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FRONTIERS ROCK FESTIVAL: DAY 3 – LIVE REPORT

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Frontiers Rock FestivalTerza e conclusiva giornata del Frontiers Rock Festival quella del 3 maggio qui al Live Club di Trezzo sull’Adda (Mi). All’apertura l’affluenza oggi è decisamente maggiore rispetto allo stesso orario dei giorni precedenti e sotto il palco nel corso della giornata si starà veramente stretti.Come al solito a fare numero sono sempre più gli stranieri, addirittura qualcuno giunto anche dal Brasile, probabilmente per seguire qualche suo connazionale membro della band di Jeff Scott Soto.

Diamo un’occhiata in giro prima di riprendere le “nostre” consuete postazioni ed oltre i consueti volti già incontrati nelle scorse giornate, come gli amici di Rome by Wild o quelli di Trieste is Rock (nonché di Radio City Trieste), ho il piacere di poter salutare nuovamente Ciano Toscani (Ancillotti), Jens Ludgren (Bai Bang) e poi Michele Luppi (Secret Sphere).

Ma è il momento della musica e quindi subito in sala per goderci un’altra tonnellata di puro rock!

Crazy Lixx

Avvio scoppiettante questo di oggi con gli svedesi Crazy Lixx, il loro sleaze/glam metal ha subito messo in allegria il pubblico.

Frizzanti, divertenti, giovani e simpatici hanno caricato di energia tutta la platea col loro sound frutto della sapiente miscela di vari “aromi”, tra Kiss, Def Leppard e Ratt.

Partono con “Rock And A Hard Place” e poi il loro nuovo singolo “Sympathy”, peccato che la voce di Danny Rexon sia stata un po’ penalizzata dai volumi decisamente bassi rispetto a quelli utilizzati dal resto della band.

Però questo non ci ha impedito di gustarceli in tutta la loro freschezza con gli altri brani tra cui “Lock Up Your Daughter” o “Blame It On Love”, con una coppia di chitarristi niente male come Edd Liam ed Andy Zata, che seguono alla perfezione le regole dei duetti alle sei corde dettati dallo sleaze, sostenuti dalla buona sezione ritmica di Joe Cirera (batteria) e Jens Sjoholm (basso).

Concludono con “21 ‘Til I Die” una spumeggiante performance che personalmente ho apprezzato molto, basata su semplici accordi di facile presa, ma sempre molto grintosi.

Issa

Come direbbe il mitico Alberto Sordi, ecco salire sul palco una “cavallona”: è Isabell Oversveen, meglio conosciuta come Issa.

Alta, bionda, prorompente, come già successo ieri con Tave Wanning ( Adrenaline Rush) noi maschietti in sala cominciamo a fare i galletti.

Accompagnata da una “all italian band”, capitanata dall’onnipresente e virtuoso Alessandro Del Vecchio (tastiere), la cantante norvegese ha proposto il suo stile che ha coniugato il melodic rock alle atmosfere tipiche del più classico Aor, con qualche spruzzatina di pop.

Decisamente superiore alle altre voci femminili ascoltate in questo festival, Issa ha proposto in scaletta brani come “Dream On”, “Angels Crying”, “Invincible”, muovendosi in scena con la sua sensuale eleganza e conquistando lo spettatore con una voce molto adatta al genere proposto.

In questo è stato molto d’aiuto anche l’apporto della band con Mario Percudani (chitarra), Stefano Scola (basso) e Alessandro Mori (batteria) che hanno suonato con classe e sobrietà, ma soprattutto dimostrando che certe qualità non le hanno solo i musicisti stranieri, aggiungendo poi quel tocco di emotività ed intensità che con gusto raffinato Percudani ha tirato fuori dai suoi assoli.

Si finisce con la più rockeggiante “Can’t Stop” e qualche coro in platea del tipo “Ollelè, ollalà, faccela…”, ma anche questo fa spettacolo e, aggiungerei io, ci stava sicuramente.

