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Il Museo dell’Alto Medioevo

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A Roma c’è un museo ai molti sconosciuto che riveste una importanza cardine per comprendere meglio la cultura italiana. Questo museo espone pezzi unici e ci racconta la storia dell’Italia nell’Alto Medioevo, una storia spesso messa nel dimenticatoio.

L’Alto Medioevo è il periodo convenzionale  che va dalla deposizione dell’ultimo imperatore dell’impero romano d’occidente Romolo Augustolo nel 476 all’anno 1000, poi dalla fine dell’anno 1000 fino al 1492 si passa al Basso Medioevo. L’Alto Medioevo è caratterizzato dalle grandi migrazioni di popoli e dalla calata di  questi in Italia che vi si stanziano in modo più o meno permanente. Come il caso dei Longobardi che scesero in Italia in modo stanziale.  I Longobardi furono una popolazione proveniente dalla parte meridionale della Svezia, secondo le fonti più accreditate dalla zona di Scania e poi calarono in territorio germanico per stanziarsi nelle zone dell’ Elba e dell’isola di Rugen.

La prima notizia storica sui Longobardi la riceviamo dai romani del I secolo a.C. e la prima metà del I secolo d.C., tra le popolazioni che incontrarono i romani sotto Augusto e Tiberio, durante le campagne sul Reno e sull’Elba. Tacito e Strabone danno una descrizione di questo popolo. Altra fonte sui Longobardi ci viene fornita dal breve testo che va sotto il nome di “Origo gentis Longobardorum”, presente in tre codici manoscritti che contengono l’Editto dei Longobardi, databile alla seconda metà del VII secolo, che ripercorre la saga ancestrale della genesi dei Longobardi, fino ad arrivare al regno del re longobardo Pertarito in Italia negli anni 671-688.

La saga narra che i Longobardi portassero queste lunghe barbe poiché lo stesso Odino li aveva appellati con questo nome, infatti l’appellativo “Longobardo” era dato per via della loro lunga barba: “Langbärte”. Essi in onore di Odino non si tagliavano mai la barba, in memoria di quel giorno che li fu concessa la vittoria dal dio. La saga nordica, descritta anche nella breve opera “Origo gentis Longobardorum”, ci dice che i longobardi prima si sarebbero chiamati Winili, ma, dal momento che non volevano pagare il tributo ai Vandali, giunsero a muovere guerra a quest’altro popolo germanico. Narra la leggenda che i capi dei Vandali pregarono Odino di concedere loro la vittoria, ma il dio supremo disse che avrebbe decretato il successo al popolo che, il mattino della battaglia, avrebbe visto per primo. Gambara, regina dei Winili, e i figli invece ricorsero alla moglie di Odino, Frigg, che diede loro il consiglio di presentarsi sul campo di battaglia al sorgere del sole: uomini e donne insieme, queste con i capelli sciolti fin sotto il mento come fossero barbe. Al sorgere del sole Frigg fece sì che Odino si girasse dalla parte dei Winnili e il dio, quando li vide, chiese: “Chi sono quelli con le lunghe barbe?”. Al che la dea rispose: “Poiché hai dato loro un nome, dai loro anche la vittoria”.

L’aneddoto riguarda non solo la leggenda di formazione del nome del popolo, ma informa anche di una sorta di passaggio delle consegne fra gli dèi dell’antica religione dei Vanir, che probabilmente avevano il patronato della stirpe dei Winnili e tra cui primeggiava la dea Frigg, e la nuova religione degli Asi capeggiati da Odino. Si trattò quindi dell’evoluzione da una religione orientata al culto della fertilità a una che promuoveva i valori della guerra e la classe dei guerrieri. Non solo nelle abitudini dei Germani, ma in numerose altre culture il diritto di imporre il nome ad un’altra persona impone una serie di doveri che corrono nei due sensi, una sorta di potere conferito da una gerarchia che lo rivendica e lo esercita in modo esclusivo dando luogo a ciò che è detto “padrinagio”.

Paolo Diacono, che è il più importante storico dei Longobardi, ci dice: “ Furono chiamati così […] in un secondo tempo per la lunghezza della barba mai toccata dal rasoio. Infatti nella loro lingua lang significa lunga e bart barba” . Ovviamente, il cristiano, Paolo Diacono descrive come ridicola questa saga germanica.

Il museo espone reperti preziosi ed unici dell’arte Alto Medievale tipici del periodo, come la fibula Paltina in oro.  Nelle sale sono esposti numerosissimi altri oggetti di pregio orafo, tipici del periodo longobardo. Sappiamo che i longobardi già prima della loro discesa in Italia lavoravano oro ed altri metalli decorati con elementi da intarsio floreale come fibule, crocette, lamine, monete, amuleti, diversi ricami decorativi da aggiungere a scudi e corazze. Quest’arte è tipicamente decorativa con forme semplici e stilizzate, spesso con riempimenti di paste vitree di cui i longobardi erano abili forgiatori. Questa arte semplice prese piede in tutta la penisola come testimoniano i numerosi reperti archeologici.

