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FRONTIERS ROCK FESTIVAL: DAY 1 – LIVE REPORT

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Frontiers Rock Festival

La Frontiers Records è un’etichetta partenopea che si occupa di hard, heavy, melodic metal e aor e che nel corso degli anni è divenuta un punto di riferimento nel mondo musicale nell’ambito di questi generi, raccogliendo nella propria scuderia grandissimi nomi di fama internazionale.

Quest’anno per la prima volta organizza un Festival Rock di proporzioni “ciclopiche” per il nostro paese, suddiviso in tre giornate, che vede la partecipazione di ben 21 band e che ha richiamato a raccolta numerosissimi amanti del rock in tutte le sue sfaccettature al Live Club di Trezzo sull’Adda (Mi).

Devo ammettere che quando è stato dato l’annuncio di questo grandioso evento, ho avuto un sussulto, poter ammirare per la prima volta alcuni gruppi o rivederne altri tra quelli annunciati nel bill, mi ha riempito di entusiasmo ed ho atteso con impazienza l’arrivo di questo momento. Mi ha riportato alla mente i vecchi “Monsters Of Rock” vissuti in passato.

Unico appunto che ho sentito fare è sul costo del biglietto, ma diciamo che il piatto è ricco e il prezzo ci può stare, in fondo per altri “singoli” eventi si paga anche di più. Forse un “tantino” esagerato è il prezzo del vip-ticket, che permette l’incontro con gli artisti, cene, consumazioni, gadget e la possibilità di assistere ai concerti da una posizione privilegiata, ma naturalmente questi sono punti di vista.

L’importante è che finalmente anche in Italia ogni tanto si riesca ad organizzare un Festival degno di tale nome e che ha attirato un pubblico proveniente praticamente da tutta Europa: Germania, Francia, Spagna, Svezia etc…, la presenza straniera in platea è veramente massiccia, tutti qui a godere del Frontiers Rock Festival, una tre giorni rock senza “frontiere”.

Ecco il resoconto della prima giornata, quella del 1° maggio.

State Of Salazar

Si inizia in perfetto orario come previsto con gli State Of Salazar che hanno così l’onore di aprire questo Festival.

La band svedese che propone un rock melodico molto influenzato dall’Aor dei Toto e dei Journey. In effetti le loro linee armoniche ricalcano tantissimo le strade percorse in passato dalle loro band di riferimento, eseguendo i loro pezzi con buona dose tecnica e mettendo in evidenza la bella voce di Marcus Nygren.

Brani come “I Believe In You” e “Lost My Way With You” hanno fatto la felicità delle ladyes presenti sotto il palco, proprio per la loro impronta melodica.

Presentano tra le altre anche “All The Way”, che darà il titolo al loro album di prossima uscita e che è compresa nella compilation celebrativa del festival in vendita qui in questi giorni.

Tutto sommato un buon inizio di giornata.

Dalton

Dopo un po’ rock tipicamente Fm, arriva una bella carica di energia, con il sound decisamente a me più consono degli svedesi Dalton.

Avevano abbandonato le scene circa 20 anni fa, ma sono tornati per colpire col loro hard rock, melodico sì, ma più appassionato e coinvolgente.

Ottima la loro prova da veri rockers, con Bosse Lindmark a fare da anfitrione sullo stage con la sua voce graffiante, come i riff di Leif Westfahl che riportano la band al magico sound degli anni ’90.

Riascoltare brani come “Go For It” ha dato una sferzata di vigore a tutti, sia in sala che sul palco e la band non si è risparmiata, fornendo una prova strepitosa e prepotente.

Non da meno è stata la performance della sezione ritmica di Mats Dahlberg (batteria) e Anders Lindmark (basso), ancora in piena forma e veramente martellanti, coadiuvati alle tastiere da Ola Lindstrom, che ha creato quel giusto tappeto sonoro di accompagnamento, ma mai invadente.

Con i Dalton ora si può parlare di un festival “rock”!

Three Lions

Si passa ora agli inglesi Three Lions e qui siamo di fronte ad un pezzo di storia dell’hard rock britannico vista la presenza nelle fila della band del chitarrista Vinny Burns, fondatore di band come i Dare e soprattutto i Ten.

I Three Lions sono la nuova realtà di Vinny, una bella realtà, col loro hard rock corposo, a tratti più melodico, che ricalca la scuola dell’hard classico made in England di Uriah Heep e Magnum.

“Holy Water”, “Hold Me Down”, “Kathmandu” sono tra i brani presenti in scaletta che hanno dato spazio alla bella voce del bassista di Nigel Bailey di mettersi in evidenza, dimostrando di essere a proprio agio sia nei momenti più “duri” che in quelli leggermente più soft.

Gli assoli che Burns ci offre e che tira fuori dalla sua sei corde sono intensi e molto d’effetto, e il pubblico gradisce. Applausi a non finire per la band sulla conclusiva “Trouble”.

Bravi Three Lions, una bella sorpresa.

Snakecharmer

Siamo a metà giornata ed ora arrivano i grossi calibri previsti dal programma.

E’ il momento degli Snakecharmer, creatura nata per volontà di Neil Murray e Micky Moody, entrambi ex-Whitesnake, una all-star band che naturalmente propone un sound simile a quello di David Coverdale & co.

Ma lo fa in maniera straordinaria, professionale e aggiungendo quel pizzico di suo che lo rende un grande gruppo.

Su tutti si segnala la splendida voce di Chris Ousey, cantante veramente impressionante, dalle sue corde vocali sembra escano contemporaneamente le voci di Paul Rodgers, Phil Mogg ed ovviamente lo stesso Coverdale, fuse tutte insieme in una miscela unica e meravigliosa.

