un heavy metal  che colpisce duro, anche se poi si è andato un po’ ammorbidendo negli anni, ma sempre di qualità e di classe.

 “Mother Of All Lies” dà il via alla loro esibizione, seguita da “I See Ghosts” e “Final Day Of Innocence”.

La reazione del pubblico è grandiosa, tutti cantano con Ronnie Atkins, voce ancora rabbiosa, grande performer e vero mattatore della band, riesce con i suoi gesti ad eccitare e coinvolgere la platea.

Ken Hammer è chitarrista di un certo “peso” (in effetti è un bel po’ ingrassato),  ma i suoi assoli sono sempre notevoli.

Pescano dalla lunga produzione pezzi come “Yellow Rain”, “Please Don’t Leave Me”, “Nuclear Boomerang”, si divertono e ci divertono, e quando vogliono sanno anche colpire veloce e duramente ed ecco “Back To Back”, grandioso pezzo di rara potenza e velocità.

Il bis è un capolavoro della storia del metal: “Future World”, semplicemente fantastica.

Grandi applausi e standing ovation più che strameritata.

Incontrare poi Ronnie a fine concerto è stato un grande onore per me, da batticuore.

Stryper

Anche la seconda giornata sta per concludersi, avrò finalmente per la prima volta l’immenso piacere di vedere gli americani Stryper.

Band per me immensa da tutti i punti di vista, sia per il sound, per la tecnica e per le qualità che ho sempre apprezzato nei loro dischi.

La suggestiva “Battle Hymn” li introduce sul palco e già cominciano i lanci delle piccole Bibbie, E sì perché per chi non lo sapesse gli Stryper fanno heavy metal cristiano, quindi Vietato fare le corna durante la loro esibizione, pena scomunica!

Iniziano con “Sing-Along Song” per poi proseguire con “Loud And Clear”, l’immensa voce di Michael Sweet arriva ad ottave irraggiungibili per altri suoi colleghi, la presenza scenica della band è eccezionale.

Michae e Oz Fox duettano con le chitarre con grandissima maestria, ed impressionano per la facilità con cui le dita scorrono veloci sulle corde.

La band a strisce gialle e nere (in realtà la chitarra di Fox aveva le strisce argentate al posto delle gialle) continua a lanciare Bibbie al pubblico e anche qualche loro maglia e prosegue con pezzi, tra gli altri, come “Reach Out”, “More Than A Man”, “No More Hell To Pay”.

Sbalorditivo il lavoro al basso di Tim Gaines, roboante e potente, forse anche un po’ troppo, in effetti il suo volume copre parte delle chitarre, ma che importa davanti a noi ci sono gli Styper, leggenda del metal made in Usa.

Alle sue spalle Robert Sweet maltratta la sua batteria messa non frontalmente al pubblico, ma girata sul suo lato sinistro. E’ sempre stata la sua particolarità questa.

Poi a sorpresa ecco la cover di “Breaking The Law” dei Judas Priest. Ma come i sacerdoti di Giuda suonati da loro? Però il brano è fantastico e Michael arriva là dove ormai, ahimè, Halford non arriva più.

Ma non finisce qui, c’è anche un momento particolare per me: “Shout It Out Loud” dei Kiss sembra dedicata a me che sono lì davanti in prima fila e che proprio oggi indosso una maglia dei mitici Kiss. La cantiamo tutti all’unisono , in clima di festa indescrivibile.

Dopo “All For One” arriva “Honestly” cantata con pathos da Michael (su una base pre-registrata) e che ha emozionato non poco tutta la sala.

Terminano con il classico “Soldiers Under Command” che trascina tutti i fan in un coro senza fine e poi richiamati dalle nostre urla tornano in scena per il bis finale di “To Hell With The Devil” degna conclusione di uno show favoloso ed indimenticabile.

Anche per oggi ci possiamo ritenere più che soddisfatti, senza contare il fatto che poi poco dopo ho avuto la straordinaria occasione di farmi una foto col mitico Brad Gillis, chitarrista dei Night Ranger (ma non solo), una piccola anticipazione di quello che ci sarà nella terza giornata.

(Rockberto Manenti)

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