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Spartaco. Schiavi e padroni a Roma

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“….Schiavi si nasce o si diventa. Si nasce dalle nostre schiave, si diventa o per diritto delle genti, cioè con la prigionia di guerra, o per diritto civile… “

                                                                                 (Giustiniano Inst. 1,3)

Oggi noi, grazie alla tecnologia possediamo molti strumenti che  svolgono il lavoro al nostro posto, è grazie ad essi che noi possiamo risparmiare tempo, avere più  tempo per noi, svolgere altro lavoro grazie al tempo risparmiato ma soprattutto, non necessitare di molta manodopera come era in passato nella maggior parte delle popolazioni . Per esempio il termine stesso robot deriva da un termine comune a tutte le lingue slave e significa operaio. Il sogno di poter far fare i lavori faticosi ad altri, senza doverli procrastinare è sempre esistito. Purtroppo nel passato non esistevano nè robot nè altre macchine moderne e, quindi, per necessità si è spesso ricorso agli schiavi. I romani ad esempio per realizzare il loro impero, la loro meravigliosa tecnologia che ci sbalordisce ancora oggi, necessitavano di manodopera.

È per questo che in tutto l’impero c’erano milioni di schiavi. Il fenomeno della schiavitù presso i romani ancor prima presso i greci era così radicato che Diodoro Siculo afferma cosi: “tra le tante strane abitudini in vigore tra gli indiani, possiamo considerare quella più sorprendente, introdotta in passato dai saggi del paese; ovvero, la legislazione vuole che tra loro nessuno sia schiavo, senza eccezione che vivano come uomini liberi nel rispetto delle eguaglianze per tutti”. Nel 214 a.C. il sovrano Filippo V di Macedonia indirizzava queste parole ai suoi sudditi di Larissa: “Voi avete avuto modo di osservare altre comunità che seguono una politica liberale nell’estensione della cittadinanza. Un buon esempio è quello di Roma: quando i Romani affrancano i loro schiavi li ammettono in seno alla loro cittadinanza e consentono loro di accedere alle cariche pubbliche. Grazie a questa politica, essi non hanno soltanto reso più grande la patria, ma sono anche riusciti a inviare colonie in poco meno di settanta località”.

L’affermazione è tanto più notevole in quanto Filippo V è un avversario dei Romani e anzi, in quel particolare momento, un alleato dei Cartaginesi, certo non sospetto di simpatia eccessiva verso il popolo che infrangerà il dominio macedone sulla Grecia nella battaglia Cinocefale (197 a.C.). Filippo V dimostra inoltre di aver colto appieno l’unicità della cultura schiavista romana nel panorama antico : “Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo  […] Se esista per natura un essere siffatto o no, e se sia meglio e giusto per qualcuno essere schiavo o no, e se anzi ogni schiavitù sia contro natura è quel che appresso si deve esaminare. Non è difficile farsene un’idea con il ragionamento e capirlo da quel che accade. Comandare ed essere comandato non solo sono tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli, e certi esseri , subito dalla nascita, sono distinti, parte a essere comandati, parte a comandare. […] Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all’uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata – ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio così.”

L’atteggiamento di Roma verso i propri schiavi non fu mai quello, fondamentalmente razzista, si direbbe oggi, espresso da Aristotele, alle cui parole si oppongono quelle di un Seneca, portavoce dell’élite stoicizzante giulio-claudia: “Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere. ‘Ma io’, ribatti, ‘non ho padrone’. Per adesso ti va bene; forse, però lo avrai. Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene? Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui … ‘E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti gli schiavi?’ Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso”. Nelle parole di Seneca la sorte (fortuna) sostituisce la natura (φύσις)preposta da Aristotele alla creazione di schiavi (φύσειδοῦλοι).

Nel 73 a.C, 679 anni dalla fondazione di Roma, in Italia si verificò una rivolta di gladiatori seguita da una rivolta di schiavi: l’incubo peggiore che si possa verificare in una società schiavistica diventò realtà. In quell’anno un carismatico personaggio che aveva servito l’Urbe come alleato e poi condannato a fare il gladiatore, si era messo a capo di una rivolta, il suo nome era Spartaco. Per noi moderni il suo nome è vessillo di libertà, è sinonimo della ribellione giusta, è l’incarnazione del giustiziere.

Spartaco risulta essere un simbolo. Tra milioni di schiavi egli riuscì con la sua ribellione a tenere testa a Roma: divenendo un nemico pubblico si spinse fino sotto le mura dell’Urbe, quasi ad essere un nuovo Annibale. La morte di Spartaco è rimasta avvolta nel mistero, il suo corpo non venne mai ritrovato e ciò contribuì a renderlo un simbolo. Un simbolo di libertà che dura ancora oggi, non a caso i movimenti rivoluzionari socialisti in Germania si dettero il nome di spartachisti. Marx scrisse di lui: “Spartaco è l’uomo più folgorante della storia antica. Un grande generale, un personaggio nobile, veramente rappresentativo del proletariato dell’antichità”.

Forse anche per questo la mostra ispirata a Spartaco trova un filo conduttore che parte dall’epoca romana fino ad arrivare ai nostri giorni. La mostra ha un forte impatto suggestivo per la totale immersione in una atmosfera pregnante in suoni, voci “dal passato” poiché tratte da epigrafi e testi autentici, che narrano in tre lingue: latino, italiano e inglese, la loro esperienza di vita, filmati. La mostra mette in evidenza come, purtroppo, ancora oggi persiste il fenomeno della schiavitù. Esiste nella varie sezioni della mostra un costante parallelo tra schiavi di ieri e quelli di oggi vedendo a confronto i volti.

