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Faust Extreme Fest V: in league with Venom!

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Faust Extreme Fest V - Cascina (Pi) 9 agosto 2014_00

Dodici ore di metal. Il “The Jungle” di Cascina (Pisa) ha ospitato il 9 agosto, sul palco allestito nella splendida area verde, il “Faust Extreme Fest V – Open Air” che ha chiamato a raccolta numerosi adepti amanti del metal più estremo, provenienti da ogni parte d’Italia e che a fine serata saranno più di mille.

La giornata è stata un viaggio attraverso il quale abbiamo visitato gli ardenti gironi dell’inferno Dantesco, in un crescendo di sensazioni che hanno alimentato la fiamma perpetua dell’Ade, per giungere infine, traghettati da Caronte, verso la meta finale: i Venom.

L’evento è stato preceduto la sera prima da un suggestivo meet&greet con la band, nella stessa location, al quale è accorso un discreto numero di fan, anche se poi non tutti sono riusciti ad avvicinarsi al trio, dato che Cronos, infastidito dalle zanzare, decide ad un certo punto di allontanarsi con i suoi compagni per tornare in albergo.

I miei primi incontri con i Venom furono nel 1984 (con i Metallica da supporto) e poi l’anno successivo insieme ad Exodus ed Atomkraft, “Long time ago…” come mi dice Cronos mentre mi stringe la mano. Al tempo la tecnologia di certo non aveva ancora compiuto passi da gigante, niente smartphone o fotocamere digitali, si andava solo a vedere il concerto, senza la “cattiva” abitudine degli “ostacoli” visivi odierni; quello che riuscii a fare all’epoca fu solo ricevere dalle sue proprie mani una corda del basso, che ancora conservo gelosamente a ricordo della data romana del 1985. Ora essere davanti a lui dopo trent’anni da quell’episodio ed immortalarlo in una foto insieme è una circostanza al limite dell’emozione, che quasi quasi mi fa ringraziare l’era digitale.

Neanche a farlo apposta nove sono le band che precedono i due headliner previsti del festival, nove come i cerchi descritti da Dante nella sua famosa opera.

Tutto è pronto ed è il momento di spalancare le porte dell’inferno ed entrare nella bolgia dei dannati.

Oltretomba

Eccoci nel “limbo”, i primi a salire sul palco sono gli abruzzesi Oltretomba, chiamati all’ultimo istante in sostituzione dei previsti Bleeding Fist (Slovenia) assenti per un infortunio al loro chitarrista.

Il gruppo è in realtà nato come progetto solista di L.D. (voce e chitarra), al quale poi si è aggiunto Falco (batteria) divenendo una band a tutti gli effetti ed al pubblico del Jungle, anche se ancora abbastanza poco in quel momento (visto che erano le 13), ha presentato il suo Retrogarde Metal, come loro stessi lo definiscono. Il duo, tra blasfemia, intolleranza ed ovviamente black metal, ha avuto il compito di rompere il ghiaccio e possiamo dire che lo ha addirittura sciolto, complice le calde fiamme dell’inferno sprigionate dal loro sound e dai loro growl. Originale la pedaliera per chitarra a forma di bara usata da L.D.

setlist: “Crash The Disincarnated” – “Damnation Forth” – “Silence… People Are Dying!” – “The Altar Of Succubus” – “No Future” – “Lustful Skin”

Whiskey Ritual

Siamo ora nel cerchio dei “lussuriosi”, si passa al black’n’roll degli emiliani Whiskey Ritual.

Di fatto il loro sound è intriso di una bella miscela di rock’n’roll estremo unita alla malvagità del black metal, che spinge la band verso un blackened thrash molto aggressivo.

Più coinvolgenti ed energici rispetto la prima band, i Whiskey Ritual hanno dato una bella sferzata al pubblico che si è presentato sotto il palco, coinvolgendoli e caricandoli e dimostrando anche discrete doti tecniche, il che non guasta mai.

La voce di Dorian Bones ha la giusta dose di aggressività per il suono cattivo creato dalle due chitarre di A. ed Alessandro Cattani (già incrociato con i From The Depht) e sostenuti dalla prepotenza del basso di Plague e della batteria di Asher.

