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Roxx Roma Festival: Pino Scotto, uno come noi

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Roxx Roma Festival - Roma 07 agosto 2014_00

Una lunga maratona all’insegna del rock vero quella del 7 agosto al Roxx Roma Festival, ma soprattutto tanto divertimento.

Chi era presente all’Airport One sulla via Casilina (Roma) al termine della serata è andato via sicuramente col sorriso sulle labbra e soddisfatto di aver assistito a circa cinque ore di puro rock’n’roll, che ha visto avvicendarsi sul palco numerose band dell’underground romano e, come ciliegina sulla torta, la presenza di Pino Scotto come protagonista principale.

A completare la festa finalmente si è vista anche una buona presenza di pubblico, cosa che non sempre accade quando si organizza un evento di questo tipo nella capitale.

Lipstick

Ad aprire le danze ci pensano i Lipstick giovane band ormai nota negli ambienti underground e che ad ogni nuova esibizione sta crescendo con passi da gigante.

I Lipstick danno una bella spinta iniziale all’avvio di questo mini-festival con “Dancing”, uno dei brani della loro scaletta che a mio modesto parere riassume quello che è il loro spirito: heavy metal con una buona dose di power e speed e qualche spruzzatina di glam.

L’innesto nelle loro fila del nuovo cantante Paul McEvil ha decisamente dato una direzione più aggressiva al loro sound, grazie alle doti del vocalist i Lipstick possono dirigersi verso lidi molto più heavy, prova ne è la cover di “I Want Out” degli Helloween.

Paul ha ostentato una buona estensione vocale, potenza e anche accennato a qualche growl, l’unico appunto che gli si può fare è quello di essere ancora poco “frontman” e di avere la tendenza a rimanere più nascosto, ma è solo la seconda volta che affronta una platea e quindi ha solo bisogno di spezzare il ghiaccio ed essere sempre più sfrontato.

Oltretutto ha dalla sua tre elementi che lo sostengono con ottima padronanza di palco e a parte Arizona “Hurricane” Bob, una “bestia” che picchia come un forsennato sui tamburi, ho molto apprezzato anche il lavoro che Andrew Simmons (basso) e Arkady Camelot (chitarra) hanno sviluppato in questi ultimi tempi per colmare il gap che si creava nei momenti del solo di chitarra. Continuate su questa strada ragazzi!

setlist: “Dancing” – “Savage” – “I Want Out” – “Nightwolf” – “Shake It Up”

Psyco

Seconda band a salire sul palco sono gli Psyco. devo dire che probabilmente sono stati il momento meno apprezzato della serata, lo si è notato dalla scarsa presenza del pubblico in quel momento e più impegnato nell’area ristoro.

Effettivamente, non me ne vogliano, il loro sound più morbido e con troppe influenze da vari generi, dal rock Aor al punk dei Ramones, ha un po’ disorientato e poi, cosa abbastanza palese, mi sono sembrati più concentrati ognuno su sé stesso piuttosto che raccordarsi ed amalgamare meglio le loro melodie, forse anche a causa di una cattiva regolazione dei suoni.

Eppure il trio (composto da Giuseppe Caleo – batteria, Giulio Grandi – voce e basso, Riccardo Prinzio – chitarra) ha una lunga esperienza e numerosi dischi al loro attivo, e nonostante abbiano la particolarità di scrivere i testi in italiano, non mi hanno colpito più di tanto. Peccato abbiano escluso, per i tempi ristretti, un brano come “Whole Lotta Rosie” (Ac/Dc) che avrebbe appassionato senz’altro un po’ tutti

setlist: “Lasciami Andare” – “Ritornerai” – “Il Rumore Del Vento” – “Carne” – “Un Attimo Già Passato” – “Revolution” – “Re Lucertola

Physical Noise

Si torna sui binari dell’heavy metal nel più senso stretto della parola, ci sono i Physical Noise.

La band con i suoi riff rabbiosi, ma ben costruiti, uniti ad un sound aggressivo, ci ha abituati ogni volta a delle performance molto coinvolgenti e così è stato anche questa volta.