Jeff Scott Soto

Attesissimo dal pubblico (soprattutto femminile), per la seconda volta in tre giorni torna in scena Jeff Scott Soto, che dopo aver cantato con i W.E.T. due giorni prima, ora è qui con la sua band.

Accolto nuovamente, come era ovvio, da urla e grida femminili (e non), lo showman parte con “Take U Down” ed è subito heavy rock di quello sanguigno, potente e rinchioso.

Jeff sa cantare, muoversi sul palco, gioca col microfono e scatena il pubblico che lo accompagna in coro in ogni canzone come su “21st Century” e “Believe In Me”.

Poi ancora, tra le altre, “Look Inside Your Heart” che vede il cameo di Joel Hoekstra, chitarrista dei Night Ranger e tanto per gradire “Holding On” che non eseguiva dal vivo da parecchio tempo.

Insomma una setlist veramente ampia che pesca qualche titolo anche dal repertorio dei Talisman, dei quali ci offre un bel medley con una selezione di brani come “Break Your Chain”, “Dangerous”, “Frozen”, “Crazy”…

Una grande band la sua, con un piccolo genio alla chitarra, il madrileno Jorge Salan (già con i Mago De Oz) e perfettamente adattatosi ad un sound completamente diverso da quello della sua band spagnola.

Ma non dimentichiamo nemmeno Luis P. Almeida (chitarra e tastiere), Edu Cominato (batteria) e David Z (basso) che completano una formazione veramente all’altezza, estremamente a proprio agio sul palcoscenico e degna di un grande vocalist come Jeff.

Con insistenza il pubblico li costringe a continuare, anche se il tempo a loro disposizione è terminato e così mettono la ciliegina sulla torta  con “Stand Up”, terminando nel tripudio totale. Tanto di cappello, ragazzi!

John Waite

Dopo l’uragano Soto, arriva un momento di calma, come si suol dire “la quiete dopo la tempesta”: sul palco c’è John Waite. Non metto in dubbio assolutamente la professionalità, il carisma e la classe del cantante inglese, ma decisamente è anni luce lontano dalla mia concezione di rock. I suoi fan potranno dirmene di tutti i colori, ma personalmente non ho mai amato questo tipo di pop/rock troppo melodico e decisamente da radio fm, tanto apprezzato invece, da quel che ho veduto, dalla stramaggioranza del pubblico femminile in sala.

Ma è normale, la sua musica più d’atmosfera fa sognare le donne, ma anche il suo fascino impeccabile, garbato e mai volgare gioca un ruolo a suo favore ed ovviamente la sua voce calda dalle molteplici sfumature lo rendono un cantante di tutto rispetto.

Comunque al sottoscritto (metallaro dalla nascita, tanto per ricordarlo) non basta la presenza di un chitarrista come Keri Kelli (Alice Cooper, Warrant e tanti altri) sul palco in compagnia di Waite per attirare l’attenzione e i suoi brani non mi hanno coinvolto più di tanto, anzi diciamo per niente.

Tra le tante ha proposto “Change”, “Back On My Feet Again”, qualche brano dei Bad English come “When I See You Smile” o “Best Of What I Got”, naturalmente l’immancabile e famosissima “Missing You” e la cover di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin, a mio giudizio discreta, ma niente di più.

Potete anche fustigarmi e sarò ripetitivo, ma chiamarlo rock è un po’ troppo, soprattutto dopo Jeff Scott Soto.

E non dimenticate che i gusti sono gusti.

Danger Danger

Dopo il “sorbetto” di poco prima, si ritorna finalmente a scatenarci con i Danger Danger.

Era la prima volta che li vedevo e devo dire che la loro carica adrenalinica è sconvolgente. Una band di pura energia rock’n’roll, una festa garantita col loro show.

E sì perché di show si deve parlare, con un Ted Poley (voce) che “schizza” da una parte all’altra dello stage, una vitalità incredibile, un trascinatore di folle che conduce il pubblico nella dimensione dirompente dell’hard rock.

