RomaDailyNews - Il sito di informazione di Roma

GLAM NIGHT 2: UNA SERATA MOLTO “SPUDORATA”!

Più informazioni su

A distanza di una sola settimana la Roxx Roma Eventi ci “delizia” ancora una volta con una serata esplosiva sempre all’insegna del glam metal e dintorni.

Questa volta come protagonisti abbiamo gli Shameless, storica formazione tedesca nata negli anni a cavallo tra le fine dell’80 ed inizio ’90, e che dopo un successivo periodo di inattività, si riforma nel 1998, grazie soprattutto all’unico membro originale ancora nella formazione, Alexx Michael, che decise di creare una super-band coinvolgendo alcuni famosi players di gruppi metal americani

Oggi in programma ci sono anche alcuni nomi interessanti della scena romana: Physical Noise, Dancing Crap, Pillow Fight e Lipstick.

Della partita dovevano essere anche gli svedesi Fatal Smile, ma proprio pochissimi giorni fa hanno annunciato il loro scioglimento e di conseguenza anche tutti gli impegni sono stati cancellati.

Physical Noise

Il pubblico è forse un po’ meno numeroso della precedente Glam Night di sette giorni fa e tocca ai Physical Noise riscaldarlo a dovere e portarlo alle alte temperature con il loro sound veramente ringhioso.

E sì, perché i Physical Noise di heavy metal se ne intendono e sanno come conquistare subito i presenti, sparando due pezzi come “The Southern Cross” e “ Too Good To Be Bad” che hanno un impatto sonoro travolgente; riff aggressivi e feroci escono dalle due chitarre di Antony Meloni e Andrea Colle, quest’ultimo funambolico solista tanto da eseguire un suo assolo “acrobaticamente” in piedi su una balaustra al lato del palco.

Presentano per la prima volta dal vivo “Until The Day”, seguita poi da “Flames Of The Unknown” irruente brano scritto dalla bassista Erica Berton, che dietro il suo grazioso aspetto di dolce ed avvenente fanciulla, nasconde un’inossidabile anima metal.

Alle sue spalle Valerio Mondelli è un rullo compressore e costringe la sua batteria ad un duro lavoro, spingendola, senza sosta, a ritmi veramente forsennati.

I riferimenti a gruppi storici sono chiari, nei loro brani aleggia lo spirito di nomi come Judas Priest, Iron Maiden, come si evince ad esempio in “Physical Noise”, e riescono ad amalgamare a dovere tutti questi ingredienti rendendo i suoni più attuali. Diciamo che in alcuni momenti mi ricordano gli Iced Earth che come loro hanno tratto solo il meglio da tutti i grandi nomi.

Concludono con “Quarantine” una performance decisamente “hard&heavy”, con suoni taglienti e graffianti, una scossa elettrica che ha avviato questa serata in maniera portentosa.

Ah, dimenticavo! Probabilmente “qualcuno” si sarà sentito escluso, vero Luca? Ma volutamente ho tralasciato di parlare del vocalist della band, Luca Fizzarotti, proprio per dedicargli il finale di questa tranche di report, ma bastano solo due parole: grande canna!

Assolutamente a suo agio sia nel metal più spinto che nell’hard più “melodico”, e capace di far salire le sue corde vocali fino alla stratosfera: bravo!

The Pillow Fight

Si passa ora all’hard più classico intriso di rock’n’roll dei Pillow Fight. Il loro sound è adrenalina pura, una bella carica di energia che ci intrattiene in un clima di allegria e divertimento.

Il merito è della loro miscela sonora che richiama alla mente un nome su tutti: Ac/Dc.

I Pillow Fight sono “figli naturali” della band australiana, tanto che mi sorge un dubbio: che Brian Johnson (cantante degli Ac/Dc) nelle sue frequenti visite nella cittadina natale di sua madre (Frascati), abbia combinato “qualcosina”? Il mio pensiero è più che legittimo, visto che anche i Pillow Fight sono di Frascati…

Fatto sta che Chris Angels, chitarrista della band, assomiglia in modo impressionante ad un giovane Angus Young, sia nei suoi movimenti, che nelle sue espressioni e tutto ricorda lo “scolaretto” della terra dei canguri.

