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Lo vidi Villaggio forse tre o quattro anni fa: sotto al “dinosauro” alla Stazione Termini vestito con un tunicone rosa pallido e una giacca nera, i sandali ai piedi e un signore che gli portava il bagaglio.

Aveva in viso un’espressione dura, infastidita e una gran barba candida sotto gli occhiali da sole. Di sicuro non aveva simpatia per eventuali improvvisate degli ammiratori e quanto al suo vestito non saprei dire, ma se guardate le foto più recenti rispolverate dai vari giornali per i coccodrilli che oggi abbondano più che in un fiume infestato, vedrete che indossa questa specie di caftano.

E’ come se si fosse voluto nascondere, per pudicizia, per misantropia, per orrore della vecchiaia e della morte. Me lo ricordo anche in televisione, quando sponsorizzò la lista di Democrazia Proletaria. Era un’altra Italia, l’epoca della sindrome elettorale di Fantozzi, mirabilmente rappresentata nello sketch delle allucinazioni televisive nel quale i vari politici di un tempo prendono a interloquire direttamente col povero ragioniere.

Che Fantozzi e Fracchia facciano parte della cultura nazional popolare è un fatto, ma ci sono diversi film minori in cui Villaggio, anche come coprotagonista e protagonista di un episodio, merita una menzione: dal pretore puritano di “Rimini Rimini”, all’assicuratore sedotto e abbandonato di “Roba da Ricchi”, per non parlare del cronista Ciottoli di “Ho vinto la lotteria di capodanno”.

Un comico si ricorda ridendo e mi viene in mente, proprio a fagiolo, la scena di un altro grande attore brillante, il compianto Alberto Sordi. Si tratta di un episodio tratto da “I nuovi mostri” in cui una bizzarra troupe di avanspettacolo finisce con l’inscenare una vera e propria rappresentazione al cimitero, sulla tomba del compianto capo compagnia, un certo “Formichella”.

Nella carriera di Villaggio c’è stato spazio anche per i film d’autore, certo, “il segreto del bosco vecchio”, “la voce della luna” e via citando, ma sono gli sketch (anzi “gli skeccese”) dei primi due film di Fantozzi e certi segmenti di “Fracchia, la Belva Umana” che tutti, proprio tutti citiamo a memoria, ridendo ogni singola volta che ci vengono in mente.

Sequenze stampate a fuoco nel ricordo di tutti, come quella del ristorante giapponese con arrosto di pechinese incluso, il capodanno nel locale caldaie della megaditta, l’ora illegale del Maestro Canello, la tragica giornata a caccia, il cineclub, la coppa Cobram, il viaggio al casinò col Duca Conte Ing. Semenzara (con annesso sorteggione aziendale e l’imperdibile preghierina del compianto Gigi Reder), fino alla chiamata al centralino della megaditta col quale si apre il primo film (“italpetrolcemetermotessilfarmometalchimica”).

Riscoprirle, rivederle e risentirle a distanza di anni è e sarà sempre come stappare una bottiglia vecchia di quello buono e sentire l’aroma dell’Italia che fu.

Diciamocelo chiaramente, un paese, quello fantozziano, cancellato  dagli ultimi trent’anni di declino all’italiana e chiaramente incardinato nelle ferree coordinate della Prima Repubblica (capitalismo di stato, potentati, servilismo e corruzione): hai voglia Zalone a cantarne le lodi nei titoli di coda di “Quo Vado”, il cuore e i ricordi tornano sempre a quel balcone sulla sopraelevata e all’autobus al volo.

In fondo è vero che non abbiamo il fisico per farlo e non lo abbiamo mai fatto, in effetti. Ma lo abbiamo sempre sognato.