Gli americani partono a razzo con “Rock America” e poi continuano a martellare incessanti con “Boys Will Be Boys”, “Hearts On The Highway” e, tra le altre, “Bang Bang” e “Beat The Bullet”.

Le funamboliche prodezze di Rob Marcello alla chitarra e la voce graffiante di Poley, non danno tregua e confermano solo una cosa: i Danger Danger sono tornati prepotenti più di prima.

Da vero mattatore Ted fa cantare a tutti i fan la suggestiva “I Still Think About You” e poi come non seguirlo anche nei cori di “Crazy Nites”, saltando al ritmo di quel sound così stimolante, brioso ed entusiasmante.

Non poteva mancare “Monkey Business” introdotta da un infuocato assolo di Rob e poi “Naughty Naughty” che scatena i movimenti sexy delle fanciulle sotto il palco.

Una prestazione esplosiva che ha infiammato il pubblico riunito lì ed affamato di rock, quello robusto.

Winger

Si accendono ora i motori sono di scena i Winger. Entrati ormai da tempo nell’olimpo dell’hard rock mondiale, I quattro americani hanno dato il via al loro concerto con “Midnight Driver Of A Love Machine” (tratto dal loro nuovissimo album “Better Days Comin'”) e subito si capisce che la classe non è acqua.

Sound aggressivo, incisivo, pungente caratterizzato da un grande chitarrista: Reb Beach.

Se il giorno prima Jake E. Lee aveva impressionato, Reb oggi ha strabiliato con la sua tecnica immensa ed unica, regalandoci una serie di assoli eseguiti in “scioltezza” e con estrema naturalezza.

La band ha continuato con le sue hits come “Madalaine”, “Hungry”, “Pull Me Under”, spaziando dal rock più duro a quello vagamente melodico dando modo a Mister Beach di poter fare quello che nei Whitesnake è “costretto” a non fare (lì è il secondo chitarrista). Qui invece la scena è tutta sua e poco importa che sul palco il gruppo abbia un altro chitarrista, Reb ci “illustra” come si suona quando il talento è innato in un artista.

Proseguono, tra le altre, con “Down Incognito” e quando vogliono spingono sull’acceleratore percorrendo strade più metal come in “Rat Race” e “Deal With The Devil”, ma sanno anche creare momenti più d’atmosfera come con “Miles Away” dove Kip Winger si accompagna alle tastiere.

Forse un piccolo appunto lo si può fare su di lui, inizialmente un po’ distaccato, ha poi man mano aumentato la sua presenza scenica dando peso e corpo alla sua voce graffiata ed avvolgente.

Emotiva e passionale “Headed For A Heartbreak”, che nel finale regala al pubblico un assolo di Beach così intenso da sembrare pura poesia musicale.

Il pesante ed incessante drumming di Rod Morgenstein introduce “Can’t Get Enough” e subito dopo tocca ad “Easy Come Easy Go”, prima di poter ammirare Reb Beach in lungo solo esempio di pura tecnica chitarristica.

Concludono con “You’re The Saint I’m The Sinner” e “Seventeen” (che ricorda non poco i Van Halen) e ci salutano applauditi, oltre che dal pubblico, da Josh Ramos che li ha seguiti per tutto il tempo dal backstage.

Se lo ha fatto un artista come lui un motivo ci sarà.

Night Ranger

Siamo quasi alla conclusione di questo magnifico festival, purtroppo c’è rimasto solo un gruppo, i Night Ranger.

Avevo visto la band californiana anche qualche anno fa sempre qui vicino Milano, ma lì erano special guest, ora abbiamo la possibilità di vederli come headliner.

Introdotti da “You Shook Me (All Night Long) degli Ac/Dc, al loro ingresso in scena vengono accolti da un’ovazione e partono con “Touch Of Madness”. In sala è il delirio.

