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Flight, la recensione

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“Flight”, che vede il grande ritorno di Robert Zemeckis dietro la macchina da presa, è la storia di un uomo, William “Whip” Whitaker – interpretato da un magistrale Denzel Washington – in lotta con il proprio alcolismo e con il proprio rifiuto di riconoscerlo.  

Il film inizia con Whip, che, dopo una notte a base di sesso, alcol e droga, indossa la divisa e siede al posto di comando del South Jet 227 in partenza da Orlando. Whip di mestiere fa il pilota di aerei di linea, ha grande esperienza, e forse è proprio la grande sicurezza in se stesso che lo porta a far decollare il suo aereo, nonostante sia ancora imbottito di cocaina e alcol.

Ad un certo punto, a causa di un guasto tecnico del velivolo, l’aereo va giù in picchiata, ed è solo un insieme di bravura, fortuna ed esperienza che permettono a Whip di compiere un atterraggio di emergenza e salvare la vita alla maggior parte dei passeggeri.

Chi è Whip, quindi? Un eroe? Un pilota capace di compiere miracoli? O un incosciente che ha deciso di pilotare il suo aereo ben sapendo di non essere fisicamente in grado di farlo?

Durante tutto lo svolgersi del film, Whip fugge da se stesso. Nel suo scivolare verso gli abissi della propria dipendenza e contestualmente verso il processo che determinerà le sue responsabilità nell’incidente aereo, sembra non essere in grado di riconoscere il suo problema, ed anzi, fino all’ultimo, continuerà ad agire negando pervicacemente di averne uno.

“Flight” è un film che merita di essere visto non solamente per la spettacolare scena iniziale dell’incidente aereo, ricreata in maniera superba da Robert Zemeckis, ma soprattutto perché è un viaggio nelle infinite contraddizioni della natura umana.

 

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