I Pillow Fight aggiungono però quel pizzico di freschezza e dinamicità “rubandola” ad altri discepoli della band di Young & Co., come Airbourne e Rhino Bucket, rendendo quindi il loro suono più veloce, frizzante e moderno.

Brani come “Raise Your Hands (For Rock’n’Roll)”, “Fireman”, oppure “Scream” e la finale “Shout It Loud (And Carry On)” sono un esempio di come si possa produrre del sano e robusto rock’n’roll anche in casa nostra.

Molti potranno eccepire il fatto che sia semplice rifarsi ad un sound già creato da qualcun altro, ma i Pillow Fight non sono una cover band, e le loro canzoni potranno sì ricordare quelli dei più famosi loro colleghi, ma creare brani propri anche dalla struttura semplice, a volte non è facile, soprattutto in un paese come il nostro, che non basa la propria cultura musicale sul rock.

E quindi un plauso a Giulio Bargelli (voce), Theo Battista (basso), Adriano Corda (batteria), oltre al già citato Chris Angel (chitarra), per aver animato la serata, senza grandi tecnicismi, ma con tanta passione per il rock’n’roll.

Dancing Crap

Tocca ora ai Dancing Crap, progetto ideato dal cantante Ronnie Abelle. Non me ne vogliano, ma sebbene spinti da tanta ironia e goliardia, personalmente credo che in un contesto come quello di questa sera, la loro musica era un po’ fuori tema. Il loro è un punk’n’roll molto variopinto, con forti tinte pop e sperimentazioni varie, più riconducibili alle garage band piuttosto che ad un gruppo heavy metal o hard rock che dir si voglia.

Premesso che parlo da metallaro di vecchia data, non ho mai amato il punk (e negli anni ’80 c’era guerra aperta tra noi e i punk rockers), e tantomeno ho mai tollerato intromissioni sonore di altro tipo in un genere come l’hard rock.

Già sento delle invettive nei miei confronti, ma non sempre le recensioni sono tutte rose e fiori e i brani proposti in scaletta come “Don’t Ask For More”, “Broken Record Player” o “Chandra” mi sono sembrati “leggermente” tutti uguali e comunque, ripeto, non ascolto questo genere di musica e non la considero nemmeno parente lontana del rock duro.

Scusatemi ragazzi, ma l’heavy metal è tutt’altra cosa e non basta una chitarra distorta o indossare una maglietta dei Metallica per far parte della grande famiglia.

Simpatico comunque il siparietto iniziale con cui la band si presenta e nel quale ogni componente comincia a suonare uno strumento che non è il suo, ma poi rendendosi conto che qualcosa non va decidono di mischiare le carte e provare a scambiarsi i ruoli, ma dal mio punto di vista l’esperimento non è riuscito lo stesso.

Ma ricordate, io sono un metallaro…

Lipstick

Siamo ora ai Lipstick, giovanissima band romana che ci riporta su binari a me più consoni. Un metal che “inzuppa” ed assorbe le sonorità dalle più quotate band glam/hair metal e non degli anni ’80, passando dai Ratt, ai Dokken e naturalmente Motley Crue, tanto per citarne alcuni.

Partono con “Dancing” un brano che rasenta lo speed (e che sembra la naturale erede di “Shyboy” di David L. Roth) e proseguono con “Savage”, mettendo in risalto la potente sezione ritmica di Andrew Simmons al basso e Arizona “hurricane bestia” Bob che picchia sulle pelli della batteria come un martello pneumatico.

Rispetto ad una precedente occasione ho visto migliorare ulteriormente la perfomance vocale di Jessie Lipstick, che ha cominciato a prendere molta più confidenza con il palco, e l’esperienza dei live è il miglior modo per aumentare le proprie capacità di giovane singer ancora in erba.

Le sue doti canore sono evidenti, ma hanno bisogno ancora di qualche piccola “regolazione”, un piccolo diamante ancora allo stato grezzo, ma ascoltatelo nell’inedita “Nightwolf” o in “Fuel” e vedrete che è pronto per il salto di qualità.

Naturalmente a fare da strumento principe ci pensa la chitarra di Arkady, sfrenato folle “strapazzatore” della sua sei corde; unico appunto che si può fare ai Lipstick, come ho già detto direttamente a loro nell’immediato dopo-concerto, è quello di riempire il leggero vuoto che si crea durante i solo di Arkady appunto, senza però sconvolgere quello che è lo schema della band.

