Bianco è il colore del danno – raccontare la malattia, il suo prima ed il dopo

Ho conosciuto Francesca ad un incontro di presentazione di un libro di cui è la coautrice, quest’estate, a Roma. Mi colpì molto la sua severità – prima di tutto verso sé stessa – e la sua qualità di giornalista autentica.

“Una che va sul campo!” mi dicevo. Quella severità diventava obiettività nel riportare i fatti. Ricordo distintamente l’averla sentita affermare “giornalisti e ONG avevano più accesso ai centri di detenzione in Libia quando Salvini era ministro dell’interno di quanto ne abbiano adesso”.

Non si era certo in un contesto di destra. Finimmo per l’interloquire brevemente di povertà vicina o vicinissima (dato che per lavoro me ne occupo). Ne trassi l’impressione umana di aver parlato con una persona che aveva molto da raccontare e da insegnare.

Quando ho letto del suo libro, “Bianco è il colore del danno” per i tipi di Einaudi, sono corso a comprarlo e vi ho ritrovato quella stessa obiettiva severità che la caratterizza, quella attenzione a cercare di raccontare i fatti – anche quando i fatti sono cornice di un travaglio personale, emotivo e morale tanto intenso – senza cadere in agiografie o facili assoluzioni.

Confesso che ho provato quasi un senso di pudore nell’entrare in questo suo racconto dell’intimità sofferente, della rottura fra il prima (della diagnosi) ed il dopo, in questo suo tentativo di una geografia della personalità che traccia rotte e sentieri fra ciò che l’humus familiare le ha dato, quello vicino e quello più lontano, e ciò che l’impatto con la nuova condizione di incertezza e di “parte fragile” della società le ha consentito di conoscere, capire e descrivere al lettore.

Ho notato che Francesca ha un modo molto particolare di riutilizzare creativamente parole semplici per provare a rappresentare in modo originale concetti anche molto complessi che toccano il senso dell’esistenza, la dimensione dell’essere donna (nipote, figlia, madre, giornalista, malata), i rapporti familiari e, soprattutto, il rapporto con il proprio corpo e la sua ineludibile capacità di cambiare oggettivamente, per “mero fatto” direbbe un giurista, condizione di esistenza, prospettive, ansie e speranze.

Poiché ho esperienze personali di cura di familiari infermi (e per lunghi anni) mi ritrovo in molte delle sue considerazioni, in particolare riconosco come mia la concezione della malattia come malattia del singolo e della famiglia accudente. Che porta una frattura col resto del mondo, con il mondo dei sani.

E’ stata una lettura non facile, ma appassionante e di questo le sono grato.

Francesca Mannocchi è una giornalista. Cronista di guerra, esperta di crisi umanitarie e migrazioni. Corre rischi, raccogliendo notizie sul posto (Libia, Iraq): fa il mestiere del giornalista-giornalista. Scrive per l’Espresso e Repubblica. Sue alcune inchieste sulla povertà a Roma all’epoca del Covid.

CB