La band è semplicemente micidiale, siamo sbalorditi, frastornati, non si riesce a capire chi o cosa guardare, se Brad Gillis che strapazza la sua chitarra o Jack Blades che al centro del palco ci sconvolge con il suo dinamismo, ma così si rischia di perdere Joel Hoekstra sul lato sinistro che “giocherella” con la sua sei corde. Insomma spettacolo nello spettacolo. Stratosferici!

Travolgenti proseguono con “Sing Me Away”, “Lay It On Me”, “Sentimental Street”, ogni brano è l’occasione per ammirare le fantastiche imprese dei due chitarristi, indescrivibili, bisogna vedere per credere.

Brad Gillis è di un altro pianeta, disumano con la sua chitarra, ma credo che questa “goda” ed essere usata in quel modo, la sua tecnica è devastante e disarmante per molti, come poi leggerete più sotto.

Scherzano, ridono, si divertono, si mettono in posa per la gioia dei fotografi, da veri rocker di razza che sono.

Kelly Keagy lascia momentaneamente la sua batteria, posta come suo solito sulla destra del palco, e ci regala un momento di emozione cantando “Sentimental Street” insieme ai fan in estasi.

Poi Blades ci chiede se vogliamo qualcosa dei Damn Yankees ed eccoci accontentati con “Coming Of Age”, la sua voce è sempre la stessa, il tempo sembra non essere passato e poi continuano con “The Secret Of My Success”, “High Road”, col bel tappeto sonoro delle tastiere di Eric Levy, e nella lunga scaletta trova spazio “High Enough” (sempre dei Damn Yankees) con l’iniziale duetto acustico di Joel e Brad.

Quest’ultimo sembra non essere soddisfatto di qualcosa durante il brano (e se pure fosse non ce ne siamo accorti), lo vediamo nel backstage parlare col loro tecnico, ma il bello di questi artisti e che sanno fare il loro mestiere ed eccolo subito pronto e sorridente per stenderci ancora un po’ con il loro sound.

E così si va verso il finale con “Four In The Morning”, “When You Close Your Eyes” e “Don’t Tell Me You Love Me” che scatena l’headbanging del Live Club e l’intrattenibile esplosione di gioia dei fan nel momento in cui il brano si fonde con la breve cover di “Highway Star” dei Deep Purple.

Escono di scena sotto uno scroscio di applausi impressionante e tornano per il bis finale con “Sister Christian” cantata sempre da Keagy e poi ci salutano nella maniera più adatta a questo festival: “(You Can Still) Rock In America”. Il rock è vivo e i Night Ranger sono qui a testimoniarlo. Un vero trionfo, un apoteosi.

Che dire. Brad Gillis ha esterrefatto tutti e per descriverlo bastano le parole di J.J. Frati (chitarrista nei Crying Steel): “Ragazzi, stasera Brad Gillis ci ha pettinato tutti. Non lo avevo mai visto dal vivo, lo sentivo da ragazzo, ma dopo questo… metto la mia chitarra in vendita, interessa a qualcuno?”

E io non aggiungo altro.

Le conclusioni. Festival stupendo, averlo vissuto intensamente tutti e tre i giorni sempre in prima fila attaccato alla transenna del pit, mi ha portato indietro quando da giovane si facevano queste maratone rock e mi ha permesso di godere a meno di un metro dal palco delle eccezionali esibizioni delle band e poi vedere Brad Gillis ad un passo da me fare acrobazie sulla sua chitarra, mi ripaga pienamente delle circa 30 ore in piedi.

Un plauso va all’organizzazione, ma anche ai tecnici e allo staff che hanno fatto un lavoro enorme e saputo gestire al volo situazioni di emergenza, pur di assicuraci una così importante manifestazione.

La cosa più divertente? Le signore “abbastanza” mature e per nulla avvenenti (modello “sagra del quintale”) che cercavano con i loro gridolini e “danze” sexy di attirare invano le attenzioni di Jeff Scott Soto.

La speranza è che le parole di un ragazzo inglese incontrato tra il pubblico siano di buon auspicio: “Quando c’è la seconda edizione?”.

Grazie Frontiers.

(Rockberto Manenti)

 

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