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NASHVILLE PUSSY: LIVE AND LOUD @TRAFFIC

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– Concerto del 24 febbraio a Roma –

“Questo è il nostro Back In Black!”. Con questa dichiarazione i Nashville Pussy hanno presentato il loro recente lavoro “Up The Dosage”, segnando il loro ritorno in studio dopo 5 anni. In effetti il nesso con lo storico album degli AC/DC non è puramente casuale dopo quello che abbiamo visto in occasione della data romana del tour promozionale del disco il 24 febbraio al Traffic Live Club.

I Nashville Pussy suonano del sano e puro rock’n’roll come nella più classica tradizione della band di Angus Young, viscerale e passionale, sprigionando tanta energia durante il loro show e mantenendo alta la carica fino alla fine.

La serata è iniziata con gli Angus & Bomber’s Hurricane, un trio che fa dei Motorhead il loro credo, old school metal, grezzo e veloce. Angus (chitarra) e Bomber (voce e basso) sono due vecchie volpi della scena metal capitolina, alle loro spalle il giovanissimo El Tito, velocissimo e capace di tenere il ritmo frenetico e persistente della sua batteria per tutta la durata della loro esibizione.

Brani come “Beating The Leader”, “Dance”, “Rock’n’Roll Dynamite” o “Whisky And Pain” sono delle sferzate che colpiscono dirette senza tante sfumature, forse a volte possono risultare un po’ simili tra loro, ma in ogni caso è nudo e crudo rock’n’roll. La roca voce di Bomber, il look, il suo modo di cantare, l’asta del microfono tenuta come mr. Kilmister, la costruzione delle loro canzoni, hanno un solo punto di riferimento: la scuola di Lemmy & Co. E il frutto di questi “studi” danno dei bei risultati, basti ascoltare “Take It Or Leave It” o la finale “Crime Soundraiders”.  Insomma: esplosivi come la dinamite.

Il cambio palco vede ora salire gli Helligators, altra band romana, molto seguita e apprezzata per il suo sound, un misto tra metal, heavy blues, southern, “rozzo ed ignorante” (nel senso buono della parola).

Peccato che abbiano dovuto suonare in uno spazio ridotto visto che sullo stage tutta la strumentazione dei Nashville Pussy era già montata (stessa cosa anche per gli Hurricane, ma loro erano solo in tre, mentre gli Helligators sono in cinque e piuttosto “piazzati”), ma questo non ha impedito assolutamente di darci dimostrazione delle loro qualità ed infiammare il numerosissimo pubblico.

I loro pezzi vengono suonati con impeto primordiale come l’iniziale “Doomstroyer” o “Tattooed Killer”, con la rabbiosa voce di Emanuele “Hellvis” Galanti che tuona nella sala, sopra i riff “cattivi” delle due chitarre di Kamo (Daniele Tomassini) ed El Santo (Mik Chessa). Poi ancora “Scream”, “Southern Cross” che scatena l’headbanging cadenzato della platea, sotto i colpi massicci della batteria di Alex Giuliani, a ragione soprannominato “El Quintale” vista la “pesantezza” del suo drumming, senza però dimenticare che il tutto viene “condito” dal corposo e possente basso di Rob “Goblin” Renzi.

“She Laughs” e “Snake Oil Jesus” concludono una prestazione con la P maiuscola che ha entusiasmato i presenti, che però si sono visti negare il bis insistentemente richiesto, ma purtroppo i tempi erano stretti e bisognava preparare la scena per l’arrivo dei Nashville Pussy.

Introdotti da una versione funky del famoso tema tratto da “2001 Odissea nello spazio” ecco salire i quattro di Atlanta, osannati dai fan pronti per il loro bollente show. Attaccano con “Keep ‘On Fucking” ed è subito un rock’n’roll party, il pubblico dà sfogo alla propria eccitazione con un pogo sfrenato, l’headbanging è incessante.