Sicuramente i Lipstick sono una realtà dell’underground romano, a giudicare anche dal seguito che ormai hanno e soprattutto dal modo come sono stati accolti dal pubblico del Jailbreak, che ha cantato insieme a loro la conclusiva “Shake It Up” e li ha salutati con molti applausi.

Shameless

E siamo giunti alla conclusione di questa lunga notte, salgono sul palco i protagonisti della serata: gli Shameless. Il pubblico è elettrizzato dalla loro presenza qui da noi per il loro “Beautiful Disaster Tour 2014” e la voglia di ascoltarli e vederli è tanta.

Iniziano con “Nonstop City” e danno il via ad un rock-party festoso e spensierato, con tanto di coriandoli “sparati” sul pubblico e con un grande Stevie Rachelle (già singer dei Tuff) a fare da anfitrione, un istrionico animale da palcoscenico che trascina il pubblico e lo trasporta in una dimensione tutta sua, fatta di emozioni, gioia e, naturalmente, tanto rock’n’roll.

“Good Guys Wear Black”, “You’re Not Cinderella”, “Live 4 Today” si susseguono incalzanti e travolgenti, in sala si danza al ritmo scanzonato e irriverente dei loro pezzi, le ragazze (come era già successo la scorsa settimana) urlano come impazzite ai quattro rockers. Non c’è niente da fare: il glam “acchiappa”.

Le rasoiate della chitarra di B.C. Sleaze fendono l’aria, i suoi assoli dimostrano la tecnica che mette a servizio della band, come in brani tipo “In Dogs We Trust” o la più intensa “I Hate Kissing You Goodbye”, entrambe patrimonio dei Tuff.

Alexx Michael nel frattempo gironzola sul palco nell’estasi di questo sound coinvolgente e poi a sorpresa dal suo basso escono le prime note di un anthem che subito riconosco: “God Of Thunder”!

Stevie abbandona momentaneamente la scena e il trio rimasto sul palco prosegue con l’esecuzione del brano dei Kiss, tutti accompagniamo in coro Tommy Wagner (batteria), che momentaneamente ha anche assunto il ruolo di cantante e che “imita” alla perfezione la voce tuonante di Gene Simmons. Lasciato solo sul palco, Tommy si sbizzarrisce sui tamburi con un assolo robusto e d’effetto.

Si riprende la setlist con “So Many Seasons”, poi si torna alla produzione Tuff con “Summertime Goodbye” e domandandoci se ci sono molti fan di Alice Cooper presenti lì davanti a lui, eseguono anche la cover di “Eighteen”.

Rachelle ringrazia tutti scusandosi se lo fa col suo slang americano molto veloce che probabilmente molti non capiranno, e ci racconta che ha cominciato a fare musica trent’anni fa dopo aver ascoltato Kiss, Ratt, Motley Crue, Van Halen, e dal profondo del cuore vuole dirci grazie per essere lì questa sera e lo fa presentando prima “The All New Generation” (sempre dei Tuff) e poi “Queen 4 A Day”.

Ma a noi non basta e li spingiamo a darci di più: “one more song.. one more song… one more song”, ed eccoci accontentati: “American Hair Band” una sorta di celebrazione dei gruppi americani, dove trovano spazio riff dei più famosi brani dell’heavy made in Usa come “Detroit Rock City” dei Kiss o “Sweet Child O’ Mine” (Guns N’ Roses”), “Sad But True” (Metallica), “Dr. Feelgood” (Motley Crue) e così via…

Insomma un finale al fulmicotone entusiasmante e scoppiettante per concludere una gran bella serata, che poi è proseguita per la grande disponibilità degli Shameless per foto, autografi e quattro chiacchiere con i loro fan romani.

Grazie di nuovo alla Roxx Roma Eventi (e ovviamente ad Andrew Simmons) che sempre più spesso organizza concerti di livello internazionale di un certo spessore, accontentando le nuove generazioni di metallari che hanno così la possibilità di poter conoscere band che hanno rappresentato la crescita musicale di quelli della mia età e nel frattempo offrendo nuovamente a noi della “old school” un’occasione per tornare ad essere “giovani” in mezzo ai giovani.

(Rockberto Manenti)

 

 

 

 

Più informazioni su