Il livello comincia a salire, o, in una scala al contrario, sarebbe meglio dire a “scendere” visto che si va sempre più verso il centro degli inferi?

setlist: “Fin Du Siécle” – “Black’n’Roll” – “Over The Edge” – Bottleg In A Bootleg” – In Goat We Trust” – “One Million”

 

Voids Of Vomit

Incontriamo ora il cerchio dei “golosi” e quale miglior dessert, dopo il pranzo, di una band death metal?

Sul palco è il momento dei lombardi Voids Of Vomit. Certo, come nome non è il più adatto per un dessert, ma qui siamo all’inferno e i peccati si pagano infliggendo punizioni indescrivibili.

E la band è il concentrato del dolore che si potrebbe provare nel ricevere queste penitenze, la violenza che mettono sul palco è lo sfogo della loro rabbia, che si manifesta coi growl furenti di C.O. Vomit (voce), che sfoga la sua ira sull’asta del microfono, lanciandolo più volte in terra.

Forse a tratti, come spesso accade in questo genere, il suono può sembrare ripetitivo ed ossessivo, e dal mio punto di vista non ho notato un livello tecnico tale da colpire la mia attenzione. Probabilmente attirerò su di me ora la loro indignazione, ma d’altra parte ognuno la vede come vuole ed essendo io goloso, avrei preferito un piatto più prelibato.

setlist: “Intro” – Graveless Epitaph” – “Veritas Ultima Vitae” – Gorepipe” – Ritual Expiation” – “Cursed Void” – “Brigade Of The Old Skull”

Deadly Carnage

Proseguendo nel nostro cammino, ci ritroviamo ora tra “avari e prodighi”, tocca ai Deadly Carnage di Rimini. La band ha al suo attivo già tre album ed un ep. Influenze black e doom si notano sin dalle prime note, ritmi decadenti alternati a quelli più violenti caratterizzano la loro proposta. L’angoscia e l’oscurità pervadono le atmosfere create da Alexios e Dave (chitarre) sulle quali la voce brutale ed urlata di Marcello può sfogare tutta la sua dannazione, accompagnati verso la condanna eterna dalla sezione ritmica di Adres (basso) e Marco (batteria).

Come spesso accadrà durante il pomeriggio, anche a loro verrà tagliato un brano dalla scaletta per recuperare i tempi e rimanere negli orari prestabiliti, ma nel loro caso non ce ne sarebbe stato bisogno visto che erano in anticipo sul ruolino di marcia. Hanno comunque avuto lo spazio per presentare l’inedita “Mother Of Bones”.

Ci si incammina pian piano sul sentiero cosparso di ceneri (parafrasando il titolo di un loro album) verso la profondità dell’ignoto. Cosa ci aspetterà ora?

setlist: “Carved In Dust” – “Dome Of The Warders” – “Electric Flood” – “Mother Of Bones”

Die Hard

“Iracondi ed accidiosi”, questo è il quinto cerchio che incontra Dante nel suo immaginario (forse) viaggio e mai descrizione fu più giusta per gli svedesi Die Hard.

Il loro thrash/death trasuda di Venom, Slayer, Celtic Frost, Bathory, tutte band di culto che hanno dato un notevole contributo a questo genere. Non a caso il nome della band è di chiara ispirazione venomiana.

Certo non siamo davanti ad un gruppo che eccelle in tecnica, ma molti sono quelli che si rifugiano in questo tipo di musica senza cognizione di come si suoni effettivamente uno strumento.

Ma poco importa, forse l’impressione che hanno dato è stata quella di essere qui sì per suonare, ma anche per godersi poi il concerto dei maestri Venom (cosa che naturalmente hanno fatto) e magari un po’ per turismo.

