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H.E.A.T.: IL “CALORE” E’ ARRIVATO A ROMAGNANO SESIA

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HEATAvrebbe dovuto essere gratuita l’unica data italiana del tour degli H.E.A.T., ma il popolo della rete venuto a conoscenza della location proposta inizialmente, ha insistentemente chiesto all’organizzazione di portare la band in un posto più adeguato, preferendo pagare eventualmente un biglietto, piuttosto che rischiare di vederli in condizioni inimmaginabili.

E così è stato, infatti il 9 maggio ci si ritrova al Rock’n’Roll Arena di Romagnano Sesia (No) dove la Hub Music Factory ha fatto esibire gli svedesi.

Il pubblico è numeroso, molti volti incontrati precedentemente al Frontiers Rock Festival e soprattutto tantissime ragazze che già nel pomeriggio si erano assiepate davanti al locale per cercare di incrociare i 5 rockers.

Bad Bones

Puntualmente, come da programma, alle ore 21 iniziano i Bad Bones. Avevo visto la band come supporto agli Steel Panther pochi mesi fa e questa sera hanno confermato la più che ottima impressione avuta precedentemente.

Il loro hard’n’roll rude e grezzo ha riscaldato subito la platea con pezzi divertenti e d’impatto immediato come “Don’t Stop Me”, “Gasoline Rock”, “Crazy Little Star”, “Ghost Town Blues”.

I quattro ragazzi “Bone” (Max alla voce, SerJoe alla chitarra, Steve al basso e Lele alla batteria) hanno ancora una volta dimostrato che non c’è bisogno di allontanarsi dai confini italici per ascoltare del buon nudo e crudo heavy rock suonato per giunta anche bene. Basti ascoltare “Poser” o “Bad Bone Boogie” per capire la loro irruenza.

Per il finale ci riservano la cover di “Don’t Stop Believin’”, se all’epoca in cui uscì fosse stata concepita e suonata in questa maniera così energica, probabilmente i Journey avrebbero aggiunto ai loro adepti un nuovo fan, quel che è certo è che invece sono i Bad Bones ora ad averne uno in più.

Supercharger

Salgono sul palco i danesi Supercharger dei quali ho ascoltato recentemente il loro nuovo album “Broken Heart And Fallaparts”, che sinceramente non mi ha colpito più di tanto.

Ammetto che sul palco hanno una carica ben diversa, più coinvolgenti e più scatenati che in studio, tanto che le ragazze sotto il palco si dimenano sulle loro note, ma da qui a gridare al miracolo ce ne corre. Le numerose urla isteriche del pubblico femminile non fanno testo, il tutto si basa sul look della band che fa presa su di loro, basta avere qualche tatuaggio e un look stravagante e il gioco è fatto.

Poi se la tecnica è zero o i pezzi sembrano quasi tutti uguali, alle fanciulle poco importa. Personalmente non sono riuscito ad inquadrare in un genere musicale questa band, capitanata da Mikkel Neperus (certamente un “urlatore”, ma non un cantante), troppo influenzata da diverse correnti che vanno dallo sleaze al punk, al grunge insomma un pout-pourri di suoni che possiamo al limite definire street rock’n’roll.

Unico nome degno di nota può considerarsi Staffan Osterlind, visto che ha suonato anche con Paul Di’Anno, ed ora si trova a prestare la propria opera in una band che, a mio parere, erroneamente viene inserita spesso nel panorama metal, ma che metal sicuramente non è, almeno come lo intendo io. Personalmente ne posso fare benissimo a meno.

H.e.a.t.

Finalmente si torna sui binari che riportano la serata verso l’hard rock più vero, ci si prepara all’arrivo degli H.e.a.t.

Sulle note della famosa “The Heat Is On” i cinque svedesi salgono sul palco ed iniziano con “Point Of No Return” ed è subito il delirio, la festa delle donne, o meglio, delle ragazze vista l’età media, tutte impazzite per questi giovani scandinavi.

Suonano bene gli H.e.a.t., il loro cantante, Erik Gronwall sa come muoversi sul palco, un vero animale da palcoscenico, salta, piroetta e fa impazzire le sue fan.

In scaletta mettono le hits più famose per la gioia del pubblico: “A Shot At Redemption”, “Better Off Alone” sempre cantate ininterrottamente da tutti i presenti. E continuano, tra le tante, con “Inferno”, “The Wreckoning” e quando si arriva a “Tearing Down The Walls” scatta a sorpresa la coreografia che il pubblico ha organizzato per loro, con tanto di palloncini colorati che invadono il palco e gli H.e.a.t. sono visibilmente commossi nel vedere tanto affetto.

Il loro heavy melodico conquista facilmente senza eccessivi tecnicismi, mettendo in mostra le loro qualità e la carica di energia di cui sono in possesso. Basti ascoltare “Beg Beg Beg” che fa esplodere ancor più il rock party che ormai si è creato in sala e nel momento in cui poi il brano viene “condito” con un accenno di “Rock’n’Roll” dei Led Zeppelin non ci sono più freni per nessuno e il coinvolgimento è totale.

Ogni brano è arricchito dagli assoli di Eric Rivers, abile chitarrista come è tradizione della scuola svedese e il gruppo prosegue con “Downtown”, “Enemy In Me”, “Eye For An Eye”, “Danger Road”.

Terminano, suonando in un mare di palloncini, con “Emergency”, brano che fa molto Europe, loro connazionali, sventolando tra l’altro la nostra bandiera che una ragazza gli ha porto, ricevendo in cambio però un bacio dal loro frontman.

Vengono richiamati a gran voce e tra il tripudio generale ci salutano con “Breaking The Silence” e “Living On The Run” con il salto mortale (più o meno riuscito) di Erik.

Subito dopo lo show i simpatici ragazzi sono rimasti in sala accontentando tutti coloro che chiedevano un autografo o una foto ricordo, per la felicità soprattutto delle femminucce in evidente visibilio davanti a loro e vedendo certe situazioni createsi, credo che alla fine qualcuna si sia attardata con loro un po’ di più delle altre. Beata gioventù!

(Rockberto Manenti)

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