Nel museo sono esposti numerosi corredi funebri provenienti dalle necropoli longobarde, Nocera Umbra, Castel Trosino, ecc., da dove sono emersi numerosi armamenti, spade, coltelli, parti di scudi come amboni, oggetti per la cura personale come rasoi. Paolo Diacono ci descrive la moda di questo popolo: “ I longobardi si radevano fin sulla nuca, mentre i capelli, divisi in due bande, veniva a spiovere su i due lati della bocca. I  vestiti erano ampi, tessuti soprattutto in lino, come quelli usati dagli Anglosassoni, decorati da balze più larghe intessuti di vari colori. Quando andavano a cavallo, indossavano pantaloni di panno rossiccio: moda ripresa dai romani”.

Il modo di vestire dei Longobardi è il risultato di molteplici influenze derivate da diverse popolazioni come quelle romane e germaniche, ma anche da quelle nomadi, incontrate durante la loro fase di varie migrazioni e stanziamenti che li condusse da una regione all’altra d’Europa.

Elemento costitutivo dei corredi maschili dei Longobardi presenti senza eccezioni nelle necropoli di Nocera Umbra, dove sono stati repertati numerosi scudi con umboni, lance, spade, corazze, corazze a maglie e altri numerosi oggetti come speroni, briglie ecc. Intorno al 630 si nota una evoluzione nell’arte orafa longobarda che li rende più simili ai monili e ai gioielli delle matrone bizantine, quindi allo stile germanico si combina quello mediterraneo.

Sono presenti nel museo le ceramiche e l’arte decorativa scultorea dei capitelli e colonne che hanno un tipico elemento decorativo germanico con raffigurazioni animiste come volatili, animali, predomina l’elemento vegetativo come foglie e piante: questa tecnica decorativa in architettura si ritrova soprattutto sui capitelli che, trasfigurando la forma classica, ne creano una totalmente nuova. Segue nel museo uno dei più bei esempi di Opus Sectile mai realizzati la c.d. “Casa dei Leoni di Ostia” del IV secolo. Grande aula con esedra rivestita di bellissimi marmi policromi con decorazioni e raffigurazioni. In questo museo si può notare il lento ed inesorabile sovrapporsi di due mondi diversi: quello romano e quello longobardo.

Alla dominazione Bizantina in Italia si andò sostituendo la dominazione Longobarda infatti nel 568 i Longobardi si spostarono dalla Pannonia, odierna Ungheria e, dopo aver vinto i Gepidi, cominciò sotto il re Alboino una marcia d’invasione dell’Italia. Non era solo un esercito ad avanzare ma una popolazione composta da oltre 250.000 persone, di cui solo una piccola pare era atta alle armi.  Con la discesa in Veneto dei Longobardi le popolazioni fuggirono dalle città come quella d’Aquileia e, trovando rifugio su degli isolotti della Laguna veneta, diedero inizio al popolamento di quello che diventerà Venezia. Con l’espansione dei Longobardi l’Italia si trovò ad essere divisa in due parti: in Longobardia e Romània, in mano ai Bizantini. La Longobardia  che comprendeva il Piemonte, la Liguria, Lombardia, Veneto, l’Emilia, la Toscana e due ducati Spoleto e Benevento di fatto due enclavi. La Romània città di Ravenna e zona circostante, noto come Esarcato; la Pentopoli marittima, che comprendeva cinque città costiere come Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona; la pentapoli annonaria con cinque città dell’entroterra come Urbino, Fossombrone, Iesi, Cagli, Gubbio oltre ad altre zone vaste come la Laguna veneta, Pavia, Ravenna, Roma, Calabria, Puglia, Sardegna, Corsica, Istria. I bizantini, quindi, si ritirarono verso la zona costiera perché protetti dalla loro forte flotta e perché i longobardi, non essendo popolo di marinai, non nutrivano interessi per la zona costiera.  In Italia i Longobardi si imposero quindi in un primo momento come casta dominante al posto di quella preesistente, soppressa o scacciata. I prodotti della terra venivano ripartiti con i sudditi romanici che la lavoravano, riservando ai Longobardi un terzo (tertia) dei raccolti. I proventi non andavano a singoli individui, ma alle fare, che li amministravano nelle sale (termine che ricorre tuttora nella toponomastica italiana). Il sistema economico della tarda antichità, imperniato su grandi latifondi lavorati da contadini in condizione semi-servile, non fu rivoluzionato, ma solo modificato affinché avvantaggiasse i nuovi dominatori.

Nel 584 i duchi Longobardi si accordarono per incoronare re il figlio di Clefi, Autari, e consegnarono al nuovo monarca la metà dei loro beni. Autari poté così impegnarsi nella riorganizzazione dei Longobardi e del loro insediamento in forma stabile in Italia. Assunse, come i re ostrogoti, il titolo di Flavio, con il quale intendeva proclamarsi protettore anche di tutti i Romanici presenti sul suo territorio: era un esplicito richiamo, fatto in chiave anti-bizantina, all’eredità dall’Impero romano d’Occidente. Grazie al re Autari ci fu un periodo di calma in Italia Paolo Diacono lo ricorda così: “dopo la morte di Clefi i Longobardi vissero un interrenio di dieci anni, sotto i duchi.[…] In questo periodo molti romani vennero uccisi per cupidigia delle loro ricchezze. […]Sotto re Autari c’era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c’erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c’erano furti, non c’erano rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore”.