Il trio composto da Harry (basso e voce), Simon (chitarra) ed Eric (batteria), ha sparato le sue cartucce con potenza e relativa qualità, martellando dall’inizio alla fine. Iracondi sì, ma senza i loro trucco sul viso in fondo sono dei bonaccioni.

setlist: “Evil Always Return” – “Antichrist” – “Black Mass” – “Necromantic Action” – “Master Of Deceit” – “Conjure The Legions” – “Thrash Them All” – “Emissaries Of The Reaper”

Corpsefucking Art

Tocca ai romani Corpsefucking Art aggirarsi nel cerchio degli “eretici ed epicurei”. Il livello di qualità qui si comincia a sentire ed apprezzare. Pur non essendo un cultore di death/black e dintorni (sono un metallaro più classico), riesco però a capire se un artista abbia delle doti di un certo spessore tanto da farlo emergere dalla massa, a prescindere dal tipo di musica eseguita.

E i Corpsefucking Art ne hanno da vendere, il loro brutal death metal ha colpito duro, con estrema perfezione e senza sbavature, facendo quello che sanno meglio fare senza eccessi.

Una più che buona performance quella di Francesco Bastard (voce), Andrea Cipolla e Mario Di Gianbattista (chitarre), Eddie Vagenius (batteria) e Marco De Ritis (basso), esente da errori, mirando al sodo e proponendo in sequenza micidiale tutti i brani (tranne uno per motivi di tempo) tratti dal loro ultimo album “Quel Cimitero Accanto La Villa”. Una band veramente compatta.

setlist: “Simpaty For The Zombie” – “Cemetery By The House” – “Night Of The Chicken Dead” – “Cat In The Brain” – “Blood Everest” – “Centrifuged, Washed And Strangled” – “The Mask Of Mr. Daisy” – “The Song With No Name” – “The Meaning Of Death”

 

Doomraiser

Si giunge nel cerchio dei “violenti” e non a caso, mai come questa volta, tale descrizione fu più adatta alla band che sta per salire sul palco. Dalla capitale arrivano i Doomraiser, che oggi mi hanno dato l’impressione di calcare la mano e rendere più pesante e spietato il loro classico doom metal di cui sono maestri, aggiungendo appunto quella dose di violenza adatta in un contesto come questo.

Tre soli lunghi ed intensi brani sono bastati per incantare e coinvolgere la platea in un continuo headbanging, i ritmi possenti, cadenzati ed a tratti più spinti dettati dal fenomenale duo Andrea BJ Caminiti (basso) e Daniele ‘Pinna’ Amatori (batteria) fanno da base all’altrettanto notevole lavoro delle chitarre di Giulio ‘Serpico’ Marini e Marco Montagna, e sulle trame sonore create dai quattro spicca la voce di Nicola ‘Cynar’ Rossi, ricca di pathos, angoscia, tensione e collera.

Non vorrei sembrare di parte, ma con i gruppi romani il festival ha cambiato decisamente consistenza.

setlist: “Vampires Of The Sun” – Dream Killers” – “The Raven”

Sofisticator

Il sommo poeta ci indica che nell’ottavo cerchio si trovano i “fraudolenti”, cioè coloro che ingannano ed in effetti la band toscana Sofisticator ci ha preso in giro, perché dietro l’aspetto di cinque semplici giovani ragazzi che si divertono a suonare musica, si nascondono dei veri metallers ispirati dalla old school thrash, che niente hanno da invidiare a band d’oltreoceano come Exodus, Overkill o Testament.

Avevo avuto occasione di vederli in azione lo scorso anno sempre qui a supporto degli americani Exodus e già le mie impressioni erano state positive.

Ora sono letteralmente impazzito, a prescindere che il loro è uno dei generi metal che prediligo e che fa parte del mio bagaglio culturale. Determinati, coincisi, diretti, i Sofisticator sanno come si fa thrash e lo fanno in maniera esemplare, con le due chitarre di Popi e il neo-acquisto Don Hammier che mietono vittime con i loro riff taglienti e feroci come lame di rasoio, capaci di scambiarsi i ruoli di solista con una facilità estrema e disarmante e mostrando tutta la tecnica di cui sono capaci al limite dello shredding.

Trascinante, istrionico e travolgente il cantante Disossator, ottimo frontman che coinvolge il pubblico incitandolo e spronandolo, da quando c’è lui sul palco le timide pogate e crowd surfing che c’erano state fino ad ora, diventano d’obbligo e sono incessanti, tanto da mettere in difficoltà il servizio d’ordine.

