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Il cantautorato acustico dei Kessy Fa

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Nei giorni scorsi ho avuto la possibilità di ascoltato alcuni brani dei Kessy Fa, trio acustico toscano formato da Nicola Sandri alla voce e chitarra acustica e cori, Claudio Vestrini alla voce e chitarra acustica e Ben Zenner Den al cajon, cha fa della malinconia ed ironia alcune delle loro caratteristiche principali. In questa occasione è importante ricordare il contributo artistico di Marco Vestrini, di cui vediamo in foto uno dei suoi graffiti artistici che simboleggia la filosofia, l’estetica minimalista e ancestrale dei Kessy Fa, vediamo di conoscerli meglio:

Ragazzi, perché esistono i Kessy Fa?
Claudio: I kessy Fa esistono perché esiste in noi del gruppo una nuova voglia di fare musica non tanto copiando gli altri ma proponendosi in prima linea come prodotto originale. Esistono perché è presente una volontà di esprimersi al di là degli aspetti di routine della musica stereotipata. Inoltre, è presente in alcuni di noi, un atteggiamento maturo oltre il giudizio degli altri e la critica artistica, che ci porta ad esprimere dei contenuti propri a prescindere. Questa non credo sia una forma di presunzione ma sicuramente un atteggiamento che proviene da una raggiunta confidenza a riguardo del proprio pensiero e creatività.

Il vostro progetto d’esordio s’intitola “La strada del non so”, ci potete anticipare qualcosa?
Claudio: “La strada del non so” è un progetto che parte dalla decisione di fare canzoni proprie e lasciare da parte la tendenza a fare cover degli altri gruppi musicali famosi. E’ una strada incerta che non sappiamo a quali risultati porterà, ma ci piace proprio per questo. Le canzoni parlano appunto di incertezza in un mondo in continuo cambiamento, dove valori come famiglia, lavoro e identità individuale, vengono messi in discussione. I protagonisti delle nostre canzoni risentono di questo disagio ma vanno avanti comunque mossi dalla speranza di una riuscita finale. Questo atteggiamento è evidenziato in modo emblematico nella canzone “Insicuro”. C’è sempre nei nostri testi il senso di una via di uscita verso il meglio, per cui non si può parlare di canzoni pessimiste, ma che semmai evidenziano un disagio presente tra la gente.

Siete una formazione molto creativa, quali sono i vostri percorsi artistici?
Claudio: Nel mio caso si parla di una provenienza dal mondo del rock e folk melodico di stampo nord americano. In altre parole si parla di basi musicali mutuate da cantautori americani degli anni 80 e 90 sviluppatesi nel tempo in modo personalizzato prevalentemente da autodidatta, abbinando voce e chitarra come strumenti da considerare indispensabili nel costrutto della canzone. Infatti, tutte le nostre canzoni vengono create cantando con la chitarra in mano, avendo davanti un lapis ed un foglio bianco.
Ben: Per quanto mi riguarda ho iniziato ad avvicinarmi alla musica come batterista verso la fine degli anni ottanta, all’epoca facevo parte di una band che componeva musica propria ma ispirata al Progressive Rock inglese. Col tempo e dopo varie band ho alternato brani originali a cover, spaziando nel variegato mondo rock per poi confluire nel grunge negli anni novanta e duemila. Con i Kessy Fa, ho abbandonato la batteria per concentrarmi sul cajon e me ne sono “invaghito”, uno strumento congeniale al nostro attuale status.
Nicola: Io mi sono avvicinato alla musica verso la metà degli anni duemila. A 11 anni ho ricevuto la mia prima chitarra ma mi sono appassionato intorno ai 16-17. Ho suonato in vari gruppi di ogni genere, in particolare un gruppo metal con cui ho suonato quattro anni. In seguito, mi sono diretto più su un sound acustico studiando anche tecniche fingerstyle e accompagnando vari cantanti delle nostre parti, fino ad esibirmi da solo chitarra e voce. Mi sono esibito da solo per qualche anno fino ad arrivare ai Kessy Fa dove continuo a portare avanti la mia passione canora e riesco a trovare i miei punti di forza con la chitarra.

Come vedete il panorama musicale attuale?
Claudio: Il panorama attuale è sempre più intriso di musica a costo zero, ovvero eseguita con computers e campionatori vari, anziché con l’uso di reali strumenti musicali. Questo abbassa notevolmente i costi di produzione di un pezzo ed ottimizza gli incassi nel caso il brano abbia successo presso la gente. Quindi nel panorama musicale attuale notiamo sempre più un’attenzione al business piuttosto che a ciò che definirei l’aspetto animico ed intimista della faccenda. Noi in controtendenza alla recente moda, siamo legati ad una dimensione artigianale ed interiore nella quale si compone musica, seduti su una sedia impagliata, con strumenti acustici prevalentemente a corda e non amplificati, con voce al naturale ed un cajon in legno a scandire il tempo. Non abbiamo bisogno di tecnologie particolari se non quando si entra in studio di registrazione o ci dobbiamo amplificare durante un concerto.

Dunque, siamo in attesa di ascoltarli nel loro Ep d’esordio e anche, ovviamente, dal vivo.

Maurizio Piccirillo

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