Già l’iniziale “Guybrush Threepwood”, dedicata al protagonista di un videogioco molto in voga negli anni ’90, “Monkey Island” (ci giocavo anch’io), ci ha dato l’esatta misura delle loro credenziali: classe e potenza.

Non molte band straniere possono vantare tali prerogative e quindi a maggior ragione l’underground nostrano ve sempre sostenuto, soprattutto in casi come questo.

L’ottimo Luca Fizzarotti come suo solito ci travolge e coinvolge con la sua voce, il duo Antony Meloni e Andrea Colle ci spazzano via con le loro chitarre e naturalmente il tutto è alimentato dal quel motore turbo che risponde al nome di Erica Berton (basso) e Valerio Mondelli (batteria), che spingono con la loro propulsione incessante e costante.

Che dire. Tanto di cappello, ma non quello che ha girato sul palco per buona parte dello show sulle teste dei nostri 5! E poco importa che lo sparo di coriandoli sia riuscito solo a metà, la loro esibizione è stata fiammeggiante, più di quella delle loro chitarre sulla finale “Physical Noise”.

setlist: “Guybrush Threepwood” – “Flames Of The Unknown” – “Too Good To Be Bad” – “Quarantine” – “Physical Noise”

Wicked Starrr

Eccoci al giro di boa e sul palco sale il circo del rock’nroll, ecco il carrozzone dei Wicked Starrr.

I quattro monelli armati di trucco e parrucco ci hanno rallegrato con le loro battute irriverenti ed esplicitamente piccanti, ma anche con la loro musica intrisa di glam e hair metal, che rifà il verso ai loro “emuli” Steel Panther (o forse è il contrario?).

Dave J. Halson (voce), Andrew Panther (chitarra), Wild Joey (batteria) e Luke Rassman (basso) hanno creato, nel tempo a loro disposizione, quella giusta miscela che concentra gioco e musica proponendo anche una cover dei Twisted Sister come “I Wanna Rock”, una sorta di loro filosofia di vita.

Un po’ meno incisiva invece quella di “You’ve Got Another Thing Comin’” dei Judas Priest, ma sempre arricchendo il tutto dalle loro simpatiche coreografie e siparietti sulla scena

E’ ovvio che il loro sapersi proporre al pubblico non si basa su tecnicismi o funambolismi vari, questo sono loro stessi a dirlo, l’importante è divertirsi, divertire ed essere per prima cosa delle vere “Neighborhood Rockstar”, come il titolo del pezzo con il quale hanno concluso la performance.

setlist: “Rondabout Is For Losers” – “Fucker” – “I Wanna Rock” – “Gang Of Wolves” – “You’ve Got Another Thing Comin’” – “Neighborhood Rockstar”

 

Lady Reaper

Siamo oltre la mezzanotte e i cambi palco sono abbastanza veloci, forse troppo, tanto che nella fretta qualche piccolo inconveniente tecnico spunta fuori e ritarda l’inizio dei Lady Reaper.

Ma lo spirito di collaborazione e di amicizia che unisce tutti gli artisti che si sono fin’ora alternati sul palcoscenico supera ogni ostacolo ed eccoli pronti a partire.

Il sound richiama alla mente quello dei nomi storici del metal, con le dovute proporzioni chiaramente, ma i riferimenti ad Iron Maiden, Saxon, Helloween e chi più ne ha più ne metta, sono palesi.

L’impatto sonoro è buono, molto irruente, e soprattutto si nota che sono pronti a colpire duro.

Forse ancora sono allo stato grezzo e mancano di quella giusta dose di esperienza che potrebbe farli salire ancora di un gradino, ma le basi di partenza sono ottime, soprattutto per il notevole apporto che danno le due chitarre di Daniele Petretto e Stefano Coggiatti, taglienti e veloci come devono essere due axe-hero che suonano metal.