A completare il sorprendente combo ci sono Atomik Bahnhof col suo tuonante basso e Crudelio von Füst, un rullo compressore implacabile con la sua batteria, soprattutto nell’uso della doppia cassa.

Insomma estremamente letali come deve essere chi suona thrash metal di un certo livello.

setlist: “Sofisticator” – “Camping The Vein” – “M.c.s.” – “Ivo The Woodman” – “Burger Hell” – “Burn The Steaks On The Fire” – “Great Strike”

Hobbs’ Angel Of Death

Ed eccoci all’ultimo cerchio, il nono, prima di giungere nel fulcro dell’inferno vero e proprio che si scatenerà tra poco. Un pezzo di storia del metal anni ’80/’90 sale ora in scena: Hobb’s Angel Of Death.

La creatura di Peter Hobbs (voce e chitarra) è diventata un cult tra i metallari di tutto il mondo e sta girando in lungo e largo tutto il pianeta avvalendosi dei servigi di Alessio Medici (basso), Iago Bruchi (batteria), entrambi in forza agli italiani Violentor, e Simon Wizen alla chitarra, visto poche ore prima su questo stesso stage con i Die Hard.

Con un sound sempre ispirato da nomi storici come Slayer, Dark Angel, Venom, a differenza della sua performance di poco fa, il giovane chitarrista svedese qui si esalta e dimostra lodevoli capacità tecniche, messe in risalto da un qualità superiore di tutta la band che Hobbs ha sua disposizione, grazie all’incessante e martellante drumming di Iago e l’imponente presenza del basso di Alessio.

I loro brani colpiscono senza pietà, forse anche più di quando vennero a Roma lo scorso dicembre, ma qui siamo di fronte ad una massiccia presenza di pubblico e dare il meglio è ancor più d’obbligo.

Peter da grande mestierante dimostra ancora la voglia e la forza che ha di annientare tutto e tutti e lo fa con la grinta che da sempre lo contraddistingue, dimostrando ancora una volta di essere, a ragione, uno dei fenomeni della scena metal e tra le fonti di ispirazione delle generazioni post anni ’90 del genere thrash.

L’angelo della morte colpisce ancora.

setlist: “Lucifer’s Domain” – “Jack The Ripper” – “House Of Death” – “Satan’s Crusade” – “Crucifixion” – “Brotherhood” – “Son Of God” – “Marie Antoinette” – “Hypocrites”

Archgoat

Il lungo percorso intrapreso quest’oggi sta per giungere al termine, calano le tenebre e sotto una splendente luna piena, prima dell’ospite principale tocca agli Archgoat a fare da cerimonieri ed introdurci poi al cospetto di sua maestà Cronos.

I finlandesi sono stati chiamati come co-headliner per questo evento, ma non me ne vogliano i tanti adepti del genere death/black metal, è un mio parere personale, se non ci fossero stati sarebbe stata la stessa cosa. Mi sarei aspettato di più da una band di esperienza ultra-ventennale, nati nel 1989 e che, dopo averne perso le tracce per un certo periodo, si erano riformati nei primi anni 2000. Ed invece ho visto una band che propone solo chaos e suoni confusi, assenza totale di solo di chitarra, basando il tutto sulla celebrazione dell’occultismo e di tutte le sue derivazioni. Decisamente inconsistenti e la descrizione perfetta l’ha data uno degli spettatori dicendo una frase emblematica: “Ci vorrebbe il libretto come all’opera per seguirli…” il che la dice tutta sul loro effettivo valore. Nemmeno la luna ha smesso di brillare per diventare nera come cita una loro canzone, la loro musica non ha avuto nessuna influenza su di lei.

setlist: “Lord Of The Void” – “Death And Necromancy” – “Apotheosis Of Lucifer” – “Day Of Clouds” – “Penis Perversor” – “Penetrator Of The Second Temple” – “Thrice Damned Sodomizer” – “Goat And The Moon” – “Dawn Of The Black Light” – “Rise Of The Black Moon” – “Hammer Of Satan”

Venom

L’area antistante il palco è piena all’inverosimile, tutti ad incitare e gridare un solo nome: Venom.

