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ANNI DI METALLO 1.0 – LE INTERVISTE: WAY OUT

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Terminiamo la serie delle interviste fatte durante la serata dedicata ad “Anni di Metallo Live 1.0”, con la terza della serie, quella realizzata ai Way Out che tornano a mettersi in gioco dopo quasi vent’anni.

Abbiamo incontrato la band romana subito dopo la loro esibizione sul palco del Closer di Roma al termine di un concerto tutto denim & leather.

Ciao ragazzi, anche a voi chiederò di fare una presentazione della band ai nostri lettori.

Quindi lasciamo che Riccardo Strizzi, da frontman del gruppo, ci parli dei Way Out.

Partiamo da Riccardo Di Felice al basso, che diciamo è un po’ il perno del gruppo. Insieme a lui, Stefano Strizzi, mio fratello (batteria) ed io abbiamo formato quello che è il nucleo iniziale del gruppo.

Poi c’è Enzo Tauriello che è stato il primo chitarrista che abbiamo avuto negli anni ’85-’86, Alex Massari che ha suonato con noi per diversi anni fino ai primi anni ’90. Per la cronaca l’ultimo chitarrista che suonò con noi è stato Stefano Scarfone.

Insieme ci siamo tolti molte soddisfazioni, abbiamo fatto concerti ed anche qualche registrazione, tra cui “Under Russian Fire”, il nostro cavallo di battaglia. E poi ci siamo presi una lunga pausa.

Però siete tornati alla grande e stasera avete davvero picchiato duro.

Noi ce l’abbiamo messa davvero tutta, dopo tanti anni è normale che picchiamo duro. Diciamo che i pezzi che abbiamo proposto stasera possono suonare un po’ datati. Sono brani che vanno dall’85 al ’90. Si può sentire che non hanno un suono attuale, ma visto che è uscito il disco abbiamo deciso di presentare proprio i nostri vecchi pezzi.

Come ci si sente a ricalcare le scene dopo tanti anni?

E’ stato emozionante perché siamo saliti sul palco con i nostri vecchi compagni. Quando è nata questa idea del concerto (Anni di Metallo), abbiamo contattato sia Alex che Enzo che sono stati subito entusiasti di fare questa serata. Il bello è proprio l’amicizia che ci lega ancora, con Alex c’eravamo un po’ persi di vista, mentre con Enzo erano addirittura circa venticinque anni che non ci vedevamo più e tramite Gianfranco Belisario (organizzatore dell’evento) siamo riusciti a ricontattarlo.

Abbiamo pensato o la facciamo noi cinque o non ha senso. Ed è stato bello perché incontrarsi dopo venticinque anni tutti insieme vuol dire che oltre la musica c’è una bella storia di amicizia che a tutti noi ha lasciato un buon ricordo, ma soprattutto che quello che abbiamo creato quando abbiamo cominciato, è stata una cosa vera, intensa. Suonare per amicizia.

Le nostre strade si sono divise per questioni varie, di vita, e appena ci siamo rivisti è come se il tempo non fosse passato. Suonare stasera è stata una scommessa, ma volevamo fare il concerto noi cinque altrimenti non avrebbe avuto senso. Molto del merito è stato di Andrea Ciccomartino, che ci ha menzionato nel libro che ha scritto, quindi un minimo di contributo alla scena metal romana vuol dire che l’avevamo dato.

E poi anche la pubblicazione del disco ha fatto un po’ da traino portandoci a suonare qui stasera.

L’impatto col pubblico com’è stato?

E’ stato bello e divertente, un insieme di passione e di energia che è rimbalzata dal pubblico a noi e che, nonostante l’età, siamo riusciti a trasmettere.

Come ho letto da qualche parte “il metal mantiene giovani”…

E’ vero, ho guadagnato vent’anni là sopra, nel senso che da cinquanta sono tornato a trenta, ho ricominciato da dove avevo smesso.

Ho visto un pubblico entusiasta e molto partecipe.

Su di noi c’era molta curiosità, avevamo anche pezzi più morbidi, però ci siamo detti “spariamo” forte. Noi siamo più d’impatto. Sai che c’è di bello? E’ che sul disco tre pezzi li ha fatti Alex e tre pezzi Enzo. Stasera abbiamo coronato un bel sogno: suonare con tutti e due. Noi tre cercavamo di ricominciare ogni tanto, ma mancava sempre l’appoggio di un chitarrista, ed essere sul palco con entrambi è stato grande e li voglio ringraziare.

In alcuni vostri riff mi avete ricordato i Saxon.

Esatto. Hai centrato il discorso, i nostri sono pezzi proprio anni ’80, l’epoca d’oro del metal e dal vivo funzionano sempre.

Com’è stato condividere lo stage con gli altri due gruppi? (Raff e Graal)

Beh, già solo che ci stiano i Raff, icona del metal romano e non solo, è per noi un onore. Ci ritrovavamo insieme a loro in quella saletta in Via degli Zingari, parliamo del ’78/’79, è stato un rivedere delle facce conosciute, per cui oggi è stato come fare una rimpatriata.

Passavamo interi pomeriggi a sentire i Raff durante le prove. La scena romana metal erano i Raff e Baffo. Lui ci ha organizzato tantissimi concerti. Il giorno dell’anniversario della sua morte a gennaio, ho scritto una cosa su Facebook: “Suoneremo anche per te tanto sono sicuro che sarai lì”.

Ci ha aiutato tante volte e ci ha fatto suonare in altrettanti concerti. Tutte le volte che ci incontrava ci diceva: “Ma quando ricominciano a suonà i Way Out?” Lui ha sempre dato lo stimolo, se non ci fosse stato Baffo, la scena metal romana sarebbe stata molto diversa.

E il vostro disco?

Bello. I pezzi sono quelli che vanno dall’85 al ’90, secondo me sono un po’ datati, ma mi sembra che sono quelli che hanno il miglior responso dal pubblico. Sul disco la registrazione non gli rende onore, in fondo sono delle demo, prese dalle cassette.

Grazie di aver dedicato il vostro tempo a Roma Daily News e ci vediamo ad un prossimo vostro live.

L’energia che c’è dal vivo non si può paragonare a nulla. Il rapporto con il pubblico durante il concerto è indescrivibile, si sprigiona l’energia. Nel disco c’è l’elemento creativo, però lì finisce. Con il concerto vai oltre… è un momento unico…suonare un brano dal vivo è una cosa diversa.

(Rockberto Manenti)

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