E’ ovvio che la band abbia riproposto anche qualche di cavallo di battaglia dei Whitesnake, come “Here I Go Again” o “Fool For Your Loving”, ma in scaletta erano presenti anche brani della loro produzione come “Guilty As Charged”, “Falling Leaves” o “My Angel” intramezzate da un coinvolgente assolo blues di Micky Moody che ha emozionato tutta la platea.

Con piacere ho rivisto poi dietro le pelli Tim Brown, batterista della Don Airey band, anche lui ormai parte della grande famiglia Purple.

Sicuramente uno dei gruppi più in forma presenti in questa prima giornata, anche a giudicare dalla standing ovation che tutti gli hanno tributato.

W.E.T.

Gironzolando qua e là si incontrano gli artisti presenti oggi, tutti disponibili a foto ed autografi, gli fa molto onore questo, non hanno assolutamente atteggiamenti da divi sopra le righe e si intrattengono volentieri con i loro ammiratori.

Incontriamo anche amici come i Battle Ram, Tony Arcuri (Raff) e poi chi vedo? Janne Stark! Il chitarrista dei Grand Design è arrivato qui dalla Svezia in veste di semplice fan, per assistere al concerto.

In realtà è presente anche Magnus Ulfstedt, batterista dei Gran Design, ma qui in forza ai W.E.T. (e poi anche agli Eclipse che suoneranno domani).

Tocca proprio ora alla band di Jeff Scott Soto a salire in scena, vengono accolti da urla di tripudio, soprattutto da parete delle ragazze, tutte in visibilio per i giovani componenti della band.

Iniziano con “Walk Away” e poi proseguono con “Learn To Live Again” con Soto in forma smagliante, istrionico come sempre e carismatico, un vero animale da palcoscenico.

Ottima la coppia formata da Magnus Henriksson e Erik Martensson, i due chitarristi hanno decisamente impressionato per la tecnica, la velocità ed anche per la loro tenuta di palco.

Granitico il drumming di Ulfstedt, che “gioca” con le sue bacchette senza perdere nemmeno una battuta. Ai piedi della sua batteria viene posto un piccolo manifesto con scritto “Marcel will be there… forever”, a ricordo dello scomparso bassista dei Talisman Marcel Jacob, che era parte del progetto iniziale dei W.E.T. (il nome della band è infatti l’acronico dei tre gruppi in cui i membri hanno suonato: Work Of Art, Eclipse e Talisman).

Per la gioia dei fan nella loro setlist hanno trovato spazio anche “Brothers In Arms” e “One Love” eseguite dopo che Jeff e compagni ci hanno ringraziato con un brindisi alla tequila che scherzosamente lo stesso Soto aveva chiesto ed è stato subito accontentato.

Decisamente una grande performance la loro.

Hardline

Altro pezzo di storia è in arrivo di fronte ai nostri occhi, ecco gli Hardline, band di classe e qualità indubbie, che vede tra le proprie file anche il nostrano Alessandro Del Vecchio alle tastiere.

Iniziano con “Danger Zone” e poi “Taking Me Down” mettendo in luce tutta la pregevole tecnica a cominciare dalla grande voce di Johnny Gioeli, ma senza dimenticare anche Francesco Jovino (già batterista di Udo), altro fenomeno italiano e la bassista Anna Portalupi, sì una femminuccia, ma che grinta la ragazza!

Josh Ramos arricchisce con la sua preziosa chitarra tutto il loro sound, un bell’hard melodico, ma potente, dove anche Alessandro ha la possibilità di dare un grandissimo apporto e regalarci un assolo di rara bravura.

“Life’s A Bitch”, “In The Hand Of Time”, “Hot Cherie” si susseguono seguite con grande entusiasmo da tutto il pubblico, che poi li chiama, insiste e conquista anche un altro brano, “Rhythm For A Red Car” tanto per concludere in bellezza la loro grande prestazione.

Tesla

Ci si avvia alla conclusione di questa prima magnifica giornata, tocca agli headliner della serata: i Tesla.

E’ chiaro che la loro entrata è trionfale, si può descrivere l’esplosione di gioia che ha avuto il pubblico appena sono arrivati sul palco.

Partono con “I Wanna Live” e danno inizio ad uno show epico, che riporta la band ai fasti, meritati, del passato. Sempre ruggente la voce di Jeff Keith, graffiata, ruvida, adattissima al loro hard rock tosto e accattivante.

“Heaven’s Trail”, “Mamas Fool”, “Into The Now” sono tra i brani che ci hanno proposto, un’emozione dietro l’altra, caratterizzati dai riff rabbiosi delle chitarre di Frank Hannon e Dave Rude, funambolici, dei giocolieri con i loro strumenti, senza aver bisogno di sfoggiare grandi tecnicismi, colpiscono nel segno con assoli diretti, semplici, ma ricchi di passione.

“Love Song”, “Sign”, “Modern Day Cowboy”, sono tutti brani che vengono cantati all’unisono dall’immensa platea del Live Club e naturalmente anche loro non possono deludere i loro fan e regalano un bis da brivido con “Comin’Atcha Live”, la conclusione perfetta di uno show magistrale.

La gente li richiama, grida i loro nomi, ma purtroppo non tornano anche se sul momento sembrava che quasi quasi ci accontentassero.

Ma va bene così, per oggi possiamo considerarci soddisfatti e domani vedremo cosa succederà.

(Rockberto Manenti)

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