E’ ovvio che la stramaggioranza del pubblico sia qui per loro, senza togliere nulla alle band che li hanno preceduti, l’attrazione principale sono loro, anche se ci fosse stata la sola loro presenza il risultato sarebbe stato lo stesso: nessuno sarebbe mancato a questo appuntamento. Prova ne è che tutti, dico tutti, gli artisti che fino ad ora avevano calcato la scena, ora sono lì ad attendere il loro ingresso. Ed eccoli entrare in un trionfo totale, osannati dai loro fan.

L’apertura è affidata a “Black Metal” che fa esplodere l’incontenibile entusiasmo dei presenti, pronti ad accompagnare con i nostri cori le note di un brano che ha fatto epoca e creato un genere.

Anche se per i più giovani Venom è sinonimo di black metal appunto, chi invece, come me, li segue dagli anni ’80, lega le sonorità dei loro pezzi più famosi a quelle tipiche della NWOHM (New Wave Of British Heavy Metal), che unite allo speed portato alle estreme conseguenze e all’uso più “urlato” della voce, hanno dato vita all’inimitabile sound della band inglese.

La loro forza non è scemata nel tempo e ritrovo in Cronos lo stesso entusiasmo visto oltre trent’anni fa, sembra un guerriero pronto alla battaglia (l’ispirazione a Gene Simmons dei Kiss si nota molto nei suoi movimenti) e più che mai deciso ad imporre la sua supremazia.

Venom è una macchina da guerra spinta dalla forza motrice di uno schiacciasassi come Danny ‘Dante’ Needham, (un soprannome predestinato a questo report) che dimostra di essere un funambulo della batteria, un genio capace di estrarre dai suoi tamburi evoluzioni tecniche uniche ed irripetibili, unite alla potenza distruttiva che vanifica ogni tentativo di resistenza.

Il pubblico non ha possibilità di scampo, colpito dall’onda d’urto di pezzi come “Pedal To The Metal” o “Warhead”, ogni brano è un capitolo di storia del metal di questa leggendaria band.

Superbo il lavoro di Stuart ‘Rage’ Dixon, riff impetuosi che si alternano ad assoli taglienti come lame in un turbinio di suoni esplosivi che escono dalla sua chitarra e che caricano di energia tutti i fan.

Cronos sembra entusiasta dell’invito ricevuto (un po’ meno delle zanzare che combatte, scherzando, imitando un guerriero ninja), elogia l’organizzazione del festival e l’affettuosa accoglienza che gli ha riservato il pubblico.

Certo è che con questa formazione i Venom hanno sicuramente raggiunto la perfezione, li avevo sempre visti “soccombere” nei confronti dei gruppi che li avevano accompagnati in precedenti tour (vedi Metallica, Exodus), eppure questa volta hanno dimostrato di essere anche una band e non solo un culto.

Il bis finale con “In League With Satan” e “Witching Hour” sono la celebrazione e l’apoteosi del loro mito che dura da più di trent’anni.

setlist: “Black Metal” – “Hammerhead” – “Bloodlust/Black Flame” – “Possesed/Schizo/Live Like An Angel” – “Buried Alive” – “Antechrist” – “Hail Satanas” – “Rise” – “Pedal To The Metal” – “Resurrection/The Evil One/Welcome To Hell/Hell” – “Leave Me In Hell” – “Warhead” – “Fallen Angels” – “In League With Satan” – “Witching Hour”

Black Dawn Promotion, Etrurian Legion Promotion, Wine Blood Records e The Brotherhood Metal Club Firenze hanno dato vita ad una manifestazione che ad ogni edizione è cresciuta costantemente, grazie all’impegno messo dai ragazzi dell’organizzazione, la cortesia dello staff e la volontà di dare a noi un prodotto sempre migliore, e che, nonostante gli illustri ospiti di quest’anno, sicuramente non sarà il loro punto di arrivo, ma uno stimolo per fare e dare sempre di più. Grazie ragazzi.

(Rockberto Manenti)

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