“High As Hell”, “Strutting Cock”, “Wrong Side Of A Gun”, “Drunk Daddy”, i testi dei loro brani fanno spesso riferimento al sesso, all’alcool, ma come si dice: sex, drugs and rock’n’roll! E i Nashville Pussy non vengono meno a questa filosofia, la loro musica sembra proprio adatta a questa concezione di vivere la vita, senza regole, solo musica e divertimento.

Un po’ quello che poi hanno sempre fatto gli Ac/Dc degli esordi, dai quali loro hanno tratto molta ispirazione a cominciare dalla semplice struttura dei brani, caratterizzati dalla roca e graffiante voce di Blaine Cartwright (chitarra e voce solista) e dai riff incisivi e taglienti della chitarra di sua moglie Ruyter Suys, un vero animale da palcoscenico, selvaggia e prorompente, la versione femminile di Angus Young.

La setlist è lunga (bisogna dire però che i brani non durano molto) c’è spazio tra le altre per “She’s Got The Drugs”, “Go To Hell” o nuovi brani come “Everybody’s Fault But Mine” e “Up The Dosage“, ritmi ossessivi scanditi dalla metronoma batteria di Jeremy Thompson e dal basso di Bonnie Buitrago che sul palco si libera dei suo freni inibitori di ragazza casta e pura (come appare nella foto che ho fatto insieme a lei) e si abbandona all’esaltazione che provoca la loro musica.

La birra scorre a fiumi in sala e sul palco, lo stesso Blaine ne beve abbastanza (alternandola al whisky) e poi incitato dai fan se ne versa una lattina sul capo, e improvvisamente crolla a terra, privo di sensi, tra lo sgomento generale del pubblico, della band che continua a suonare e quello di uno dei roadie che subito lo soccorre. E’ il caso di dire che “la birra dà alla testa”! Non so quanti abbiano creduto a tutto ciò, ma naturalmente il suo è solo un simpatico siparietto che ripete ogni sera (prova ne è che questa cosa era stata già vista nelle tappe precedenti a cui aveva assistito un ragazzo del pubblico).

Ma tutto quanto fa rock’n’roll, anche i vari tentativi di montare sul palco dei più scalmanati, regolarmente bloccati dalla security (che erroneamente poi fermerà anche un tecnico salito a sistemare dei cavi)

E si continua a suonare per arrivare a “I Am The Man”, tanto per abbracciare un po’ tutta la discografia e terminare con  “Why Why Why”. Lasciano il palco per pochi minuti e richiamati da urla di tripudio tornano per il bis finale con “Go Motherfucker Go” e “You’re Goin’ Down” concludendo così uno show intenso e coinvolgente, forse è mancato l’aspetto che più si attendeva da un gruppo come loro, noti per le loro esibizioni “movimentate e sexy”, ma d’altronde gli anni passano anche per le rockers più disinibite.

Unico aspetto negativo della serata è la scarsa considerazione dei Nashville Pussy nei confronti dei loro fedelissimi fan rimasti lì al freddo fino a notte inoltrata, in attesa di incontrarli per qualche autografo, non credo che gli avrebbe rubato molto tempo scendere dal loro pullman, oltre che solo per fumare, anche per incontrarci, in fondo erano rimaste una decina di persone. Una fugace apparizione l’ha fatta uno svogliato Cartwright, dandoci un piccolo contentino, mentre gli altri sono poi passati velocemente per andare a prendere l’aereo che li riportava a casa, snobbandoci quasi completamente e mostrando una parvenza quasi da divi quali non sono, soprattutto considerando che artisti come Girlschool, Raven, Riot (solo per citarne alcuni di quelli che ho visto recentemente), che hanno fatto veramente la storia del metal, si sono dimostrati invece disponibili verso il loro pubblico, senza citare il più grande degli esempi, un certo Steve Harris, che da grande signore qual è, ha salutato uno per uno tutti gli intervenuti al suo concerto di un anno fa, concedendosi a foto ed autografi. Ma come diceva Totò: “Signori si nasce!”.

 (Rockberto Manenti)

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