Quantcast

Il Cattivo Poeta (Italia, 2020)

Mi chiedo se il Vate fosse davvero un “cattivo poeta”, un cattivo maestro.
Il film di Gianluca Jodice si concentra sugli ultimi anni della vita di D’Annunzio, chiuso in un melanconico labirinto di oggetti orientali, donne, libri rari e vizi. A vederlo, par quasi che “il Comandante” sia morto con la fine della Carta del Carnaro e dell’esperienza fiumana.
Quel che venne poi fu una sua autoriduzione a vestigia museale. Che “Il Cattivo Poeta” sia rimasto fra le righe, evitando a Castellitto di straripare, è un merito credo principalmente del regista che ne ha ben altri.
Primo fra tutti quello di aver colto in modo preciso cosa sia stato il ventennio. Cosa volesse dire far parte della macchina del Partito – affiancata via via alle esangui istituzioni dello Stato Liberale, come una malapianta parassita ad un ceppo morente – e realizzare l’enormità della Fandonia.
Labari e orbace con motti presi a prestito (rectius rubati) proprio dall’interminabile armamentario verbale del Vate per celare le segrete stanze delle torture, i picchiatori, la gente sparita, le vittime silenziose, sino a fare in modo che un padre debba aver paura del proprio figlio, fervente fascista (o forse non tanto).
La storia narrata ricalca la storia reale: il federalino Giovanni Comini, l’occhiuto commissario di polizia collaborazionista (e che ne cavò fuori una promozione a Prefetto), la corte del Divo Gabriele.
E poi il Poeta soldato, aviatore, marinaio, ardito e, soprattutto, amante dell’estetica decadente quanto terrorizzato dalla propria decadenza fisica. In quest’animo un tempo rovente e ora rassegnato allo svanire degli anni forse il giovane Comini risveglia un afflato cameratesco, un soffio di vitalità magistrale verso un “allievo”, qualcuno con cui usare parole di verità.
Fra i due, ovviamente, chi uscirà trasformato sarà proprio Comini perché, è ovvio, il Vate è un monumento e alla simbologia fascinosa di un monumento o si è indifferenti o se ne cade vittima.
Mutatis mutandis è quel che Mussolini dice di D’Annunzio: come un dente guasto o lo si ricopre d’oro o lo si estirpa. L’oro, ovviamente, è quello speso per fargli il Vittoriale in attesa di una fine liberatoria, specialmente per il Duce, perché il Mito è meglio che racconti di un caduto che di un vivente, atteso che pochissimi possono dirsi eroi del Mito da vivi.
In quella frase c’è tutto il cinismo mussoliniano e la rozza intellettualità dell’ex maestro, ex giornalista, ex socialista ed ex esule in Francia. Di lui D’Annunzio dice “si è fatto un annetto al fronte” e certo le imprese del Poeta Soldato sono di ben altro livello rispetto a quelle del Mussolini ferito in guerra. E forse è proprio per questo che il Duce teme e invidia il Poeta, senza mai amarlo.
Ci sono due Italie in questo film: quella eroica dannunziana, dei voli su Vienna, dei sedici mesi fiumani, dell’arditismo autenticamente patriottico, un’Italia della vita, dell’anarchica gioventù e dello sfrontato eroismo e quella grigia e pesante delle camicie “sordide” e della peggior realpolitik che l’ironia della Storia abbia mai potuto immaginare, il patto con la Germania nazista.
Ed è vero, verissimo: delle idee belle se ne realizza sempre una versione più cupa, deteriore.