Anche se la voce di Simone Calderoni è apparsa a tratti ancora un po’ acerba, lo slancio non manca e nemmeno la voglia di fare, però la tendenza ad urlare molto e graffiare poco con le sue tonalità non rende il giusto equilibrio tra vocalità e sound. Un piccolo diamante che ha bisogno di essere reso un po’ più puro.

Naturalmente è una mia impressione e non vuole essere assolutamente una critica e la giovane età e il desiderio di emergere saranno un bel trampolino di lancio.

Su ogni pezzo comunque c’è sempre il preciso ed impeccabile contributo della sezione ritmica di Gabriele Grippa (basso) e Berardo Di Mattia (batteria), che completano una squadra che rinverdisce i fasti del metal anni ’80, ma caratterizzato dalle sonorità più moderne dei nostri tempi. Un bel connubio, che ha bisogno di piccole calibrature.

setlist: “Dr. Chainsaw” – “Spit Out from Hell” – “Ace Of Hearts” – “Catch The Moon” – “When Jekyll Becomes Hide

Pino Scotto

E giunge ora l’ospite d’onore, Pino Scotto è in tour per presentare il suo nuovo album “Vuoti di memoria” e recentemente lo avevo visto come supporto alla data milanese dei Motorhead. Ora il cantante è pronto a conquistare l’Airport One.

Si “decolla” con “La Resa Dei Conti” che dà una bella sferzata di energia e che carica tutti gli spettatori richiamandoli sotto il palco.

Pino non risparmia nessuno, come suo solito, ne ha sempre per tutti, politici corrotti, trasmissioni tv, personaggi famosi, nulla e nessuno sfugge alle sue giuste ire.

E la gente applaude. Penso che si presentasse alle elezioni sarebbe senz’altro un candidato amato da tutti, perlomeno da noi metallers.

Fanno parte del suo bagaglio culturale anche cover di famosi autori italiani, riproposte in chiave più heavy, oltre a vecchi suoi successi e tributi a grandi rockers, come Angus Young o Lemmy, vedi ad esempio “Angus Day” o “Stone Dead Forever” (cover dei Motorhead), l’istrionico Pino dimostra di voler dare ancora tanto alla musica rock italiana, alla faccia, come lui stesso dice, dei vari Cimabue (alias Ligabue) o Vasco Rossi.

A dirigere comunque le orchestrazioni di tutti i brani c’è Steve Volta che da grande professionista che è si impone con i suoi riff, ma soprattutto con i solo di chitarra che con grande maestria e magia estrae dalla sua sei corde, e culmina in un stratosferico ed intenso assolo, al limite dell’emozione, nella suggestiva “Still Got The Blues”.

Tra hard, metal, rock’n’roll ed pezzi storici blues come “Hoochie Coochie Man”, oltre naturalmente “parole di riguardo” per i suoi bersagli di sempre (leggi politici), Pino Scotto sale in cattedra e dà lezione e a tal proposito ha anche qualche “parolina” da dedicare ad un certo Schettino e ad una sua recente lezione all’università…

Purtroppo la tarda ora non permette di completare tutto il programma musicale previsto e Pino è costretto a terminare anzitempo con “Come Noi”, dedicando però il proseguo della serata al suo pubblico, scendendo nell’area antistante il palco per foto ed autografi.

setlist: “La Resa Dei Conti” – “Morta E’ La Città” – “Nerone” – “Signora Del Voodoo” – “Angus Day” – “E Se Ci Diranno” – “Rock’n’Roll Core” – “Still Got The Blues” – “Still Raising Hell” – “Codici Kappao” – “Spaces and Sleeping Stones” – “Hoochie Coochie Man” – “Get Up Shake Up” – “Stone Dead Forever” – “Come Noi”

 

Un meritato grazie per tutto questo va alla Roxx Roma Eventi che con grande entusiasmo propone sempre manifestazioni di qualità, ma che soprattutto strizza l’occhio alle realtà underground del bel paese. Come direbbe Pino Scotto, tra tanta m**da qualcosa di buono l’abbiamo ancora.

(Rockberto Manenti)

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