Una spinta determinante alla grande fusione etnica all’interno del regno longobardo, tra romani e longobardi, fu costituita dalla conversione al cattolicesimo completatasi nel corso dell’VIII secolo e definitivamente sancita nel 653. Tale fusione è evidente nei nomi propri longobardi che adottarono nomi romani, così come i romani adottarono nomi germanici e l’utilizzo della comune lingua latina portando all’estinzione della lingua germanica, una nuova forma giuridica appariva definitivamente compiuta e vedeva un unico popolo. L’organizzazione territoriale italiana ne risentì come in parole fara che è da intendersi come corpo di spedizione, distretto militare che poi troverà anche una evoluzione sociale ed economica.

Nella lingua italiana odierna utilizziamo parole che sono di origine longobarda quali:

fodero – Guaina per armi bianche – Dal longobardo *fòdr ‘custodia della spada’ – fine secolo XIII;  faida – Nell’antico diritto germanico, lo stato di inimicizia o di guerra privata che si creava fra la parentela o il gruppo sociale dell’ucciso, del leso, dell’offeso e quella della persona ritenuta responsabile del delitto, fino al conseguimento della riparazione o tramite la vendetta (anche di sangue) o tramite una composizione pecuniaria (guidrigildo) – Dal latino medievale faida, dal longobardo *faihida ‘ostilità’ – prima metà del secolo XVIII; gnocco – Ciascuno dei bocconcini impastati con farina e patate lessate e schiacciate che si mangiano come primo piatto, lessati e conditi in vario modo – Dal veneto gnoco, risalente prob. al longobardo *knohha ‘nodo’ – secolo XV; arraffare – Afferrare, strappare con violenza – Dal longobardo *hraffôn ‘afferrare’ – secolo XIV; arruffare – Mettere in disordine, scompigliare (anche con la prep. a) – Der. del longobardo *rauffen ‘agitarsi’, col pref. a(d)- – prima del 1342; balcone – Finestra aperta fino al piano del pavimento e fornita di una balaustra o ringhiera – Dal longobardo *balk ‘palco di legname’ – prima metà del secolo XIV; banca – Istituto che compie operazioni monetarie e di credito, impiegando il capitale proprio e quello depositato dai clienti – Dal longobardo *banka ‘panca’ – prima del 1333; sign. 1 e 2, secolo XVII; bara – Telaio di legno con stanghe sporgenti ai due capi, per portare a spalla i morti – Dal longobardo *bàra ‘lettiga’ – prima metà del secolo XIV
baruffa – Alterco rumoroso fra più persone che finiscono per venire alle mani – Dal longobardo *biroufan ‘contrastare’ – prima del 1400.

Con la regina Teodolinda ci fu la cristianizzazione dei Longobardi e poi con Liutprando nel 728 si ebbe la donazione al papato di alcuni possedimenti e con ciò si ebbe la nascita del potere temporale della chiesa sotto papa Gregorio II, più tardi alla fine dell’VIII, nella chiesa per avvallare il potre temporale si diede valore legale creando la Donazione di Costantino. Il dominio dei longobardi andò declinando con l’ascesa dei Franchi che fecero iniziare il declino dei longobardi che nell’751 avevano raggiunto la loro massima espansione. Con Carlo Magno cesso il regno longobardo che finì per essere assimilato al nuovo regno franco.

L’epoca longobarda è stata spesso vista come un periodo cupo e di discontinuità con l’epoca romana. La popolazione longobarda ebbe una importanza fondamentale nella costituzione di quello che diverrà nei secoli seguenti l’Italia per via della sua organizzazione amministrativa che si riscontra nella Toponomastica di tanti luoghi e città, nella cultura e nell’utilizzo di tanti vocaboli italiani d’origine marcatamente germanica. Nei vari dialetti ed usanze del nostro paese la penisola ha subito un arricchimento culturale greco -romano, bizantino ma anche barbarico come le varie popolazioni che più che transitare la penisola si stabilirono in essa portando un mutamento culturale che ha recato a quello che è la nostra civiltà attuale.

I longobardi hanno comunque lasciato un segno profondo nella toponomastica italiana ed anche nella lingua italiana: per saperne di più:

Longoparole

Letture per sapere di più sulla civiltà Longobarda:

Origo Gentis longobardorum : http://docenti.lett.unisi.it/files/104/2/1/5/Origo_gentis_Langobardorum.pdf

Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, BUR, 1991

C. Azzara, I Longobardi, il Mulino, 2015

S. Gasparri, Italia Longobarda, La terza, 2016

Emiliano Salvatore

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