La mostra è stata possibile grazie ai contributi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO, International Labour Organization).

Il percorso della mostra si articola in 11 sezioni che raccolgono circa 250 reperti archeologici che ci mostrano l’evoluzione della storia di Roma che allargandosi con le sue conquiste, ha iniziato a rendere necessaria la manodopera. Sappiamo dalle fonti antiche che dopo che Emiliano Scipione detto l’Africano distrusse Cartagine porto ha Roma un gran numero di schiavi che si andarono a sostituire ai liberi contadini che furono cacciati dai latifondisti che si andarono ad affollare nelle città. Cosi Tiberio Gracco rifletteva sullo svuotamento di quelle terre, un tempo popolate di contadini liberi e ora ridotte a latifondo dalla rapacità dei grandi proprietari, che usavano “schiavi  fatti venire da altri paesi” come pastori e agricoltori (Plut. Tib. Gr. 8). L’episodio,ben noto,  testimonia un fenomeno che caratterizza il passaggio tra repubblica ed età imperiale: l’affermarsi della coltivazione specializzata e finalizzata al grande mercato, praticata nei latifondi da schiavi che le guerre di conquista avevano fornito a basso prezzo.

Quello combattuto da Tiberio Gracco era il sistema della villa rustica, di antiche origini ma praticato su vasta scala con l’ampliarsi dei mercati, soprattutto urbani, per i quali la villa produceva olio, vino e grano. Questo tipo di agricoltura si svolgeva attorno ad un vasto edificio, la villa appunto, diviso in due settori: quello residenziale ad uso del dominus e il settore legato all’attività degli schiavi. Il loro impiego presentava dei vantaggi evidenti per il padrone: gli schiavi minimizzavano i costi di produzione, si riproducevano tra loro  aumentando il capitale e non andavano in guerra, assicurando continuità produttiva. Le villae appartenevano a famiglie senatoriali o equestri e alle élite provinciali che, abitando in città, esaltavano l’agricoltura come l’attività più adeguata alla propria dignità. Del resto, finiti i tempi di Cincinnato, non si trattava di lavorare la terra con le proprie mani: “… un tempo i campi erano coltivati dalle mani degli stessi generali ….” scriveva Plinio “ma al giorno d’oggi il lavoro dei campi è fatto da piedi incatenati, da mani condannate, da facce marchiate …. !” (Nat. Hist. XVIII, 4). I primi prigionieri erano deportati dopo le guerre e sappiamo dalle fonti antiche i numeri esatti.

La mostra con le sue suggestive e dettagliate sezioni, è l’ideale per poter comprendere meglio la civiltà romana e anche la sua organizzazione sociale. Auriga, gladiatore, attore, medico, erano tutti mestieri esercitati, in gran parte, da schiavi che comunque essi potevano ottenere il riscatto attraverso la loro opera. Nel lavoro, gli schiavi più fortunati, trovavano la libertà e la fonte di sostentamento.  Nel mondo romano non esisteva un concetto di libertà ed uguaglianza, come lo intendiamo noi oggi. Nella concezione antica anche gli sciavi, che si erano potuti affrancare, a loro volta possedevano schiavi. Anche con l’era cristiana gli schivi hanno continuato ad esistere, forse con trattamenti più umani.  Ancora oggi per certi versi non possiamo dirci del tutto liberati dalla piaga della schiavitù.

 

Principali fonti storiche antiche su Spartaco:

Tac. ann. 3, 73:

Plutarco, Crasso.

Appiano di Alessandria, Guerre civili, 1, 116, 539.

Floro, Epitome, II, 8.

Eutropio Breviarium ab Urbe condita VI,7.

Sallustio, Historiae, IV, 337-34

I reperti esposti provengono da: Museo Civico di Castel Nuovo – Maschio Angioino (Napoli); Fondazione Brescia Musei – Museo di Santa Giulia; Museo Archeologico dei Campi Flegrei, Baia (NA); Museo Archeologico Nazionale di Napoli; Servizio Soprintendenza Beni Culturali ed Ambientali di Messina; Museo Nazionale di Capodimonte (Napoli); Museo Nazionale Romano in Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano e Palazzo Massimo (Roma); Soprintendenza Archeologica di Pompei; Gallerie Estensi (Modena); Accademia di S. Luca (Roma); Musei Vaticani; Galleria Tretyakov (Mosca); Museo del Louvre (Parigi); Museo Archeologico Nazionale di Madrid; Museo Romano-Germanico di Colonia.

10 fotografie (opere di Lewis Hine, Philip Jones Griffith, Patrick Zachmann, Gordon Parks, FulvioRoiter, Francesco Cocco, Peter Magubane, Mark Peterson e Selvaprakash Lakshmanan) costituiscono invece un atto di denuncia nei confronti dello schiavismo post-industriale e contemporaneo. Attraverso queste immagini forti e toccanti si cerca di richiamare l’attenzione dei visitatori sui circa 21 milioni di persone che ancora oggi sono costrette a vivere in condizione di schiavtù.

Informazioni

Tel. 060608 tutti i giorni ore 9.00-21.00 (dal 1° aprile nuovo orario 9.00-19.00)
L’esposizione è ideata da Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini.
La curatela scientifica è di Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo.
Ideazione, regia e curatela dell’allestimento visivo e sonoro sono di Roberto Andò, Giovanni Carluccio, Angelo Pasquini, Luca Scarzella e Hubert Westkemper.
La curatela della sezione fotografica è di Alessandra Mauro.
Produzione audio e video sono a cura di NEO narrative environment operas.

Emiliano Salvatore

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