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“Il Cattivo Poeta” (Italia, 2020) – la recensione dello Storico

Ricevo e volentieri pubblico la recensione dell’amico Carlo Di Clemente, archeologo e storico, che ci offre il suo punto di vista sul film italiano, ad oggi in testa agli incassi, che ha segnato la prima, timida riapertura delle sale cinematografiche dopo il lungo inverno buio della pandemia.

“Raccontagli la storia del pavone”.
Così, un D’Annunzio tra il rassegnato e il sarcastico si rivolge al giovane federale Giovanni Comini, inviato dal segretario del PNF Achille Starace a sorvegliare il Vate, da tempo fastidioso cruccio per Mussolini, per gli ostentati dissidi che il “Cattivo Poeta” nutriva, negli ultimi tempi, nei confronti del regime fascista. Seduti sul ponte della nave “Puglia”, uno dei tanti cimeli del passato dannunziano, al Vittoriale, il Comandante incoraggia il federalino a raccontare ai suoi superiori una delle tante storielle, vere o inventate, sulle prodezze piccanti e perverse del Poeta.
In questa battuta e nel racconto che ne segue, si coglie una cifra del film di Gianluca Jodice, idealmente confermata dal titolo stesso della pellicola: il cattivo poeta è sì una citazione dannunziana, ma può essere intesa dallo spettatore quale condizione di “cattività” vissuta dal Poeta, duplice prigioniero, del suo mito, sia esso declinato dalle vette scintillanti delle tante imprese eroiche fino alla penombra di quelle erotiche; ma altresì prigioniero fisico, rinchiuso (e sorvegliato con occhio vigile) nella sua dimora sul Garda, a un tempo mausoleo, tempio e sacrario, come è stato sovente definito, forse, semplicemente l’ultimo palcoscenico, dal quale inviare un messaggio, uno sberleffo, una profezia da “orbo veggente”. Egli sa ormai di rivolgersi solo a dei fantasmi e l’incontro col giovane Comini gli dona un ultimo guizzo di vitalità, sia pure molto umorale, tra una caccia ai topi e una corsa in automobile, che si tradurrà nell’estremo, inutile incontro di Verona con il suo “cattivo allievo” Mussolini.
Su tutto, il lago di Garda rimanda, col suo riflesso indimenticabile per chi l’abbia visto almeno una volta, una luce grande e livida, più nordica che mediterranea, essa delinea quasi scolpisce i contorni, di persone e architetture, in un’atmosfera da quiete prima della tempesta ben presente in tutto il film, mentre la trama scorre, mostrando la quotidianità dell’Italia della fine degli anni ’30, senza retorica, fatta di interni familiari, domestici, con gente che sa, gente che fa finta di non vedere, gente che denuncia o scompare. E’ il tacito accordo tra il Regime e gli Italiani, il consenso ventennale di un Paese troppo frettolosamente negato negli anni dal secondo dopoguerra ad oggi. Il Vate aveva visto più lontano di altri o forse no, presentiva un’imminente caduta degli dèi, chi lo sa, ma la non comune capacità mimica del bravo Sergio Castellitto, mai sopra le righe, ce lo rende verosimile, e al film si perdonano alcune veniali ingenuità. Una regia asciutta e attenta all’attendibilità storica ha saputo rendere gli ultimi anni di vita del Poeta e della sua Corte, fatta di amanti, reduci di guerra, zelanti ruffiani e spie, tutti ospiti della visione di un uomo, rimasta ancorata alla Storia come la nave Puglia lo è alla collina di Gardone, carica di memorie ma protesa verso l’infinito

Carlo Di Clemente