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Cantando sotto la storia

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Arrivarono canzoni in tutto e per tutto diverse da quelle che fino ad allora avevano tenuto banco: si intitolavano La gatta, Arrivederci, Non arrossire e sembravano scritte apposta per incontrare i gusti di un pubblico giovanile assetato di novità. L’idea vincente dei due fu quella di affidare agli stessi autori il compito di cantare le loro opere; così dal nulla nacquero Paoli, Bindi, Tenco, De Andrè, Lauzi, Endrigo.
Fu un’idea vincente: ad un’Italia profondamente provinciale quei primi cantautori trasmisero una carica di spregiudicatezza; a quell’Italia dei “favolosi” anni Sessanta queste canzoni nuove diedero una sferzata di verità dando voce a un sentimento diverso, al malessere allora diffuso tra i giovani. La forma-canzone cambia profondamente: frasi tutte d’un fiato, come uno sfogo liberatorio, armonie affascinanti che si ispiravano alla canzone francese, soluzioni inedite, mancanza di strofa o ritornello; la dimensione linguistica è quella della quotidianità.

Ancora una volta, dopo Napoli e Torino, una città diventa punto di incontro di poeti e intellettuali. Vivere a Genova era una vera e propria appartenenza culturale, tant’è che alcuni cantautori della così detta scuola genovese, non sono genovesi; inoltre quell’esperienza ha influenzato tutta la canzone italiana fino ai nostri giorni. Il repertorio presentato da Gianni Borgna, ed eseguito da Roberta Albanesi, accompagnata da un trio d’archi, e da Cinzia Gangarella ne è la prova. E se non ci fossero stati i cantautori?

Fabrizio Pacifici – Foto gentile concessione Andrea Arriga

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