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Storia di Anna Banti, la scrittrice che diede voce alle donne

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    35 anni fa ci lasciava Anna Banti, nome de plume di Lucia Lopresti, autrice di sette raccolte di racconti, nove romanzi e numerosi interventi saggistici. La Banti fu la moglie del famoso critico d’arte Roberto Longhi, prima suo professore al liceo Tasso di Roma e poi suo compagno di una vita. Insieme, i due fondarono la storica rivista «Paragone», visitarono le chiese di tutta Italia, perdettero una casa sotto i bombardamenti nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Eppure, la Banti decise di non sfruttare l’affermazione professionale dell’amato marito e preferì, piuttosto, abbandonare la storia dell’arte per costruirsi, tramite la scrittura, uno spazio tutto suo, in cui esprimere la sua ricchezza interiore e il suo talento.

    Tale scelta derivava dalla ferma convinzione della scrittrice che le donne dovessero riscattarsi dalla loro condizione di subordinazione rispetto al sesso maschile ed affermare finalmente la loro autodeterminazione ed autonomia di scelta. La scrittrice contribuì in prima persona alla costruzione di una nuova e più forte identità femminile dando voce in tutta la sua produzione letteraria alle donne, le grandi dimenticate della storia. Nei suoi romanzi, storici e non, l’autrice raccontò la generosità, la nobiltà e la sensibilità femminile regalando ai lettori sublimi personaggi che come Artemisia, la protagonista del suo romanzo più noto, e come le eroine della raccolta di racconti Il coraggio delle donne, affrontano coraggiosamente la vita nonostante la propria condizione di vittime.

    Anna Banti nacque a Firenze il 27 giugno 1895 in una famiglia borghese di origini calabresi, figlia unica di Luigi-Vincenzo, avvocato delle Ferrovie, e Gemma Benini, originaria di Prato. L’autrice fu sempre molto legata ai propri genitori, che la incoraggiarono ad compiere autonomamente le proprie scelte e a viaggiare. Il padre, in particolare, la spronò a studiare perché potesse costruirsi una formazione umanistica. Anna trascorse gli anni dell’infanzia a Bologna fino al 1905, quando la famiglia si trasferì a Roma. Nella capitale la giovane frequentò il liceo Tasso, guadagnandosi la fama di “signorina strana, femminista” per il suo carattere indipendente. Si legò sentimentalmente a Lorenzo Lotto, al quale in seguito dedicò il saggio Quando anche le donne si misero a dipingere. Tuttavia, il grande amore Anna lo incontrò in terza liceo: era il suo professore di storia dell’arte, Roberto Longhi, al quale fu legata per tutta la vita da uno straordinario sodalizio sentimentale e intellettuale.

    La Banti si laureò in Lettere presso l’Università la Sapienza di Roma con una tesi sullo scrittore d’arte secentesco Marco Boschini. Sposò Roberto Longhi nel 1924, e subito dopo il matrimonio decise di abbandonare la storia dell’arte, campo del marito, per trovare una sua strada. Nel 1930 fu pubblicato il suo primo racconto, Barbara e la morte, sulla rivista “La tribuna”: fu allora che nacque lo pseudonimo di Anna Banti che, come in seguito lei stessa spiegò, sentiva come “il mio vero nome, quello che non m’è stato dato dalla famiglia né dal marito”. In un’intervista del 1983 la Banti spiegò che “Anna Banti era una parente della famiglia di mia madre. Una nobildonna molto elegante, molto misteriosa. Da bambina mi aveva incuriosita parecchio. Così divenni Anna Banti”.

    Dopo aver esordito nella critica con alcune recensioni, nel 1937 pubblicò il suo primo romanzo, un’autobiografia trasfigurata intitolata Itinerario di Paolina, ambientato in contesti che vanno dalla Roma borghese alla Bologna delle memorie di bambina, fino alla campagna toscana del primo Dopoguerra. Seguì la raccolta di racconti Il coraggio delle donne (1940), che verteva sulla condizione femminile nel periodo tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900; nel 1941 arrivò il romanzo Sette lune. Fin da queste prime opere emersero i temi che caratterizzarono tutta la produzione successiva dell’autrice: l’interesse per la condizione e il riscatto femminile e l’indagine psicologica e introspettiva dei personaggi. In questi anni, la Banti strinse amicizie importanti, come quella con la scrittrice Sibilla Aleramo, e ancor più con Maria Bellonci.

    Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu costretta a interrompere l’attività letteraria. I bombardamenti del 1944 distrussero la casa fiorentina di Borgo San Jacopo, dove viveva con il marito: tra le rovine c’erano i manoscritti di romanzi storici importanti come Artemisia e Il bastardo, che l’autrice dovette riscrivere. La prima opera, che fu poi pubblicata nel 1947, la rese celebre non solo in Italia, e si apriva proprio con il ricordo dei giorni terribili del 1944 fiorentino. Seguì, nel 1951, la raccolta Le donne muoiono, che contiene alcuni dei suoi racconti più celebri, come Lavinia fuggita e quello di ambientazione fantastorica che dà nome al libro; lo scritto si aggiudicò il Premio Viareggio nel 1952. Con queste opere, che fecero conquistare alla scrittrice il successo, prese definitivamente forma l’originale poetica della storia che caratterizza la sua produzione letteraria. Tra il 1951 e il 1956 apparvero sulle pagine di «Paragone» alcuni dei suoi saggi più importanti: Romanzo e romanzo storico, Ermengarda e Geltrude, Manzoni e noi. In questi scritti l’autrice dà di nuovo voce alle grandi trascurate dalla storia: le donne. L’attenzione per il mondo femminile la spinse anche a dedicarsi all’approfondimento della letteratura femminile, come testimoniano i numerosi interventi dedicati ad autrici come Matilde Serao, George Sand, Katherine Mansfield, Virginia Woolf e alle scrittrici contemporanee. Tuttavia, la Banti si dichiarò estranea al femminismo, che considerava troppo estremo, considerando indispensabile il raggiungimento di una collaborazione tra i due sessi volta a costruire una parità spirituale tra universo femminile e maschile.

    Tra gli anni Cinquanta e Sessanta scrisse raccolte di racconti e romanzi caratterizzati da una forte componente di denuncia, come Il bastardo, Allarme sul lago, Le mosche d’oro e la raccolta di racconti La monaca di Sciangai. Appartengono agli anni Sessanta, inoltre, anche il romanzo di ispirazione risorgimentale Noi credevamo, la raccolta Campi Elisi e la biografia di Matilde Serao. In questo periodo la Banti viveva a Firenze, ma compiva numerosi viaggi a Roma e a Venezia. Nonostante le soddisfazioni legate alla carriera, per lei questi furono anni difficili a causa delle preoccupazioni per la salute del marito, della perdita dei genitori e della minaccia alla sopravvivenza di «Paragone», accusato dal Ministero della Pubblica Istruzione di professare idee “spregiudicate”. Inoltre, ci fu un allontanamento dall’amica Maria Bellonci, dovuto al fatto che la Banti non si trovava a suo agio nel mondo dei salotti letterari, in particolare quello di Maria, sede del Premio Strega.

    Nel 1970 la scrittrice ebbe poi l’immenso dolore della morte del marito, e si rifugiò nella scrittura e nel lavoro per lenire la sofferenza. Si dedicò così alla cura della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte, nata per desiderio di Longhi, e alla pubblicazione delle sue Opere Complete e degli inediti. Nel 1972 pubblicò la raccolta di racconti Je vous écris d’un pays lointain nel quale, come aveva fatto nel racconto Le donne muoiono, utilizzò l’ucronia anche apocalittica per raccontare, sempre nell’ottica della differenza di genere, la solitudine e l’abbandono dell’umanità. Seguì il romanzo La camicia bruciata (1973), che narra le vicende spiacevoli alla corte de’ Medici a Firenze di Marguerite D’Orleans. La Banti in questi anni si dedicò anche alle traduzioni di Colette e Jane Austen, e curò il volume di Defoe per la collana Meridiani.

    Nel 1971, all’età di settantacinque anni, la scrittrice realizzò il sogno del marito di attraversare il Portogallo in macchina per studiare la pittura del paese. Nel 1981 pubblicò la sua ultima opera, il romanzo di spunto autobiografico Un grido lacerante, che si aggiudicò nello stesso anno il Premio Selezione Campiello.

    Anna Banti morì a novant’anni a Ronchi di Massa il 2 settembre 1985.

    Nel 2017 fu pubblicato il volume Racconti ritrovati, in cui compaiono alcuni testi perduti dell’autrice.

    Federica Foca’

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